Cosenza, il ponte di Calatrava simbolo negativo della nostra terra (di Michele Giacomantonio)

di Michele Giacomantonio

Il sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, ha dichiarato all’Ansa che il ponte di Calatrava è destinato a diventare il simbolo del Sud. Questa volta è facile dargli ragione, più difficile è condividere il suo orgoglio. Il ponte che sarà oggi inaugurato porta con sé infatti alcune delle drammatiche peculiarità tipiche delle grandi opere calabresi. La struttura è fuori scala e fuori contesto e perciò stesso orrenda, come molte altre bruttezze di queste nostre latitudini violenta il paesaggio e si candida a simboleggiare la Calabria al pari delle mille incompiute, oppure dei mattoni a vista di certi palazzoni. Inoltre l’opera, afflitta da una evidente inutilità, è cresciuta in un’area di massimo degrado, destinata però presto a diventare bottino spartitorio tra i palazzinari e la politica.

Ma non basta. A candidare legittimamente il famoso ponte a simboleggiare la Calabria è anche l’esser stato edificato con denaro pubblico sottratto ad altri fini. E’ ormai ben noto che molti milioni di euro sono stati stornati dai fondi ex Gescal e invece di essere utilizzati per l’edilizia popolare o per rivitalizzare le aree urbane depresse e marginali, sono stati regalati dalla Regione all’amministrazione comunale di Cosenza, perché il primo cittadino potesse realizzare la sua opera faraonica.

Tutto ciò a dispetto del grave stato in cui versano vaste aree della città, condannate all’abbandono e alla marginalità sociale e urbanistica, quando non anche all’estinzione, come nel caso della città vecchia.

C’è ancora una ragione per la quale il ponte può diventare giusto simbolo del meridione: la sua distanza e separatezza assoluta dai reali bisogni dei cittadini. Da questo punto di vista l’opera è del tutto aliena, non solo dal paesaggio, ma anche dalle persone, che avrebbero avuto maggiore beneficio da un uso non solo coerente dei finanziamenti, ma pure maggiormente legato alla soluzione di vecchie e drammatiche criticità. Non di meno saranno moltissimi a vedere il ponte come l’opera capace di innalzare il presente e il futuro della città e dei cittadini, prigionieri come siamo di uno storytelling tossico e incantatore.

C’è infine un altro e anche più drammatico motivo a promuovere il ponte dell’architetto Calatrava ad opera simbolo della nostra terra. Su quel ponte, quando ancora era un cantiere, ha perso la vita un operaio. Un incidente ancora formalmente oscuro, su cui è aperta una indagine, ma che porta con sé il senso di una tragedia antica, fatta di lavoro sfruttato, di assenza di tutele, di complicità e di vergogne da nascondere. Ecco, la morte del povero Maurizio Tenuta è una vergogna che dovrebbe fare annichilire ogni ipocrita entusiasmo per quell’opera. Se il suo nome venisse pronunciato nel corso della sontuosa presentazione romana, sarebbe un atto di coraggio ed onestà intellettuale, sul quale tuttavia non è lecito contare troppo.