Cosenza, rapina a corso Mazzini: l’arresto farlocco dei giovani fratelli

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Subito dopo la rapina alla gioielleria, avvenuta giorno 3 gennaio alle ore 9,30  in pieno centro cittadino (corso Mazzini), la nostra testata aveva così titolato: “Cosenza, rapina in una gioielleria a corso Mazzini: ferita una commessa. Carabinieri e polizia brancolano nel buio”.

Un titolo che ha subito attirato l’attenzione di qualche zelante poliziotto che non si è risparmiato in critiche contro di noi additandoci come detrattori delle forze di polizia. Critiche che si sono sviluppate ancor di più dopo l’arresto, a distanza di poche ore dall’episodio, dei due presunti rapinatori: Vincenzo Senibaldo De Grandis, 29 anni, e il fratello Francesco, 25 anni, entrambi di Castrolibero.

E via con insulti nei nostri confronti per aver offeso il lavoro degli investigatori che in poche ore avevano risolto egregiamente il caso. Un titolo forzato, il nostro, secondo alcuni, solo per il gusto di offendere le forze dell’ordine.

Oggi scopriamo che non solo il titolo era azzeccato e premonitore (conoscendo i nostri polli), ma che addirittura per mettere una pezza all’ inefficienza investigativa delle forze di polizia in questa città, i carabinieri hanno arrestato i primi due che gli sono venuti in mente e capitati sottomano. E i fratelli in questione, visti anche i precedenti penali specifici, hanno tutte le caratteristiche necessarie per essere presentati all’opinione pubblica come i colpevoli.

Ma il PM Tridico, il giorno dopo il loro arresto, non ha ritenuto sufficienti gli elementi prodotti dagli investigatori dell’arma per poter tenere i due in cella.

I carabinieri, attraverso le solite veline tarocche, parlano di frame estratti dai video di sorveglianza della gioielleria che inchioderebbero i due. Mentre il PM Tridico dice che nelle immagini i due rapinatori sono parzialmente travisati, e questo non permette un riconoscimento al 100% dei soggetti.

Altra prova a carico dei due, secondo i carabinieri, è la testimonianza della cassiera che descrive i rapinatori. Su questo Tridico dice che la commessa dà una descrizione fisica in merito alla “stazza” dei due rapinatori non ai lineamenti del volto che sono quelli distintivi per identificare una persona. Dire che uno è alto 1,70/1,80 non vuol dire niente. Non può essere, se non supportata da altro, una prova a carico.

Come tutti i casi criminali moderni non poteva mancare il famigerato DNA: i carabinieri nel ricostruire la dinamica della rapina sostengono che uno dei rapinatori, nella fretta di portare a termine il colpo, è rimasto ferito ad una mano, lasciando sulla scena del crimine numerose gocce di sangue.

La domanda qui sorge spontanea: se hanno il DNA di uno dei rapinatori perché il PM Tridico non ha atteso l’esito dell’analisi prima di scarcerarli? Se ci pensate, Tridico, ha la prova regina in mano e non la sfrutta per sapere se chi ha di fronte è colpevole o innocente con certezza scientifica. Perché? Avrebbe potuto chiedere un esame del DNA con urgenza, vista anche la gravità dell’episodio che ha scosso tutta l’opinione pubblica cittadina e non l’ha fatto. Perché?

Forse perché queste prove esposte dai carabinieri non esistono?

Del resto gli investigatori sono in possesso dell’impronta genetica del rapinatore da più di 48 ore, e all’ oggi ancora non si sa di chi è quel DNA. Come mai? In questi casi, quanto ci vuole per sapere il risultato?

Parliamoci chiaro, siamo di fronte all’ennesima cantonata dell’attività investigativa delle forze di polizia in città. La verità è che non hanno la benché minima idea di chi è stato a rapinare la gioielleria. E si sono gettati sui primi “disponibili” per sedare il malumore che oramai serpeggia per tutta la città nei confronti delle forze di polizia che non risolvono mai un caso.

La mancanza di pericolo di fuga dei due presunti rapinatori sussurrata dai soliti noti alle agenzie di stampa e ai giornali, è solo la foglia di fico per nascondere questa totale incapacità investigativa.

Se il Pm Tridico li ha rimessi in libertà è perché non se l’è sentita di costruire, ancora una volta, il solito fascicolo tarocco per mettere una pezza alla ordinaria mala gestione della giustizia in città, trovando un colpevole a tutti i costi. Che abbia riacquistato una coscienza sociale e professionale? Non ne sono sicuro, ma parrebbe di sì, almeno in questo caso.

E’ così che funziona da noi. Ora, gli investigatori faranno di tutto per addossare la responsabilità ai due che restano comunque indagati, trafficando e taroccando prove e verbali. E ai quali ripetiamolo, al momento dell’arresto, non hanno trovato nessuna refurtiva. Amaru a lloro ca ci su ‘ngappati.

GdD