Cosenza, sanità corrotta: Urbani fa parte a tutti gli effetti del “Sistema Cinghiale”

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Egregio Direttore,

desidero farle i complimenti per l’articolo pubblicato sulla sua testata on line il 18 ottobre 2017 dal titolo: “Cosenza, sanità corrotta: il Cinghiale molla (anche) Frà Remigio Magnelli e Scoti” (http://www.iacchite.com/cosenza-sanita-corrotta-cinghiale-molla-fra-remigio-magnelli-scoti/). I complimenti se li è meritati soprattutto perché, da perspicace e libero giornalista quale è lei, è riuscito a svelare, e quindi a pubblicare, il sistema politico di tipo piramidale che governa la sanità a Cosenza e in provincia, indipendentemente da chi, in qualsiasi momento, si trovi a governare la Regione Calabria e l’Italia.

Effettivamente, questo sistema è stato costruito, in maniera mirata, lungimirante e con un lavoro certosino iniziato diversi anni fa, ponendo gli uomini giusti al posto giusto ma tutti rispondenti ad un’unica persona che rappresenta, ancora oggi il dominus della sanità in questa città e in questa provincia. Ed è inutile tentare di appellarsi al merito, alle regole, alle leggi, alla giustizia.

Se lui ha deciso una cosa, anche se poco o per niente legale, i suoi uomini, che gli devono molto e che sono pronti ad immolarsi per lui, mettono in atto anche le più becere nefandezze pur di accontentarlo e pur di mantenere questa situazione di potere. Infatti, il loro riuscire a raggiungere, non importa se in modo lecito o illecito, gli obiettivi che lui propone, serve esclusivamente a dimostrare, a tutta l’opinione pubblica di Cosenza e provincia, che il più forte è ancora lui e che, almeno in ambito sanitario, non si muove foglia che lui non voglia.

Tuttavia, per amore di verità, mi corre l’obbligo di correggere una piccola parte di quell’articolo. La parte in cui l’articolo dice: “Leggendo la denuncia del Meetup Cosenza del M5S ci si accorge che è addirittura l’ex subcommissario della sanità calabrese Andrea Urbani (uomo del Cinghiale) a denunciare le malefatte degli stessi scagnozzi di Tonino Gentile.

Scura e Urbani

Intanto, immagino che lei sia a conoscenza del fatto che Andrea Urbani è, ed è stato, nient’altro che la longa manus dell’apice del sistema nell’ambito della struttura commissariale, così come lei dice dei due dirigenti dell’Asp e dell’Azienda Ospedaliera di Cosenza citati nel suo articolo. Pertanto, se Urbani fa parte del sistema, mai e poi mai si sarebbe sognato di “denunciare le malefatte degli stessi scagnozzi” dell’apice di quello stesso sistema.

In questo articolo, a mio avviso, si parte da un presupposto sbagliato, ossia, che l’articolo apparso sul Quotidiano del Sud il 15/7/2017 riporti parole pronunciate al giornalista direttamente da Urbani. In realtà non è così, perché quell’articolo raccoglie una intervista al Commissario Scura, nella fase di diverbio proprio con Urbani per la mancata firma di quest’ultimo sul decreto 50. E’ proprio il commissario Scura a dire che Urbani, al fine di giustificare la sua mancata firma sul decreto 50, “avrebbe affermato che in Calabria ci sono 17 ortopedici di troppo, 11 medici nefrologi in eccedenza, 4 cardiochirurghi, 5 chirurghi toracici e 8 ginecologi definiti addirittura inutili”.

