Cosenza, Manuela Gallo: il giudice che piace(va) al clan Mancuso

Manuela Gallo

C’è un pezzo d’Italia, nel cuore della Calabria, dove l’avvocato difensore di una potente famiglia di ‘ndrangheta era in ottimi rapporti di amicizia con i poliziotti che avrebbero dovuto indagare su quella stessa famiglia e invece, guarda caso, rivolgevano altrove le loro attenzioni. E intratteneva, sempre quell’avvocato, assidue e cordiali frequentazioni con giudici e pubblici ministeri del tribunale dove venivano processati i propri assistiti; magistrati a loro volta imparentati con notabili a stretto contatto con la famiglia mafiosa di cui sopra, per esempio un commercialista e politico locale cognato del giudice e “compare d’anello” del boss.

E’ il quadro fosco e inquietante emerso dall’inchiesta dei carabinieri del Ros e della Mobile di Catanzaro, coordinati dalla Procura antimafia del capoluogo calabrese, sfociata nell’arresto di Antonio Galati, legale di fiducia di alcuni esponenti del clan di ‘ndrangheta che fa capo alla famiglia Mancuso ma sostanzialmente parte attiva del clan, e dei funzionari di polizia Maurizio Lento e Emanuele Rodonò, già capo e vicecapo della Squadra mobile di Vibo Valentia, inquisiti per concorso esterno in associazione mafiosa.

Maurizio Lento

Maurizio Lento è cosentino e ha lavorato a Cosenza prima di andarsene a Vibo e inciuciare con il clan Mancuso ma non è l’unico cosentino presente in questa squallida storia.

E’ cosentina anche Manuela Gallo, di professione giudice, che con Galati aveva una corsia preferenziale e, dicono alcuni, forse anche qualche cosa di più.

In questo senso Galati, sì insomma l’avvocato del clan Mancuso, vantava amicizie importanti, come quelle con i magistrati Giancarlo Bianchi. Gianpaolo Boninsegna, Cristina De Luca e, dulcis in fundo, Manuela Gallo. “Amicizie” che l’avvocato utilizzava (eccome se utilizzava!) per carpire notizie, per fomentare liti e per accreditarsi quale interlocutore del sistema giudiziario.

Manuela Gallo mentre cerca di “pensare”

IL GIRO D’AFFARI DELLA NDRANGHETA

Secondo il giudice dell’indagine preliminare Abigail Mellace, che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e del sostituto Marisa Rossi, l’avvocato Galati è stato l’«anello di congiunzione» tra i Mancuso e quei poliziotti che, tra il 2009 e il 2011, avrebbero «svenduto il proprio ruolo, piegandolo agli interessi di una potente cosca mafiosa».

Nelle conversazioni intercettate dalle microspie del Ros, sono gli stessi protagonisti a definire l’intreccio di relazioni intessuto dal legale un «ingranaggio» che – nella ricostruzione degli inquirenti – garantiva protezione ai Mancuso attraverso l’opera di «infiltrazione negli apparati investigativi, giudiziari e di pubblica sicurezza».

In un colloquio registrato in macchina, Galati racconta quel che gli confidò la nostra giudice cosentina Manuela Gallo: «Una sera – dice – mangiamo tutti assieme… Tu chiama al dottore Rodonò e al dottore Lento”… E lì è iniziato un pochettino a entrare nell’ingranaggio».

Un’altra volta Galati viene beccato mentre telefona alla dolce Manuela e la mette in viva voce davanti a tutti, giusto per far capire che ce l’ha in pugno e ne fa quello che vuole.

Le toghe che intrattenevano «uno stabile e solido rapporto» con il legale dei Mancuso, indicate nell’ordine d’arresto, del resto, sono indicate con chiarezza e sono Gianpaolo Boninsegna, all’epoca pm della Procura antimafia di Catanzaro, e i giudici Giancarlo Bianchi, Cristina De Luca e Manuela Gallo, già in servizio al Tribunale di Vibo Valentia.

I MATRIMONI DELLA NDRANGHETA

Il boss Mancuso

Gli incontri dell’avvocato con magistrati e poliziotti avvenivano spesso al ristorante Filippo’s, noto locale nel centro di Vibo, gestito da Ivano Daffinà, fratello del commercialista ed ex vicesindaco Antonino Daffinà. Il cui «compare d’anello», stando a un’intercettazione, è il boss Pantaleone Mancuso detto “Luni”, che in un colloquio registrato dice dei Daffinà: «E’ da trent’anni che siamo di famiglia», e ricorda che «sono cognati con il presidente». Cioè il giudice Bianchi: sua moglie è sorella della moglie di Antonino Daffinà, nonché zia di un pm di Catanzaro a sua volta intercettato nella macchina di Galati.

La “guerra” al Tribunale di Vibo la vedono tutti, i giudici sono divisi in due gruppi. Da un lato i giudici Giancarlo Bianchi, Cristina De Luca e Manuela Gallo, dall’altra parte i giudici Alessandro Piscitelli, Fabio Regolo e il procuratore, che all’epoca era proprio Mario Spagnuolo.

In questa fase, la dolce Manuela ha bisogno di certezze e di rassicurazioni e un teste spiega che la frase “Ci sono io” che l’avvocato Galati avrebbe detto al giudice Gallo, serve per dirle che non si deve preoccupare per l’imminente trasferimento dei giudici De Luca e Bianchi in quanto non sarebbe rimasta sola. Capito?

Finita questa “girandola”, alla Gallo viene aperto un inevitabile procedimento disciplinare al CSM ma, come sempre accade in queste vicende, fin dove è possibile, i giudici non infieriscono e la dolce Manuela viene graziata.

Non solo la graziano ma la mandano anche a Cosenza, dove trova il collaudato “sistema Granieri” e si adegua immediatamente all’andazzo, per come vedremo domani nella seconda parte. Nella quale faremo chiarezza anche sullo studio legale nel quale ha fatto pratica.

1 – (continua)