Cosenza, Spagnuolo il gattopardo: ecco come ha fatto affari con l’informatica all’Unical

Non si direbbe, ma il procuratore capo Mario Spagnuolo, il “gattopardo” per eccellenza della procura e del Tribunale di Cosenza, ha due grandi amori: l’informatica e l’Università della Calabria. E infatti il procuratore di Cosenza non perde mai occasione per tornare sul luogo del…. delitto. Qualche volta per concludere convegni dall’alto di non si capisce quale autorità se non quella dell’intrallazzo e dei grimaldelli, le uniche cose che gli riescono bene. E qualche volta – addirittura!!! – per dare il suo contributo a improbabili master di intelligence… 

A dire il vero, dovremmo aggiungerne un terzo amore, che è quello della politica. Ma dopo le pulsioni giovanili che lo avevano portato a sposare nientepopodimenoche la causa di Avanguardia Nazionale, estrema destra, Spagnuolo ragazzo torna sulla retta via, se ne va a Pisa e si laurea col massimo dei voti in Giurisprudenza all’Università di Pisa. Siamo nel 1976, Spagnuolo ha 22 anni, siamo nel bel mezzo degli anni di piombo e toglie il saluto ai camerati. Non si sa mai.

Lavora al Ministero degli Interni, quale funzionario di Prefettura e alla Banca d’Italia quale funzionario. Entra nel ruolo organico della magistratura nel 1980, a 26 anni, collocandosi al 39° posto su 172 della graduatoria di merito del relativo concorso e torna a Cosenza.

Dall’anno 1981 all’anno 1988 ha svolto funzioni giudicanti presso il Tribunale di Cosenza quale componente e/o presidente del collegio penale e di quello della prevenzione, nonché di giudice a latere della Corte di Assise. Ma in cuor suo sta maturando la “svolta”, quella che gli cambierà davvero la vita.

Spagnuolo – non è un mistero – tifa per il Cosenza Calcio e in coincidenza con l’anno più bello per i colori rossoblù (la promozione in Serie B del 1988), ecco che arriva un nuovo amore: quello che lo porta a diventare investigatore rapace e onnivoro (per i fatti suoi…), così tanto da iniziare un lungo sodalizio con l’anima nera del porto delle nebbie, il procuratore capo Alfredo Serafini appena subentrato a Oreste Nicastro, il braccio destro occulto di Franco Muto. E così dalle funzioni giudicanti passa a quelle inquirenti. Tradotto in soldoni (termine che deve piacergli moltissimo, come vedremo), diventa pubblico ministero, sostituto procuratore ed alter ego di Serafini.

Sono gli anni più belli e produttivi del porto delle nebbie, quelli che porteranno una cricca di delinquenti capeggiata proprio da Serafini e Spagnuolo con il concorso dei cosiddetti “avvocatoni”, a neutralizzare il processo Garden grazie alla gestione tutta particolare dei pentiti. Da Franco Pino a tutti i canterini del clan avverso, quello di Franco Perna, l’unico vero boss che non cede mai alle sue viscide lusinghe.

L’incontro con l’avvocato Tommaso Sorrentino porta via a Spagnuolo le incrostazioni del suo passato fascista e lo porta ad una sorta di conversione sulla via di Damasco ma forse sarebbe meglio dire sulla via di Arcavacata, tanto Spagnuolo è diventato intraneo alle logiche di un ateneo che è sempre stato autenticamente di sinistra ma che spesso ha adottato anche figli della destra come il compianto professor Guenot.

Per entrare all’Università Spagnuolo, come fa sempre anche quando è “investigatore”, usa grimaldelli. E “Tombolino” (simpatico nomignolo di Sorrentino) si prodiga al massimo per il suo amico Spagnuolo con il quale instaura un rapporto fecondo, diremmo quasi un menage a trois che vede protagonista anche il collega Luberto, all’epoca imberbe ed inesperto. Ma per Spagnuolo, in quegli anni, oltre ai pentiti ed ai suoi amici “avvocatoni”, c’è soprattutto l’informatica. Nel senso che è tra i primi a capire quale “rivoluzione” porterà anche nella giustizia.

Tommaso Sorrentino

Ma non c’è solo Sorrentino che pilota l’ingresso di Spagnuolo all’Università della Calabria. L’altro deus ex machina è il roglianese Roberto Guarasci, classe 1958, professore ordinario di Archivistica, Bibliografia e Biblioteconomia. E’ lui che attraverso le sue sofisticate pratiche d’archivio che gli ritaglia un posto di primo piano.

