Cosenza, rapporto-choc sul Tribunale: gli avvocati e il delitto Sesti

Se c’è una cosa che fa andare in bestia l’associazione a delinquere che gestisce le sorti del Tribunale di Cosenza (procuratore capo, pubblici ministeri e organi giudicanti) è il cosiddetto dossier Lupacchini, dal nome di un famoso magistrato, che ha detto la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, ormai 12 anni fa, sulle vergogne del nostro Tribunale porto delle nebbie. Non a caso MAI nessun organo di informazione, a parte La Provincia Cosentina e Iacchite’ (e a livello nazionale Il Giornale), ha MAI pubblicato una sola riga di queste gravissime denunce.

E allora, ritorniamo indietro nel tempo, al 2007, e ripassiamo in rassegna gli aspetti che finora non abbiamo focalizzato sulle pagine di Iacchite’. Spagnuolo, stiamo arrivando…

Scusate il ritardo

La Provincia Cosentina, 7 luglio 2007

di r. n.

La pagina più nera della magistratura cosentina. L’hanno scritta gli ispettori del ministero di Grazia e Giustizia che hanno raccolto in un voluminoso dossier i risultati della loro missione al palazzo di giustizia.

Attenzione alle date. Il dossier è del 2005 ma in questi due anni è rimasto invisibile. Tutti sapevano che c’era ma nessuno ne ha reclamato la pubblicazione. Una prudenza sospetta in una città in cui custodire un segreto è operazione impossibile. Rompiamo, con due anni di ritardo, la consegna del silenzio e pubblichiamo il dossier perché rappresenta un eccezionale documento sulla malagiustizia, che è la gemella di quella malapolitica che domina a Cosenza e in Calabria.

Il dossier mette in evidenza intrighi, rivalità, omissioni, complicità che hanno avuto come protagonisti magistrati importanti sia della Procura cosentina che della Dda, avvocati, faccendieri. Non spetta a noi formulare sentenze. Ci limitiamo a raccontare i fatti con le parole degli ispettori, senza commenti. Che sono, come i lettori capiranno, davvero superflui.

RAPPORTO CHOC SUL TRIBUNALE

Quella che stiamo per raccontarvi è una storia squallida. Sono gli atti di un’ispezione disposta dal ministero della Giustizia su una serie di anomalie nella complessiva gestione della Procura della Repubblica di Catanzaro e della Direzione distrettuale antimafia. Ci sono nomi e cognomi e circostanze dettagliate E’ la storia di complotti, di guerre di potere all’interno della magistratura nella quale sguazzano come caimani politici, avvocati e faccendieri. Ci sono i furbi e i meno furbi, gli arrivisti, i “doppiafaccia”, i delinquenti, i pentiti…

La città di Cosenza ne esce a pezzi. Frantumata. Capirete, attraverso la disamina di due ispettori del ministero, Otello Lupacchini e Laura Capotorto, perché, per tanti anni, la procura della Repubblica è stata simile ad un porto delle nebbie.

Facciolla

L’inchiesta nasce da una nota informativa del Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Catanzaro relativa alla segnalazione del sostituto procuratore della DDA di Catanzaro, Eugenio Facciolla, che lamentava l’assenza di misure di sicurezza per le sue indagini in corso e una serie infinita di segnalazioni disciplinari.

Facciolla contesta con forza che il procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi abbia assegnato un’amplissima delega di poteri al procuratore aggiunto Mario Spagnuolo. E gli ispettori gli danno ragione.

“Lombardi si è spogliato, di fatto, dei correlativi poteri, finendo quindi per svuotare di contenuti il proprio stesso ruolo di capo dell’ufficio. E questo non già perché ha assegnato a Spagnuolo la funzione di coordinatore della DDA quanto piuttosto perché Mario Spagnuolo, per effetto del nuovo assetto organizzativo, è divenuto il coordinatore di tutti i gruppi o sezioni della Procura della Repubblica di Catanzaro, in palese contrasto con le norme che, prevedendo la suddivisione in gruppi, precisano tuttavia che il procuratore aggiunto debba coordinarne uno soltanto”.

Cerchiamo di capire allora chi è Mario Spagnuolo e in quale contesto ha operato prima di approdare a Catanzaro.

Il 21 giugno 1982 viene assassinato uno degli avvocati penalisti più importanti di Cosenza. Si chiama Silvio Sesti, ha 50 anni ed è molto attivo anche sulla scena romana. Il suo è il primo omicidio eccellente e sarà il primo inquietante Cold Case della città.

La storia ufficiale della città attribuisce l’omicidio a Franco Pino, che avrebbe mandato a Cosenza due elementi della camorra cutoliana. Un teorema accusatorio, descritto da due pentiti manovrati come Pagano e De Rose, così debole che non ha mai trovato nessuno pronto a condividerlo. La storia ufficiale ci dice che Sesti difendeva i picciotti di tutti e due i clan in guerra e la circostanza non piaceva più al clan Pino. Ma non era così. Tanto che Franco Pino, il principe dei pentiti per la Procura, non è mai stato condannato per questo delitto, accusato invece a Nelso Basile di San Lucido, ormai defunto, e a due fantomatici killer napoletani che forse non sapevano nemmeno cos’era successo.

Morale della favola: tutti assolti. In perfetto stile procura di Cosenza. L’avvocato ingombrante non avrebbe dato più fastidio, in tanti avrebbero preso i suoi clienti e tutti vissero felici e contenti.

L’ispezione ministeriale del 2005 scrive per la prima volta in maniera chiara la verità.

