Cosenza, quando i “comunisti” e il porto delle nebbie perseguitarono il vecchio Mancini

“Esco pazzo”. Così, con la sua consueta drammaticità oratoria, Riccardo Misasi commentava il suo coinvolgimento nell’omicidio di Lodovico Ligatocon l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. “Ho la coscienza tranquilla – affermava Misasi -, ma noto in giro tanta voglia di trascinarmi dentro qualcosa di grave”.

Quando Enzo Biagi, nella sua popolare trasmissione RAI “Il fatto”, lo intervista, Misasi ripeterà le stesse parole. In collegamento però c’è anche Giacomo Mancini, suo storico rivale. E quando il grande giornalista gli chiede cosa pensi della vicenda giudiziaria di Misasi, Mancini (che non è ancora diventato sindaco di Cosenza) non sarà per niente tenero.

Come scrive Attilio Sabato nel suo libro “Potere & Poteri”, “… è feroce nel commento, parte da lontano, demonizza il ruolo della DC, accusando il partito e il sistema di potere che lo sostiene di essere il male assoluto della Calabria. Mancini nella sua disamina inchioda Misasi alle sue responsabilità e, nemmeno quando Misasi ottiene da Biagi la possibilità di replicare e chiede a Mancini se il giudizio appena espresso sul piano politico coincidesse con quello sull’uomo, il leader socialista non si scompone e non modifica affatto il tenore del suo intervento. E quando Misasi gli chiede: “Nemmeno come uomo?”, la risposta sarà un secco “no”, freddo e distaccato”.

Dopo qualche mese, Giacomo Mancini decide di candidarsi a sindaco di Cosenza contro tutta la partitocrazia e anche contro l’allora PDS, che – come vedremo – improvvisamente gli si rivolterà contro non avendo mai digerito quella sconfitta. I centristi sostengono Pierino Carbone, il PDS e la sinistra l’avvocato Peppino Mazzotta e per il vecchio Mancini sembra che non ci sia nulla da fare e invece, con due sole liste civiche (una delle quali formata da esponenti di destra con l’aggiunta esterna di Pino Tursi Prato), arriva al ballottaggio contro Carbone e vince a mani basse. Un trionfo.

Ma è proprio in quella campagna elettorale che anche Giacomo Mancini conosce l’amarezza delle inchieste della magistratura, che indaga su di lui per concorso esterno in associazione mafiosa. Diciamo subito che le vicende giudiziarie di Misasi e Mancini sono completamente diverse e che l’accanimento contro il leader socialista proviene chiaramente da quei settori della magistratura legati al PDS (i registi sono il triste Violante e il solito Marco spinnato Minniti). Che lo vedono come il fumo negli occhi perché gli sta soffiando la città di Cosenza da sotto il naso.

E’ la procura di Palmi che si interessa di Giacomo Mancini. I «pentiti» per accusare Mancini vengono reclutati nelle carceri di tutt’Italia con una specie di «circolare». Il procuratore Salvatore Boemi invia al colonnello della Dia Angelo Pellegrino una «nota di servizio», volgarmente detta «delega», così concepita: «Delego la S.V. ad assumere informazioni dai collaboratori di giustizia di cui alla nota acclusa (un elenco di ben 140 nomi e cognomi di “pentiti”) al fine di verificare se siano a conoscenza di circostanze relative a Mancini Giacomo». E con questo sistema portano in aula ad accusare Mancini i due più famosi e «pentiti» della ‘ndrangheta: Filippo Barreca ma soprattutto Giacomo Achille Lauro, detto dai magistrati, entusiasti di lui, «il Tucidide della ‘ndrangheta» perché con le sue «rivelazioni» aveva riscritto tutta la storia di Reggio Calabria e della regione.

E il “capolavoro” (in senso ironico) della magistratura calabrese, quello per cui passeranno alla Storia, simbolo imperituro della giustizia ingiusta, la persecuzione di Giacomo Mancini, il capo storico del socialismo calabrese, figlio del fondatore del partito socialista in Calabria, il padre già deputato nel ’21 e già ministro nei primi governi del dopoguerra, e lui nove volte deputato e cinque volte ministro, e segretario nazionale del partito, e alla fine sindaco di Cosenza.

Mancini viene sospeso dalla carica di sindaco e per lui inizia una lunga vicenda giudiziaria che si protrarrà per otto anni. Più che subire processi, Mancini ha subito una vera e propria persecuzione. Come se non bastasse l’intervento della procura di Palmi nel 1993, l’anno successivo a Cosenza va in scena la prima grande operazione antimafia (“Garden”) e per Mancini arriva addirittura un altro processo: dopo Palmi, ecco l’antimafia di Catanzaro.

Il 10 ottobre 1994 si scopre che anche a Cosenza c’ è mafia. Con l’ operazione Garden, frutto di due anni di lavoro del sostituto procuratore distrettuale Stefano Tocci che è riuscito a far luce su una quarantina di omicidi e ha ricostruito 15 anni di storia criminale della città, si colpisce però solo l’ ala militare dei nuovi clan che, unici in Calabria, non avevano base su nuclei familiari. A Cosenza le bande urbane si sono fatte clan. E questi clan si sono scontrati e si sono scannati, hanno fatto il “salto di qualità” in un bagno di sangue, si sono fatti la guerra e hanno siglato la pace per intercessione delle cosche storiche della Piana e del Tirreno cosentino, i Piromalli, i Pesce e i Muto, che avevano “iniziato” col battesimo ai misteri mafiosi quel Franco Pino, arrestato nella Sila, indicato come uno dei capi della nuova mafia cosentina.

Già, Franco Pino. Figuratevi se i grandi inquisitori di Mancini si lasciavano sfuggire la “preda”. E così, non appena esce fuori la notizia che Pino s’è pentito (maggio 1995), magicamente inizia a “cantare” su Mancini. E’ il 4 novembre 1995 quando la città di Cosenza si sveglia con un’altra notizia-shock.

Voto di scambio e associazione mafiosa: anche Vittorio Sgarbi e Tiziana Maiolo sono chiamati a difendersi. I presidenti delle commissioni Cultura e Giustizia della Camera sono destinatari, infatti, di un invito a comparire davanti ai magistrati della procura antimafia di Catanzaro. I quali hanno chiesto anche l’ arresto di Giacomo Mancini, sindaco sospeso di Cosenza, e del figlio Pietro. Il Gip, però, ha negato in tutt’ e due i casi la richiesta.

Delle cinque richieste d’ arresto avanzate (oltre che i Mancini, la procura voleva in galera anche l’ avvocato Francesco Palmieri, esponente del Psdi locale) una è stata accolta. Un nome eccellente.

E un ex consigliere regionale socialdemocratico, Pino Tursi Prato, che, secondo l’ accusa, come presidente della Usl di Cosenza faceva affari con il boss e con una azienda reggina alla quale aveva affidato la gestione delle mense negli ospedali cittadini, sistemava i protetti del clan e incamerava consensi elettorali.

Il “ciclone Pino”, dal nome del boss pentito Franco Pino, si è così abbattuto su Cosenza. Siamo al primo urto, fanno intendere gli investigatori. C’ è altro ancora da aspettarsi. L’ intreccio mafia-politica, scenario inedito per una città fino a poco tempo prima considerata “isola felice”, avrebbe governato Cosenza per anni e anni. Ma su Franco Pino e sui suoi registi occulti va scritta una pagina di storia che ancora ci si ostina a voler mantenere “segreta”.