Se Urbani avesse veramente voluto denunciare le malefatte dei due dirigenti dell’Asp e dell’Ao di Cosenza in merito alla vicenda delle due ginecologhe, essendo lui nella struttura commissariale addirittura dal 31/10/2013 (era geologica Scopelliti), avrebbe potuto farlo già molto tempo prima. In realtà, così come Remigio Magnelli nell’Asp di Cosenza e Vincenzo Scoti nell’Ao di Cosenza, Andrea Urbani è stato “l’uomo giusto al posto giusto” nell’ambito della struttura commissariale, tanto da sopravvivere, in qualità di sub commissario (grazie al suo mentore, che nel frattempo aveva in mano anche il ministro della salute facente parte del suo partito), a ben 4 commissari che, invece, nel tempo, sono cambiati, ossia, nell’ordine: D’Elia, Scopelliti, Pezzi e Scura.

In realtà, Urbani ha permesso, senza muovere un dito, nel giugno 2014, che due ginecologhe a tempo determinato, dipendenti dell’Asp di Cosenza, usufruissero dell’istituto della mobilità per passare nell’Azienda Ospedaliera di Cosenza, ugualmente a tempo determinato (ovviamente con il beneplacito delle due aziende che fanno parte del sistema), senza procedura ad evidenza pubblica e in pieno blocco del turnover per il famoso piano di rientro dal debito sanitario della regione Calabria. Praticamente, è avvenuta una assunzione per chiamata diretta in una azienda pubblica. Una cosa inaudita che lei, giustamente, definisce “Roba da banditi”.

Ma ciò è nulla rispetto a quello che è avvenuto successivamente e che lei semplicemente accenna nel suo articolo Eppure le due ginecologhe continuano normalmente a lavorare e il dirigente dell’Asp non ritiene necessario sospenderle..  Infatti, sei mesi più tardi, l’Azienda Ospedaliera di Cosenza, recependo una disposizione del commissario Pezzi (che probabilmente ha fatto valere il suo ruolo di commissario rispetto al sub commissario ed infatti, probabilmente per questo, è stato fatto fuori mentre Urbani è rimasto), revoca il contratto a tempo determinato alle due dottoresse e chiede all’Asp di riprendersele alla luce del fatto che la legge italiana dice che l’istituto della mobilità non può essere applicato sul personale con contratto a tempo determinato.

Ebbene, l’Asp di Cosenza in un primo tempo cerca di resistere e di opporsi a questa decisione ma a febbraio 2015 emana una delibera con la quale richiama le due dottoresse a rientrare nell’Asp.

A questo punto, abbiamo tre enti pubblici (una struttura commissariale e due aziende sanitarie) che impongono a due dipendenti a tempo determinato di andare via dall’ospedale di Cosenza e di rientrare nell’Asp di Cosenza.

Lei cosa si aspetta che sia realmente accaduto?

Foto di Fabrizio Liuzzi

Una cosa inimmaginabile in un mondo normale: le due dottoresse hanno continuato a lavorare, CON IL CONTRATTO REVOCATO, nell’ospedale di Cosenza fino al 31/8/2015. Quindi, le due dottoresse hanno lasciato l’ospedale di Cosenza solo nove mesi dopo la revoca del  contratto (e del resto, trattandosi di ginecologhe, non potevano che passare 9 mesi) e, soprattutto, ciò è avvenuto solo dopo l’intervento della GdF, sollecitata da un esposto presentato alla Procura della Repubblica di Cosenza (che almeno in questo caso va applaudita in quanto ha capito la gravità di ciò che era successo e ha provveduto in breve tempo a ristabilire la legalità).

Le lascio immaginare le implicazioni economiche, giuridiche e medico legali che si possono ipotizzare in questa circostanza:

Quale delle due aziende, fra Asp e Azienda Ospedaliera, ha pagato lo stipendio alle due ginecologhe? Quale azienda emetteva la busta paga? (o forse si può ipotizzare che una azienda pubblica abbia pagato in nero due sue dipendenti?) Se si fosse verificato un contenzioso medico-legale coinvolgente le due dottoresse, l’assicurazione di quale azienda avrebbe risarcito la paziente?

Come può notare, sono tante le implicazioni che ne derivano e che, a tutt’oggi, rimangono senza risposta. Ma non pensi lontanamente che la giustizia abbia trionfato almeno in questo caso.

