Cosenza, rapporto-choc sul Tribunale: l’asse Spagnuolo-Manna per inquinare le prove del “Garden”

Otello Lupacchini è un magistrato decisamente famoso. Ha combattuto alla grande contro i mafiosi della Banda della Magliana e non solo. Una decina di anni fa fu mandato dal Ministero di Grazia e Giustizia a vedere cosa combinavano i magistrati calabresi e scrisse una relazione che è diventata un incubo per tutta questa gentaglia ed una fonte inesauribile di informazioni per i pochissimi cronisti onesti della Calabria.

Oggi Lupacchini rappresenta uno spauracchio per un magistrato corrotto come Mario Spagnuolo, del quale ha tratteggiato un profilo ripugnante. Ma prima di (ri)addentrarci nel racconto di Lupacchini, spieghiamo a chi non dovesse conoscerlo chi è. Ecco l’autoritratto che si è scritto sul blog che cura quasi giornalmente per “Il Fatto Quotidiano”.

Otello Lupacchini: Giusfilosofo e magistrato

Nato tanti anni or sono a Lapedona, sono cresciuto alla scuola di un colto gesuita vomitato dalla Compagnia. Addottoratomi a Bologna, poco più che ventenne, ho goduto di una certa fortuna nel foro, tra Cortina d’Ampezzo e Belluno, dove ho messo su felicemente famiglia. Sorta di moderno praetor peregrinus, ho quindi navigato perigliosamente tra Roma, Venezia, Riesi, Bologna e di nuovo Roma, incrociando eventi sanguinosi, personaggi ripugnanti e consorterie micidiali: stragi, sequestri di persona con soppressione dell’ostaggio, bombaroli neri, terroristi assassini rossi e neri, uomini d’onore sanguinari, banditi nati per uccidere e per morire ammazzati, sbirri e spioni senza scrupoli, pubblici funzionari corrotti o, peggio, dediti alla concussione, politicanti doppiogiochisti, statisti senza alcun senso dello Stato, faccendieri spregiudicati, tirapiedi in agguato per prendermi all’amo. Almeno sin qui, ho resistito alle astuzie gaglioffe ed ho anche rassegnato le mie eclettiche esperienze ad articoli (Metodo e linguaggio letterario come strumento di narrazione del fatto processuale, 2013; Governare con la paura, 2014; Nell’Italia del Terzo Millennio, c’è ancora spazio per il Terzo Potere?, 2015), saggi (Banda della Magliana, Koinè Nuove Edizioni 2004; Il ritorno delle Brigate Rosse, Koinè Nuove Edizioni 2005; 12 Donne un solo Assassino, con Max Parisi, Koinè Nuove Edizioni 2006; Impronte Criminali, Koinè Nuove Edizioni 2015; In Pessimo Stato, 2015) e anche ad un romanzo (Malagente, 2009).

CHI E’ MARIO SPAGNUOLO, L’ANIMA NERA DEL PROCESSO GARDEN 

Mario Spagnuolo

Classe 1954, in magistratura dal 1980, Mario Spagnuolo dal 1981 al 1988 svolse funzioni giudicanti presso il Tribunale di Cosenza quale componente e presidente del collegio penale e di quello di prevenzione nonché di giudice a latere della Corte d’Assise.

Dal 1988 al 2000 ha svolto funzioni di sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cosenza. Ritenuto, nel 2000, idoneo alle funzioni di Cassazione, nello stesso anno è stato nominato procuratore aggiunto presso la procura della Repubblica di Catanzaro.

Referente distrettuale per l’informatica fin dal 1998, ha anche coperto gli insegnamenti di Archivistica informatica, nonché di Diritto delle comunicazioni presso l’Università della Calabria.

Sino al 2000, dunque, la carriera giudiziaria di Spagnuolo si è svolta tutta a Cosenza e gli incarichi conferitigli dalla locale Università sono indiscutibilmente sintomatici del suo ottimo inserimento in quella città, dove tuttora risiede.

All’epoca del processo Garden, Spagnuolo ebbe l’occasione di interrogare personaggi che erano stati introdotti davanti al pubblico ministero Stefano Tocci perché erano intenzionati a collaborare, dall’avvocato Marcello Manna. Il pm non li accettò. A Tocci infatti non era sfuggita la circostanza, insanabilmente contraddittoria, che uno dei difensori più agguerriti del processo Garden fosse anche il procacciatore di collaboratori di giustizia a carico dei propri assistiti.

Angello Pugliese e Marcello Manna
Foto tratta dal libro “Mamma ‘ndrangheta” di Arcangelo Badolati

In un colloquio telefonico con l’avvocato Angelo Pugliese, tra l’altro, Tocci espresse la preoccupazione che l’avvocato Manna potesse incorrere in una vendetta da parte delle cosche o addirittura potesse essere arrestato per inquinamento delle prove.

Simili preoccupazioni non nutriva evidentemente Spagnuolo, allorché non solo raccolse le dichiarazioni dei collaboratori introdotti da Manna ma addirittura allargò l’ambito dei suoi interrogatori al punto di sollecitare quei collaboratori a dare notizie su argomenti estranei al suo interesse ma di certo influenti nel procedimento di Tocci.

Delle condotte di Spagnuolo venne a conoscenza Mariano Lombardi. La sua reazione fu immediata, indignata ed inequivocabile nel censurare la condotta del sostituto cosentino. Costui andava al di là di qualsiasi tollerabile limite impostogli dalla natura e dall’oggetto dei processi che legittimamente trattava per invadere il campo delle altrui competenze, senza curarsi di minare alla base strategie processuali che non gli appartenevano e facendosi, poco importa se consapevolmente o inconsapevolmente, comunque strumento di inquinamento delle prove in processi per i quali non aveva nessuna competenza.

2 – (continua)