Spagnuolo segnala, in particolare, la elaborazione di software per la gestione di indagini particolarmente complesse, per la gestione del fascicolo del pm e di quello del dibattimento, per la comparazione ed il riconoscimento dei volti. In tale contesto ha partecipato al gruppo di lavoro, istituito proprio all’Unical, che ha analizzato per conto della Autorità del Garante per la Informatica (AIPA) la validità delle chiavi biometriche ai fini della configurazione di sistemi di riconoscimento.

Quanto basta perché il CSM lo nomini referente distrettuale per l’informatica per i bienni 1998/99, 2000/2001, 2002/2003. Ma soprattutto quanto basta per farlo entrare nei meccanismi dell’Università della Calabria e fare bei soldini…

Nell’anno accademico 1996/97 è stato titolare di contratto integrativo (art. 25 DPR 382/80) alla cattedra di Documentazione, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi della Calabria per l’insegnamento de “L’utilizzo della documentazione elettronica nel processo penale”. Capirai che argomento scottante…

Nell’anno accademico 1997/98 è stato titolare della cattedra per l’insegnamento di “Archivistica informatica” presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Università degli Studi della Calabria, conferitagli ai sensi dell’art.100 DPR 382/80, incarico confermato anche nei successivi anni accademici 1998/1999 e 1999/2000 e successivamente della cattedra per l’insegnamento di “Diritto dell’informazione e della comunicazione”, fino all’anno accademico 2005/2006.

Tutto questo, dunque, anche ben oltre il suo allontanamento da Cosenza, avvenuto all’alba del 2000, visto che Spagnuolo, furbo come una volpe, prima se n’è andato a Catanzaro alla DDA a fare lega con Lombardi per “eliminare” il troppo pericoloso De Magistris e poi a Vibo Valentia, insomma sempre ad un tiro di schioppo dall’Unical per “arrotondare” i suoi guadagni e costruirsi la splendida villa dove abita in via Santoianni a Laurignano. Una villa protetta amabilmente dai suoi amici delinquenti. Altro che scorta!

A Cosenza per sintetizzare percorsi di gentaglia corrotta come Spagnuolo, diciamo che ci ha fatto na singa e questa singa dev’essersi per forza tradotta anche in un bel gruzzoletto di denari che sono andati a rimpinguare il suo già lauto stipendio di magistrato integerrimo per farci credere i caggi.

Il professore Roberto Guarasci

A proposito del mentore di Spagnuolo all’Unical, a molti non è sfuggito il particolare che il professore Roberto Guarasci, dallo scorso mese di marzo, è il nuovo direttore del dipartimento di Lingue e Scienze dell’Educazione dell’Università della Calabria (LISE). E a quanto pare si sta già dando parecchio da fare. In questi giorni il TAR della Calabria discuterà la validità del concorso farsa orchestrato dal duo Guarasci-Crisci per un concorso di geologo ma non solo. Il Dipartimento di Lingue e Scienze dell’educazione sembra essere avvezzo alle aule di tribunale: solo qualche mese fa infatti accadde un altro brutto episodio con un bando che venne addirittura annullato dal Tar. Ma la procura di Cosenza, quando si tratta di indagare sull’Unical, non solo non ci sente ma asseconda tutto il possibile in una maniera a dir poco “sospetta”.

Dev’essere anche per questo che, nel corso di questo 2017, si è registrata la ripresa di rapporti del rapace e onnivoro Spagnuolo con l’ateneo e così il procuratore più corrotto d’Italia spesso e volentieri riceve giovani studenti nelle grandi aule della procura e del Tribunale ai quali non spiega ovviamente le dinamiche della corruzione e dei verminai per le quali è massimo esperto ma si distingue per la sua squallida cultura farisea e da sepolcro imbiancato. Non dimenticando mai i suoi indispensabili “grimaldelli”…

Proprio qualche tempo fa, come accennavamo, Spagnuolo (insieme alla sua faccia di culo) è tornato all’Unical insieme al suo compagnuccio di merende Guarasci. Parlavano della “tutela dell’ambiente tra diritti e politica” pensate un po’ come sono avanti… Insieme ai due amici per la pelle, per rendere più “credibile” il tutto c’erano anche il famigerato Rubino (quello dei trenta alla figlia del boss), Enrico Marchianò, Alessandro Mazzitelli, Rocco Giurato, Fabrizio Luciani e Sabato Romano. Totò avrebbe concluso con tre semplici parole: “E io pago!”. Amen.