In realtà, il “sistema” ha messo in atto, immediatamente dopo l’abbandono dell’ospedale di Cosenza da parte delle due dottoresse avvenuto il 1/9/2015, una nuova strategia per riportare le cose al loro posto. Infatti, già il 24/9/2015, l’ospedale di Cosenza bandiva un concorso per 4 posti di ginecologia (di cui due posti riservati al personale precario) senza che mai questo concorso fosse stato preceduto da una qualsivoglia procedura di mobilità di personale medico ginecologico a tempo indeterminato presente, eventualmente in esubero, in regione o fuori regione, così come vuole la legge italiana.

Ora, se Urbani avesse veramente voluto fermare questa illegalità, si sarebbe sicuramente opposto all’espletamento di questo concorso. In realtà è proprio lui, insieme al Commissario Scura, che ne ha dato l’autorizzazione all’espletamento, alla luce di una ricognizione dei precari, presenti in ogni singola azienda sanitaria ed ospedaliera, avvenuta nell’aprile 2015 (è ovvio che in questo frangente chi conosceva bene la vicenda era Urbani e non Scura che si era insediato da meno di una settimana).

E cosa rispose, secondo lei, l’Azienda Ospedaliera di Cosenza ai commissari sulla presenza o meno di ginecologhe precarie al suo interno suscettibili di stabilizzazione tramite concorso?

Avendo revocato il contratto alle due ginecologhe quattro mesi prima (dicembre 2014), avrebbe dovuto dire che non aveva ginecologhe precarie da stabilizzare tramite concorso. E invece scrisse il contrario. E in questo modo ha dato ad Urbani l’opportunità di autorizzare il concorso per le ginecologhe.

Il concorso è stato, quindi, bandito nel settembre 2015 ma è stato espletato nel luglio 2016 solo perché si era in attesa che si pronunciasse il TAR Calabria in merito al ricorso avverso tale procedura concorsuale non preceduta dalla procedura di mobilità.

Per cui, se Urbani avesse voluto, avrebbe avuto tutto il tempo di far revocare quel bando di concorso e ciò, soprattutto, alla luce delle dichiarazioni che lo stesso Urbani avrebbe fatto per giustificare la sua mancata firma sul decreto 50. Infatti, se Urbani era a conoscenza sin dal 2015 del fabbisogno di medici nelle aziende sanitarie e ospedaliere della regione Calabria, perché solo nel 2017 in fase di pubblicazione del decreto 50, che determinava l’assunzione di altro personale medico, ha affermato che “in Calabria ci sono 17 ortopedici di troppo, 11 medici nefrologi in eccedenza, 4 cardiochirurghi, 5 chirurghi toracici e 8 ginecologi definiti addirittura inutili”? E, soprattutto, perché ha autorizzato l’espletamento di concorsi in queste discipline nonostante gli esuberi di personale?

La risposta è semplice: perché in un primo momento, nel 2015, essendo lui parte integrante del suddetto “sistema”, ha fatto assumere con il concorso i medici di suo interesse.

Successivamente, nel 2017, essendo i buoi ormai scappati dal recinto (ovvero avendo sistemato i suoi), si è opposto, con la sua mancata firma, alla pubblicazione del decreto 50 fino alla sua revoca avvenuta mediante la pubblicazione, ad agosto scorso, del decreto 111, il quale non prevedeva più la stessa quantità di posti a tempo indeterminato per medici rispetto al decreto 50 mai pubblicato.

Ecco spiegato il “sistema” basato sul postulato: l’uomo giusto al posto giusto.

A questo punto, non rimane che sperare nella giustizia che comunque, nonostante la sua lentezza, fa il suo corso e non rimane che sperare che il classico “giudice a Berlino” possa risiedere anche nelle aule del tribunale del riesame di Catanzaro.

Lettera firmata