Cosenza, tragedia a corso Telesio. La storia della famiglia Noce: facciamoci tutti un esame di coscienza

Vigili del fuoco al lavoro sull'incendio che si è sviluppato in un appartamento di uno stabile nel centro storico di Cosenza, 18 agosto 2017. ANSA

La famiglia Noce è una storica famiglia di Cosenza Vecchia. Da tutti conosciuta come “Noci i papà”. Tutti a Cosenza vecchia, e non solo, abbiamo un soprannome. Non è una offesa alla memoria ricordarlo. Al contrario serve per meglio capire i tratti distinti di chi si è trovato vittima di una così immane tragedia. Che deve avere per forza dei responsabili e delle responsabilità che vanno ricercate. A cominciare dalle mie.

Da che ne ho memoria io (ho 50 anni) la famiglia Noce ha sempre vissuto nell’appartamento che è diventato per Tonino, Roberto e Serafina anche la loro tomba. Il capo famiglia, “Franchinu u bombolaru”, gestiva un avviato negozio di bombole di gas, quando Cosenza vecchia era abitata in ogni dove e, all’epoca – non dico che navigavano nell’oro – era una famiglia a cui non mancava niente. I loro problemi erano altri. Legati per lo più al disagio e al malessere che diversi componenti della famiglia vivevano.

Tra questi Tonino e Pinuzzu, due dei 5 figli nati dal matrimonio tra Franchinu e la moglie, una coppia che già di suo aveva noti problemi. Per fortuna Pinuzzu non era presente in casa al momento della tragedia. A loro si era aggiunto anche Roberto, nipote di Tonino e Pinuzzu, figlio della sorella, e la sua compagna Serafina. Anch’essa con un vissuto travagliato legato sempre al “disagio mentale”.
Infatti più che per il pane litigavano spesso tra di loro, quando c’era ancora tutta la famiglia, per mere questioni di convivenza. O di “vicinato”. Liti che sono continuate tra i fratelli anche dopo la morte dei genitori, e per gli stessi futili motivi: con i genitori in vita, seppur tra mille difficoltà, la situazione era più o meno sotto relativo controllo. Dopo la morte dei genitori la condizione di Tonino, Roberto e Pinuzzu, materiale e mentale, si è aggravata e non di poco.

Tutti conoscevano Tonino, Roberto e Serafina, morti in maniera atroce, avvolti dalle fiamme divampate nel loro appartamento chissà come, e tutti sappiamo che in fondo erano dei buoni. Qualche volta “aggressivi”, si fa per dire, con chi magari li stuzzicava. Non sopportavano la presa in giro. Bastava, ad esempio, dire a Tonino: “Noci i papà”, per scatenare le sue “ire”. Che si risolvevano al massimo con qualche sua imprecazione.

Questo “soprannome”, accompagnato nella pronuncia da una gestualità intesa a mimare una “stramba” carezza, mirava a ridicolizzare un gesto d’affetto che ebbe il papà, Franchinu, nei riguardi di Tonino in pubblico, tanto tempo fa. Ma più in generale era un modo per “scimmiottare” il suo strano modo di dire ai figli: “bell’i papà”. Il suo strano modo di mostrare affetto.
Il perché dello scherno di un gesto così bello e naturale, è legato alla figura del defunto Franchinu u bombularu che era un personaggio sotto tutti i punti di vista. Non saprei descriverlo se non usando l’idea che aveva Pasolini del volto degli “emarginati”. Volti quasi deformi, con forti e marcati lineamenti e protuberanze inopportune. Maschere del grottesco Carnevale che è la vita. O se volete volti che ricordano le figure tanto care all’Arcimboldo.

E si sa che la gente è cattiva. Una presa in giro che solo la cattiveria popolare può concepire e che stava a significare questo: voi, Noci i papà, che non siete begli esemplari di uomini come noi, anzi, si potrebbe dire che apparteniamo a due specie diverse, non potete avere gli stessi comportamenti gestuali ed emotivi di noi umani. Le carezze di Franchinu a Tonino, dunque, erano per tutti noi sani esemplari di umani, solo l’imitazione di un nostro gesto di cui persone diverse come loro non potevano comprenderne il senso, e la profondità. Nu ciuatu, si sa, è incapace di amare.
A ciutia: una marchio che la famiglia si è sempre portata dietro. E questo prima di dare le responsabilità agli altri dobbiamo dircelo. Chi non gli ha riso dietro? Da qui anche il loro “conflitto” con il vicinato.

Dopo la morte dei genitori, dicevo, tra Pinuzzu e Tonino (fratelli) diventano sempre sempre più frequenti i litigi, tanto da far intervenire più volte le forze dell’ordine per sedare furibonde liti tra di due. Spesso finite con uno dei due, se non entrambi, all’ospedale. Litigi nei quali veniva coinvolto anche Roberto, quando non era lui il promotore. L’appartamento lasciatogli dai genitori, divenne pian piano una sorta di discarica. Delle loro vite e delle poche cose materiali che in quel luogo erano rimaste.

Degrado ed abbandono sono state le uniche costanti che hanno accompagnato la loro vita in tutti questi anni. La loro incapacità di gestirsi il quotidiano li aveva abbrutiti tanto da renderli agli occhi della gente inavvicinabili. Esseri alieni al nostro vivere. Randagi umani abbandonati al loro destino da una società incapace di rapportarsi con il disagio mentale. Questa è la mia responsabilità: sapevo, vedevo e non ho mosso un dito.
Di sicuro ci sono le responsabilità istituzionali di chi poteva fare e non ha fatto. Ma fidarsi di questa giustizia lo sappiamo, è inutile. E tutto come sempre finirà a tarallucci e vino. Diranno che è scoppiata una bombola, ironia della sorte, e quindi una morte voluta dal destino. La colpa non è di nessuno.

Da questa triste e disumana vicenda ho imparato, una volta per tutte, che bisogna considerare le persone quando ancora sono in vita e non piangere lacrime di coccodrillo a tragedia consumata.

GdD