Crotone, i Vrenna e la corruzione della magistratura

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Oggi è giorno di analisi all’indomani dell’ennesimo schiaffo alla DDA di Catanzaro per le vicende giudiziarie legate ai fratelli Gianni e Raffaele Vrenna, titolari di un impero nel settore dei rifiuti ed artefici del miracolo Crotone in Serie A.

La Corte d’appello di Catanzaro ha detto no alla confisca dei beni dei Vrenna e Gratteri stamattina, quasi per dimostrare che è ancora… vivo ha dato il via ad un’operazione contro una delle cosche che agisce nel Crotonese. Poca roba se paragonata all’obiettivo di “incastagnare” i Vrenna.

Dicono che sono imprenditori spregiudicati o borderline nel rapporto con la criminalità organizzata ma non dicono mai che tipo di coperture possono avere in questo maledetto mondo della magistratura, la cui corruzione è il male più grande della Calabria.

Eppure, il processo che vede imputati i Vrenna e l’ex procuratore capo della Repubblica di Crotone Franco Tricoli è in pieno svolgimento ed esiste addirittura una richiesta di condanna di due anni e sei mesi per i fratelli Raffaele e Giovanni Vrenna, ed un anno e otto mesi per l’ex procuratore della Repubblica di Crotone Franco Tricoli.

L’ha avanzata Domenico Guarascio, sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, nei confronti del presidente dell’Fc Crotone, di suo fratello e dell’ex magistrato, ora in pensione, che sono accusati, in concorso, di aver posto in essere “operazioni societarie e commerciali volte ad attribuire fittiziamente ad altri la titolarità o la disponibilità di quote societarie, beni ed altre utilità” che secondo gli inquirenti sarebbero di fatto riconducibili allo stesso Raffaele Vrenna.

vrennaScopo dell’operazione, sempre in base alla tesi della Dda, sarebbe stato quello “di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniali”.

“… Nel 2008, il patron del Crotone – ricostruisce in un suo articolo CN24 -, allora anche presidente della Confindustria locale e vice presidente di quella regionale, fu coinvolto nell’inchiesta “Puma”, condotta sempre dalla Dda, e che vide alla sbarra alcuni esponenti del mondo politico locale e regionale che, secondo l’accusa, avrebbero mantenuto rapporti ed affari con il clan della ‘ndrangheta crotonese dei Maesano di Isola Capo Rizzuto.

Allora Vrenna costituì un trust per la sua holding aziendale affidandone al magistrato Franco Tricoli in procinto di andare in pensione la gestione. La distrettuale antimafia sostiene che questa soluzione sia stata adottata per eludere eventuali misure patrimoniali antimafia…”-

E non ci voleva uno scienziato per arrivarci.

Nel dicembre del 2013 il numero uno rossoblù, incassò l’assoluzione piena da tutti i reati contestatigli, tra cui quelli di falso ideologico e di scambio elettorale, oltre che all’ipotesi più grave rappresentata dal concorso esterno in associazione mafiosa.

Risale invece all’estate 2008 la prima condanna a quattro anni che lo portò a decidere di dimettersi da tutte le cariche istituzionali (da presidente di Confindustria Crotone e vice presidente degli industriali calabrese), ad abbandonare la gestione delle sue aziende e anche la presidenza della società calcistica. Mettendo tutto in mano al giudice Tricoli.

Il processo d’appello ribaltò la sentenza di primo grado, facendo cadere le accuse di concorso esterno e corruzione elettorale. Nel novembre del 2011 la Cassazione confermò l’assoluzione annullando con rinvio la condanna di secondo grado ad un anno e 4 mesi per falso e corruzione.

La sentenza d’appello era stata emessa il 28 settembre del 2009 e successivamente la Procura generale di Catanzaro aveva presentato ricorso.

Una sorta di battaglia impari dove qualcuno dello stato gioca anche con i Vrenna. Che saranno anche spregiudicati ma rispetto al comportamento del giudice coinvolto e dei suoi colleghi che traccheggiano sono davvero delle educande.