Cosenza, Occhiuto e Bilotti: la morte della cultura e l’Arte esclusiva dei “potenti”

Mai come stavolta la città di Cosenza ha sete di verità. Ormai ci sono pochi dubbi sul fatto che l’incendio di venerdì pomeriggio a corso Telesio, quello che ha provocato la morte di Antonio Noce, Roberto Golia e Serafina Speranza, sia stato doloso. Ed è per questo che la gente pretende di sapere chi è stato a innescare la miccia e chi è stato il mandante. Perché ormai la gente ha capito fin troppo bene che la “tarantella” messa in atto dal “marchese” Roberto Bilotti è una ignobile farsa alla quale all’inizio abbiamo abboccato ma che adesso è stata clamorosamente smascherata.

Oggi più che mai tutti i dubbi e tutti gli interrogativi su questa vicenda devono essere sciolti e risolti. Nessuno mai accetterebbe i soliti compromessi e le solite archiviazioni di comodo del porto delle nebbie diretto da quel buffone del procuratore, che quando si tratta di perseguire i potenti nasconde la testa sotto la sabbia come gli struzzi.

Perché quei manoscritti erano lì e non nella Biblioteca Civica, dove dovevano essere? A cosa poteva essere utile mettere in mostra, in una abitazione storica, mezzo secolo della storia della nostra città? E che fine ha fatto la tanto “blasonata” Accademia Cosentina?
E il centro studi Bernardino Telesio?

Perché se è vero – com’è vero – che queste associazioni sono nate per custodire e diffondere l’opera del filosofo cosentino, è altrettanto vero, alla luce dei fatti, che le stesse non hanno nemmeno (o fanno finta di non averla) la benché minima idea di come l’opera di Telesio venga usata per arredare il salotto di una residenza privata.

Il sindaco Occhiuto non ha responsabilità dirette su questa drammatica vicenda ma, vivaddio, possibile che sia stato tanto ottuso da non capire che l’opera di Telesio è cosa pubblica e non può essere custodita da privati? E, sempre vivaddio, ma come si fa a dare credito ad un millantatore seriale come Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, sputtanato ormai da anni da un sito famoso ed anche autorevole come Dagospia?

L’incendio di venerdì scorso allora ha decretato non solo la morte di Tonino, Roberto e Serafina ma anche la triste dipartita della cultura cosentina. Una cultura sempre più in mano ad un sistema che si pavoneggia attraverso i selfie con sullo sfondo un pezzo del sapere di questa città.

La cultura – come bene ha scritto nell’immediatezza dei fatti l’architetto Francesco De Rose, animatore di quella Centrale dell’Arte che ha visto tra i suoi protagonisti anche il compianto Eugenio Anselmo – non può e non deve rimanere sullo sfondo ma emergere, essere invasiva, l’Arte non è roba solo da salotto “buono”, ma è cosa di tutti.
L’Arte non è un’esclusiva dei potenti.