Cosenza, ritorna “La tela e lo schermo” con “Afterimage”

RITORNA “LA TELA E LO SCHERMO”, LA RASSEGNA CHE INDAGA I RAPPORTI TRA IL CINEMA E LE ARTI PLASTICHE, ARRIVATA ALLA QUARTA EDIZIONE, SI SPOSTA DA RENDE A COSENZA E SI APRE LUNEDÌ 12 FEBBRAIO AL CINEMA SAN NICOLA CON “AFTERIMAGE”, TESTAMENTO ARTISTICO DEL GRANDE ANDRZEJ WAJDA, INEDITO IN ITALIA E PRESENTATO DA UGO G. CARUSO

In linea con le precedenti edizioni anche per questa sua quarta volta il cartellone de “La tela e lo schermo”, la rassegna diretta da Giuseppe Scarpelli e promossa dal Cineforum “Falso Movimento” presenta appuntamenti rivolti ad un pubblico dal palato fine che non sfigurerebbero nella programmazione di una grande città.

Dopo le tre edizioni ospitate a Rende dal Museo del Presente e al Cinema Santa Chiara si riparte lunedì 12 febbraio alle ore 20.30 nel Cinema San Nicola di Cosenza con l’ultima opera del grande regista polacco, Andrzej Wajda, recentemente scomparso. Afterimage (Powidocki – Polonia 2016 ) può essere considerato per tante ragioni il suo testamento artistico e spirituale.

Ad averlo scelto e a presentarlo in apertura di serata lo storico del cinema, Ugo G.  Caruso, studioso da lungo tempo delle cinematografie dell’Europa dell’Est, che aveva dedicato nel novembre 2016 al Cineclub “Alphaville” di Roma un incontro commemorativo, a solo un mese salla morte, sull’autore di “Cenere e diamanti”, “Paesaggio dopo la battaglia”, “L’uomo di marmo” e di tanti altri titoli rimarchevoli, discutendone insieme a Paolo D’Agostini, critico cinematografico de La Repubblica e allo slavista Lorenzo Pompeo.

Il film, presentato ai Festival di Toronto e di Roma ma rimasto inedito in Italia, racconta la vicenda reale del celebre pittore Wladislaw Strzeminski, bielorusso naturalizzato polacco, che ci viene rappresentato come un docente di grande spessore, pittore instancabile (nonostante le sue gravi menomazioni fisiche), teorico acuto e prolifico formatosi con Malevič nella temperie delle avanguardie del Novecento, marito separato della sultrice Katarzina Kobro, padre  forse un po’ distante, maestro carismatico e capace di ammaliare i suoi allievi.Ma soprattutto come un individuo odiato ferocemente dal potere stalinista, per il suo rifiuto di piegare la libertà espressiva alle direttive comuniste sull’arte. Il suo diniego all’allettante offerta delle autorità polacche di diventare un artista di regime a patto di allinearsi alle teorie del realismo socialista, lo spingerà verso un tragico isolamento.
Infatti gli verrà tolto l’insegnamento, sarà espulso dall’albo degli artisti polacchi e di fatto gli verrà impedito di lavorare ed esprimersi artisticamente. Solo un piccolo gruppo di affezionati allievi cercherà di sostenerlo umanamente e aiutarlo professionalmente.

La struttura formale dell’opera rammenta proprio gli equilibri geometrici e la lucidità compositiva del lavoro pittorico di Władiłsaw Strzemiński, il quale portò avanti con testardaggine e dignità la sua personale battaglia per la libertà in un periodo in cui dire una sola parola fuori posto in pubblico significava rischiare la propria vita. Afterimage, dunque, ci porta con eleganza dentro l’universo mentale di questo artista che non ha rinnegato mai le sue idee e che è morto povero e senza lavoro, abbandonato alla fine da tutti tranne che dalla giovanissima figlia.

Afterimage non è affatto, come si sarebbe indotti a pensare, fuorviati dall’età del cineasta, un’opera senile, bensì un film dallo stile rigoroso ed essenziale, dalla narratività piana e che si segnala per una straordinaria direzione degli attori, a partire dal solito, bravissimo Bogusław Linda nel ruolo di Władisław Stremiński.
Wajda, grande appassionato e conoscitore dell’arte contemporanea fa proprie le teorie del suo personaggio e le trascrive nello stile figurativo del film che resta un’opera importante e definitiva sull’argomento. L’ultima scena lascia chi guarda in una condizione di sospensione emotiva in cui l’assenza fisica del pittore è niente altro che il rovescio della medaglia della sua significativa presenza nella cultura europea del Novecento.Dopo questa significativa apertura, dal 19 febbraio “La tela e lo schermo” entrerà nel vivo con una serie di titoli che finora non hanno trovato spazio nella programmazione delle sale cinematografiche cosentine, anzitutto con “The Square” di Ruben Östlund, film sull’arte contemporanea, vincitore della Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes e candidato all’Oscar 2018 come miglior film straniero.

Sarà poi la volta (il 26 febbraio) di “Manifesto”, dell’artista e regista Julian Rosefeldt. Si tratta del film che ha conquistato e fatto sorridere il pubblico del “Sundance Film Festival” e nel quale la tradizione dei manifesti artistici e letterari dei protagonisti delle avanguardie storiche viene raccontata in 13 curiosi monologhi interpretati da Cate Blanchett. Il genio controverso di Egon Schiele, cui è dedicata anche la locandina della rassegna, è raccontato, invece, nel film tedesco, di Dieter Berner, in programmazione lunedì 5 marzo, dal titolo “Egon Schiele – La morte e la fanciulla”. A 100 anni dalla morte, Egon Schiele è ancora oggi troppo audace tant’è che l’azienda che gestisce le metropolitane di Londra ha censurato i manifesti che riproducono le sue opere, diffusi in tutta Europa dalla sua città, Vienna, che si appresta a celebrare il centenario di un artista simbolo dell’Espressionismo e della secessione viennese.
A chiudere il ciclo di proiezioni, sarà, lunedì 12 marzo, “The space in between. Marina Abramović and Brazil”, di Marco Del Fiol. Un omaggio ad una delle più originali artiste viventi: Marina Abramović, per l’appunto.
Tra cerimonie di purificazione e trip psichedelici, Marina riflette sulle affinità tra performance artistiche e rituali e si mette totalmente a nudo, in un tragitto anche interiore nei meandri del suo passato.
“L’operazione culturale del Cineforum Falso Movimento – spiega Giuseppe Scarpelli, infaticabile promotore de “La tela e lo schermo” – è piuttosto complessa in quanto, invitando lo spettatore ad approcciarsi alla “visione” non per compartimenti stagni, tenta, nel suo piccolo, di proporre una ridefinizione del cinema sganciandolo dalle condizioni di esperienze novecentesche. Se allenassimo lo sguardo inserendo il cinema all’interno di una più generale storia delle rappresentazioni e delle immagini in movimento, capiremmo che all’interno di tale sistema gli intrecci tra arte e cinema sono sempre più inestricabili”.