Cronaca di una notte all’Ospedale dell’Annunziata (di Pasquale Rossi)

Foto di Fabrizio Liuzzi
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di Pasquale Rossi

La sanità calabrese ed in particolar modo l’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza sono, lo sappiamo tutti, quanto di peggio possa avere una nazione che voglia dirsi appena civile.

Speriamo tutti, ce lo diciamo a cena o al bar tutte le volte che capita, che non ci si debba trovare in un’emergenza medica e che le malattie, se proprio devono venirci, ci diano almeno il tempo di andare altrove, verso il nord, verso la civiltà Occidentale.

Conosciamo tutti, ce lo diciamo a cena, le condizioni dell’amministrazione, delle strutture e delle apparecchiature dei nostri nosocomi. Sappiamo tutti, ce lo diciamo in continuazione, quali sono i metodi e i parametri di assunzione e, poi, di promozione del personale medico e paramedico.

Ce lo diciamo ridendo, io e quelli della mia generazione, che molti dei nostri amici del Liceo o di Piazza Kennedy hanno fatto i medici e che, con qualche eccezione, erano proprio quelli meno bravi, per usare un eufemismo. Siamo, tutti, a conoscenza di queste cose, ma capita, credo, a tutti di stupirsi o di inorridire quando- dovendo, per un’urgenza, mettere piede in una di queste strutture o dovendo avere a che fare con la medicina calabrese- ci si trova, improvvisamente, nel terzo mondo, come se si abitasse a Calcutta o, peggio, a Maputo.

È successo che un mio amico sia stato operato d’urgenza, si fa per dire, presso l’Ospedale dell’Annunziata e che abbia subìto le soperchierie, le umiliazioni, l’incompetenza, l’inefficienza, la sciatteria e la negligenza delle persone che vi lavorano e, per sovrappiù, la sporcizia e l’inadeguatezza del luogo.

prontoUn Pronto Soccorso, prima, che assomiglia più ad un girone dell’Inferno dantesco che ad un luogo in cui si pratica la medicina, infermieri e medici inadeguati e scortesi, un reparto, poi, antiquatissimo, porte e finestre sbrindellate, senza aria condizionata e troppo piccolo, malandato e sporco per la bisogna.

Attraversarlo è stato un tuffo nel passato cosentino degli anni ’60 e ’70 e percorrendone i corridoi, sui quali affacciano le stanze di degenza, mi si è parata davanti agli occhi un’umanità dolente, accaldata e priva di dignità.

Le porte e le finestre delle stanze e dei corridoi spalancate per cogliere anche il più debole refolo di corrente d’aria, uomini e donne di tutte le età che giacciono sui loro letti di dolore in piena vista di tutti coloro i quali si trovino a passare. Inermi, intubati, con la mascherina dell’ossigeno, letteralmente seminudi per il caldo soffocante, con le pance e i toraci incerottati per gli interventi chirurgici appena subìti, con le braccia irte di fleboclisi e, cionondimeno, alla mercé degli sguardi di tutti.

soccorso
Ci vorrebbe Ferdinand Céline per descrivere le sofferenze, l’assenza di dignità e di umanità che raccontano quelle membra scomposte dal dolore e dalla calura.

Infermieri, per la gran parte, incapaci e scortesi, forse qualche medico decente che, però, annega nella sciatteria e nell’incompetenza degli altri. In ogni caso tutti, medici e infermieri, assunti e promossi con i metodi che tutti ben conosciamo.

In questo quadro da Grand Guignol si è aggiunto, qualche sera fa, il disprezzo per i pazienti ed il sopruso per i più deboli, in questo caso i malati di un reparto molto delicato, da parte, immagino, degli amministratori del nosocomio che hanno deciso che era irrimandabile portare l’aria condizionata anche nel reparto dei degenti appena operati o da operare con urgenza.

Finalmente, direte voi, ma quello che non potete sapere è che hanno iniziato i lavori alle 21.00 e hanno smesso, con una breve pausa, alle 3.00 del mattino. Chi è quel genio del male che ha autorizzato lavori notturni con trapani ed aspiratori industriali in un reparto così delicato, anche se lo sono un po’ tutti, di un Ospedale nel quale alcuni pazienti versano in condizioni gravissime?

Perché solo in questi giorni cocenti si pensa all’aria condizionata e, soprattutto, perché di notte? Quale mente perversa ha potuto concepire di aggiungere un’ulteriore sevizia a chi ha già subìto un’operazione chirurgica in un ospedale così inadeguato e con un’assistenza da terzo mondo come quella della sanità calabrese e cosentina?

Come è possibile che qualcuno, il sindaco Occhiuto, pensi che si possa ricostruire l’ospedale di Cosenza nello stesso luogo, rigenerando gli edifici esistenti senza nuocere o compromettere la salute degli ammalati che vi sono ricoverati e che non possono subire anche la tortura degli eventuali, e sicuramente lunghissimi, lavori edili?

Cosa hanno fatto negli ultimi venti o trent’anni i direttori e i responsabili amministrativi o sanitari per migliorare le strutture e le infrastrutture di questo, e degli altri, ospedali cosentini e calabresi?

Cosa ha fatto la classe dirigente di questa città e di questa regione, di centrodestra e di centrosinistra, per provare, negli ultimi trent’anni, ad avere una sanità meno simile a quelle del terzo mondo?

Come è possibile che, con una spesa equivalente a quasi il 70% del bilancio regionale, la sanità calabrese sia in queste, terrificanti, condizioni? Il presidente Oliverio, il primo comunista alla guida della regione di Melissa, non riesce a porre rimedio a questo sfacelo?

Non provate un po’ di vergogna per la vostra inettitudine? Non provate anche un po’ di paura al pensiero che, in caso d’urgenza, dobbiate esser curati anche voi in uno di questi lazzaretti dai monatti che avete assunto e promosso?