Cosenza, vi racconto com’è nato il concerto di Capodanno (di Ugo G. Caruso)

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di Ugo G. Caruso

Cosenza, con buona pace di tutti i cosentini, favorevoli o avversi a questa amministrazione, non è Roma, nè Milano, Torino, Bologna, Napoli, Firenze o Venezia. E’ una città di 80.000 abitanti cui fa riferimento un’area urbana di circa 200.000 persone.

Le generazioni nate a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, specie quelle formatesi in loco e laureatesi all’Unical, a differenza di quella cui appartengo, hanno progressivamente maturato un senso d’appartenenza che è presto sfociato nella acriticità più piatta, nella retorica di campanile, nel provincialismo asfittico ed autoreferenziale, in certa tronfiaggine meridionale alimentata per di più da filoni di pensiero stravaganti e strampalati, privi di solide basi storiche e di alcun fondamento scientifico. In una parola subculture. Ma di successo perchè incontravano il senso di frustrazione diffuso per la crescente marginalità della Calabria.

In questa atmosfera e su questo tessuto si è andato incistando ben più di qualche convinzione infondata e di qualche velleità sconclusionata.

zilliAd esempio, nessuno ha detto o scritto che nelle grandi città il tipo di eventi cui ci si riferisce non è a carico dei Comuni che provvedono solo a fornire luoghi e servizi, bensì di sponsor privati. Dunque, di cosa stiamo parlando?

Ecco perchè è inaccettabile che non vi siano mai fondi per realizzare eventi piccoli ma validi sul piano culturale, di quelli che fanno crescere lentamente una comunità, di cui avverti nel tempo i benefici.

Cosenza negli anni scorsi invece è stata capace di perdere persino la “Primavera dei teatri”, tornata a Castrovillari, né in alcun campo è riuscita ad inventarsi qualcosa che avesse in sè un’ideuzza originale e non imitasse smaccatamente manifestazioni dispendiose, inutili quanto becere anche nella versione originale.

Per dire quanto io sia da sempre contrario al concerto di Capodanno, almeno in un contesto come quello cosentino, vi dirò che la prima edizione si svolse (non ricordo chi fosse l’artista, a conferma dell’immemorabilità dell’evento sui tempi lunghi) all’alba del Duemila.

mancAllora ero consulente culturale del sindaco Mancini che mi annunciò trionfante la sua intenzione di mettere a disposizione un sostanzioso budget per l’evento di fine anno. Gli espressi la mia contrarietà pensando a quante iniziative in vari campi, a partire proprio dalla musica, si sarebbero potute realizzare con quella somma.

Egli però sperava di vendere il concerto alla Rai e di regalare ai cosentini una serata speciale in cui per una volta la città venisse sottratta all’anonimato che la avvolge in tutta Italia con mio grande cruccio e a cui i cosentini non vogliono credere.

Grande fu la delusione quando la Rai rispose che semmai era il Comune di Cosenza a dover pagare per apparire la notte di San Silvestro.

Di fronte alla prospettiva di un ulteriore salasso Mancini recedette ed il concerto ebbe luogo con esiti “autarchici”. Ma da allora si creò un precedente cui un po’ per la novità, un po’ per un malinteso senso d’orgoglio municipalistico, un po’ tanto pure per gli interessi che vi ruotano intorno, non si tornò più indietro.

Quanto sto per dire urticherà molti miei ex concittadini (da 41 anni vivo a Roma), anche magari tra quanti finora mi hanno espresso solidarietà e simpatia ma sono abituato a parlare chiaro fino in fondo, anche a costo di scompiacere.

capo3Cosenza mi appare come un povero in canna che si priva di un regolare pasto ogni giorno e di un dignitoso abito per la vanità di partecipare una volta l’anno ad una cena a base d’aragoste che non può permettersi e con tanto di abito da sera quando per tutti gli altri giorni è costretto a girare con le pezze al culo.

Credetemi, l’esempio non è forzoso ma molto veridico. Dunque, sarebbe bene lasciar perdere la fanfara propagandistica dei sindaci e concentrarsi su quanto già abbiamo e possiamo curare meglio, ottenendone risultati seri e duraturi.

Non scialacquiamo in una notte il budget che dovrebbe servire per un anno solo per sentirci al centro di una ribalta che non ci compete e per i cinici calcoli elettoralistici di un sindaco (parlo anche del passato e non solo del contingente, beninteso) in cerca di consensi facili e disattento ai bisogni reali, primari ed anche in campo culturale.

Spero infine come già detto che di ciò e di tanti altro ancora si possa parlare con franchezza e appropriatamente in pubblico e non solo nelle piazze virtuali.

Mi scuserete ma appartengo alla generazione dei dibattiti, del confronto anche duro ma sulle idee e non mi sognerei mai pertanto di liquidare certe argomentazioni altrui come paranoie, tradendo da una parte l’antico timore dell’invidia, del malocchio, del “piccio” (questa sì una vera paranoia), dall’altra quel ripiegamento antropologico in un sublingua generazionale, un gergo che pare fatto apposta per non capirsi e non confontarsi.

Al contrario, come spero di avere anche qui dimostrato, noi siamo apertissimi ad un confronto purché alla base vi siano intenzioni trasparenti.