Cosenza e Rende, là dove non si possono aprire (neanche) i balconi (di Alessia Principe)

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di Alessia Principe

Le strade parlano, spesso urlano, forse gracchiano (quando il motore di una vecchia Tipo sfreccia con la marmitta modificata), ma non è un nostro dovere ascoltarle. Non lo è perché le leggi del nostro Stato tutelano il diritto alla quiete pubblica. E il fracasso stradale rientra tra questi disturbi.

Il Comune di Rende, nel suo cuore moderno, è attraversato da una lancia chiamata SS107, venuta su tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta quando al posto della scuola c’era un orto di melanzane e zucchine, e in piazza Matteotti ci pascolavano le vacche invece degli studenti svogliati. Poi è arrivata la civiltà e, come accade a questi meridiani, anche il suo contrario.

La zona cambia, si urbanizza. Via i campi, azzerati i recinti, mandati via i buoi, si inizia a bonificare e a costruire anche lì dove non si sarebbe dovuto. Il problema è che il Comune non si è preoccupato che la vicinanza con la trafficata Statale potesse portare nocumento agli abitanti, così ha rilasciato le concessioni ai costruttori che, nomen omen, hanno costruito. E anche tanto.

Oggi in quelle zone si viaggia sui cento decibel di giorno. Ma il rilevatore è solo quello di un app per Iphone. Con uno strumento di precisione si arriva a vette ben più alte del minimo tollerabile. Il Ministero dei Trasporti, qualche anno fa, aveva chiesto ad Anas di mappare il territorio nazionale segnalando i casi di inquinamento acustico dovuto alla vicinanza di quartieri urbani con arterie stradali.Ventimila casi sono finiti sul tavolo, ora nel cassetto, del Ministero, tra cui quello di Rende. Il caso, spiegano dall’Anas, è a monte. I Comuni non avrebbero dovuto concedere le autorizzazioni a costruire o almeno avrebbero dovuto prevedere degli oneri, a carico dei costruttori, per il montaggio delle barriere fonoassorbenti che, precisano, non sono esteticamente il massimo ma, di concerto con l’asfalto con le stesse caratteristiche d’assorbimento sonoro, praticamente annullano il rumore.

Per gli abitanti la qualità della vita migliorerebbe senza dubbio. Invece sono quarant’anni che per parlare, affacciati ai balconi, si deve urlare con le mani a coppa per farsi sentire.

Insomma il Comune è inadempiente, non avrebbe dovuto rilasciare le concessioni o, quantomeno, prevedere degli oneri per assicurare la costruzione della barriere. E se anche degli oneri sono stati versati dai costruttori all’epoca, certo è che non sono stati impiegati per tutelare la salute di nessuno. Quindi ci sarebbe da chiedersi dove sono finiti (a patto che siano mai esistiti).

Ma anche il Comune di Cosenza con le distanze e i suoni non va molto d’accordo. La sopraelevata che conduce alla rotonda (destra verso Rende, sinistra verso l’autostrada) è un capolavoro di illegalità. Ho visto una signora stendere i panni mentre un suo calzino cadeva sul guard-rail. La vicinanza tra strada e palazzi è inesistente. Tra polveri sottili e inquinamento acustico c’è da auspicare che qualcuno controlli una volta al mese se lì dentro sono ancora vivi o morti.

A Cosenza la situazione è un po’ diversa rispetto a Rende perché il Comune è il proprietario (non solo il gestore come avviene a Rende in quanto lì il bacino tocca le diecimila unità) della strada. Anche qui bisogna chiedersi: chi ha dato il permesso a costruire? Le case erano presenti prima del ponte? Bene, in questo caso il Comune può chiedere all’Anas di costruire le protezioni. Le case sono state costruite dopo? Bisogna intervenire comunque, ne va della salute pubblica. Di certo le distanze non potranno essere ripristinate (o si sposta la casa o il ponte, fossimo in America chiameremmo quelli del programma “Sposta la mia casa” ma qui la vedo dura) ma almeno a qualche danno si potrà rimediare prima che qualcuno perda l’udito o la testa.