“… La gestione degli affari giudiziari di Cosenza – racconta il magistrato Otello Lupacchini nella sua relazione – era problematica già da prima che si costituisse la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il momento di emersione dei disagi può farsi coincidere con la guerra di mafia scatenatasi nel 1977 e proseguita fino al 1985. Tale problematica di rapporti si aggravò ulteriormente a seguito dell’omicidio dell’avvocato Silvio Sesti, che determinò l’occupazione del proscenio da parte di una ristretta cerchia di avvocati, che si appropriarono dello spazio lasciato libero dal collega assassinato.

A distanza di anni – dice Facciolla – si ripete un modello comportamentale caratteristico di Cosenza, attuato sempre dai medesimi avvocati nei confronti di qualsiasi magistrato considerato scomodo.

Mentre l’avvocato Sesti era un penalista vecchio stampo anche con un certo nome e proiettato sulla piazza romana, coloro che trovavano nella sua morte ragione di crescita e di affermazione sono di fatto avvocati i quali operavano esclusivamente sul territorio di Cosenza e che si segnalarono nel 1991 per avere inscenato il primo lungo sciopero della categoria solo per sbarazzarsi di un collegio composto dai magistrati Garbati, Onorati e Terzi, che avrebbe dovuto celebrare un processo per traffico di stupefacenti a carico di Francesco Bevilacqua e Roberto Pagano, oggi collaboratori di giustizia ma all’epoca oscuro gregari del clan Pino, ma evidentemente graditi alla loro categoria…”.

Nonostante la gravità della situazione che descrive Lupacchini, di questo omicidio eccellente si è sempre parlato quasi a bassa voce o come se l’episodio potesse dare fastidio ai manovratori. Anche al processo Garden il pm Stefano Tocci era a dir poco perplesso rispetto al movente addotto da Franco Pino che avrebbe armato la mano dei killer. Ma così andavano e purtroppo vanno ancora le cose a Cosenza.

Silvio Sesti

Lo scenario dell’omicidio è la centralissima via Alimena, a un tiro di schioppo da via Arabia e ad appena qualcuno di più da piazza Fera, al terzo piano di un bel palazzo dove l’avvocato Sesti abita e ha lo studio.

La moglie Gelsomina Perri ha ricordato nel corso del processo che, nel corso della serata, intorno alle 21, tre giovani a volto scoperto e dall’accento napoletano (così ricorda il figlio Francesco Saverio) suonano al citofono dell’avvocato spiegando di essere suoi clienti.

Sesti apre prima il portone e poi la porta del suo studio, che ha un’entrata indipendente da quella della sua abitazione. Evidentemente riconosce i killer che gli tendono l’agguato. Immediatamente dopo, l’omicidio. I tre impugnano le loro pistole munite di silenziatore e sparano.

La moglie aveva sentito una scampanellata alla porta centrale e si era chiesta come mai Sesti non avesse ancora aperto lo studio. Il tempo di andare verso la porta ed ecco materializzarsi la triste realtà. Silvio Sesti era seduto sulla poltrona, dietro lo scrittoio, aveva la testa insanguinata. Non c’era più niente da fare.

Francesco Saverio Sesti riferirà anche di aver visto due persone allontanarsi dopo l’omicidio.

Non serve molto per capire l’origine di un crimine così efferato, eppure si preferisce scaricare tutto su Franco Pino mentre i familiari di Sesti cercano senza successo di indicare la strada giusta. Il figlio riferisce più volte del lavorio di discredito nei suoi confronti portato avanti da alcuni suoi colleghi. Con il contributo di diversi elementi delle cosche. E anche della Procura, che in fondo non ha mai amato personaggi integri moralmente come Sesti.

A uccidere Silvio Sesti, secondo la fantasiosa ricostruzione fornita da Franco Pino per discolparsi, furono due killer napoletani che trascorrevano periodi di latitanza nel cosentino e sulla costa tirrenica e che non disdegnavano di partecipare anche ad assalti a furgoni postali e banche. Alfonso Pinelli di 32 anni e Sergio Bianco di 27 anni, entrambi napoletani.

Alfonso Pinelli è stato assolto e nei primi anni ’80 non è mai stato in Calabria.

Sergio Bianco era uno dei più pericolosi killer al servizio di Don Raffaele Cutolo. Esecutore implacabile, era soprannominato “U Pazzu” per la sua determinazione. Autore di oltre cento omicidi trovò la morte a Napoli in un conflitto a fuoco che ingaggiò con le forze dell’ordine. Lo stesso Franco Pino da pentito ammise di averne paura considerandolo sempre pronto ad uccidere chiunque in qualsiasi momento. Ed era perfetto per il caso Sesti: spietato e soprattutto già defunto. Insomma: tombola!

E gli avvocati? Chi, fra di loro, poteva avere interessi a prendere il posto di Sesti?

A metà degli anni Settanta, per come scrive Arcangelo Badolati nel suo “Mamma ‘Ndrangheta” operavano “…il grande Luigi Gullo, Silvio Sesti, Orlando Mazzotta, Ernesto d’Ippolito, Carlo Vaccaro. Cominciano brillanti carriere pure Sergio Calabrese, Ninì Feraco, Riccardo Adamo, Giuseppe Mazzotta, Enzo Aprile, Tommaso Sorrentino, Massimo Picciotto e Franco Sammarco… “.

In molti purtroppo non ci sono più. Eppure, non doveva essere difficile per un magistrato perbene approfondire le cause legate al decesso di un personaggio così importante. Quanto ai colleghi, è evidente che nessuno ha avuto il coraggio di parlare. E così a tutti possono rimanere soltanto sospetti.

E questo era solo un assaggio di quanto poteva accadere a Cosenza negli anni Ottanta e non solo: diciamo pure che non è cambiato molto. Quasi nulla: siamo o non siamo il porto delle nebbie?