Da Cosa Nostra a Cosa Nuova: mafia, ‘ndrangheta e massoneria

L’ordinanza dell’operazione “Mammasantissima” firmata dal procuratore di Reggio Cafiero de Raho è un’autentica miniera per tutti. I giornali ci hanno sguazzato per giorni, ovviamente inserendo o escludendo gli stralci a seconda delle scuderie di lobby. I politici tremano, allo stesso modo della componente massonica e dei “colletti bianchi”: stanno uscendo fuori gli insospettabili, si va dritti al cuore, al livello più alto.

Ritorna lo spettro di Cosa Nuova. Ne abbiamo scritto proprio questa mattina, ricordando la storia del cosentino Ettore Loizzo, il più alto esponente della massoneria calabrese, reggente del Grande Oriente d’Italia nel 1993 nel bel mezzo della scissione aperta da Di Bernardo.

Correva l’anno 1995 e su questa organizzazione aveva puntato gli occhi il magistrato reggino Salvatore Boemi, un nome ricorrente quando si trattava di far saltare le coperture della massoneria deviata nel suo rapporto con la ‘ndrangheta.

Nell’ordinanza della DDA di Reggio Calabria ci sono dichiarazioni del collaboratore di giustizia messinese Gaetano Costa nelle quali si parla apertamente di Cosa Nuova.

“I legami tra Cosa Nostra e ‘ndrangheta erano strettissimi – afferma il pentito -. Non so in concreto per quanto tempo nè con quali risultati operativi, ma si arrivò a progettare e a dare forma (nel periodo immediuatemante successivo alle stragi di Falcone e Borsellino) a una superstruttura che comprendeva le due organizzazioni; la cosiddetta Cosa Nuova”.

Era una sorta di organizzazione mafiosa di vertice che ricomprendeva sia gli elementi di spessore e di peso di Cosa Nostra che quelli della ‘ndrangheta. Cosa Nostra serviva ad inserire in modo più organico, nel tessuto del crimine siciliano e calabrese, persone insospettabili, collegamenti con entità politiche, istituzionali e massoniche”.

1995: IL LAVORO DI SALVATORE BOEMI E IL RUOLO DI LOIZZO

Salvatore Boemi
Salvatore Boemi

Boemi (correva l’anno`95) è tra gli estensori dell’elenco degli affiliati a «Cosa Nuova» – impressionante radiografia della rete di cosche vecchie ed emergenti – e alla massoneria calabrese, comprendente nomi di politici influenti di varia provenienza: i socialisti Gabriele Piermartini e Totò Torchia, l’ex comunista Ettore Loizzo, il segretario particolare dell’allora presidente del consiglio Forlani, Mario Semprini, e il notaio Pietro Marrapodi, ex Dc e Grande Oratore delle logge reggine.

Proprio Marrapodi è il protagonista tragico di una delle indagini più perturbanti condotte da Boemi. Scosso da una crisi di coscienza e uscito dalla Loggia Logoteta, Marrapodi comincia infatti a vuotare il sacco e a fare i nomi di quelli che «decidono segretamente i destini della gente», in Calabria e non solo.

Boemi lo mette così a confronto con il pentito Giacomo Ubaldo Lauro e con il procacciatore d’armi D’Agostino, cavandone un quadro dettagliato dei rapporti tra’ndrangheta, P2, Sisde e istituzioni colluse. Preoccupato di aver detto troppo, Marrapodi si rivolge (vedi intercettazione telefonica del 15 febbraio `94) a Vincenzo Nardi, uno dei tre ispettori inviati dall’allora ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Biondi a verificare l’attività di Mani pulite.

Due anni dopo, stremato e serrato in casa, decide di incontrare il giornalista Mario Guarino per consegnargli copia dei documenti depositati a suo tempo a Nardi (è il giornalista stesso a raccontarlo nel suo libro sulla `ndrangheta); ma l’incontro non avverrà, perché Marrapodi verrà trovato morto nella sua abitazione il 28 maggio `96, con il caso archiviato come «suicidio per impiccagione» e i documenti e i floppy – probabilmente non tutti, come insinua opportunamente Guarino – sequestrati dalla procura reggina.

Loizzo e Marrapodi. Sempre la Calabria. Cosenza e Reggio, l’eterno dilemma. Il primo ha conservato i segreti portandoseli nella tomba, il secondo nella tomba ci è finito per aver pensato di rivelarli.

MAMMASANTISSIMA

Pure l’ultimo pentito di Cosa Nostra, quel Gaspare Spatuzza, che ha riscritto la storia della strage di via D’Amelio, è entrato nell’inchiesta reggina Mammasantissima per dire che Mariano Agate – capomafia di Mazara del Vallo, noto per le sue frequentazioni di circoli massonici più o meno segreti – “è da considerarsi l’anello di congiunzione tra Cosa Nostra e ‘ndrangheta”. E facendo proprie le considerazioni della procura guidata da Cafiero de Raho, il gip conclude che “il legame ‘ndrangheta-massoneria può, anzi deve, ritenersi dimostrato”.

Il 18 luglio 2016 il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di Giovanni Bianconi pieno di stralci di ordinanza e di considerazioni. 

“… E’ lì dentro che è nata e cresciuta, secondo l’ipotesi dell’accusa – scrive Bianconi -, la presunta “componente apicale, segreta e riservata” di cui farebbero parte le cinque persone arrestate, compreso il parlamentare Antonio Caridi, per il quale si attende l’autorizzazione del Senato. Giunti a condizionare non solo la gestione di appalti e affari, ma anche elezioni comunali, provinciali, regionali e nazionali, con l’obiettivo di controllare ulteriori appalti e affari. Una “centrale di potere” che si è avvalsa della manovalanza criminale fino a integrarsi e convergere nella stessa organizzazione. Questa sarebbe la ‘ndrangheta invisibile svelata oltre che da nuove dichiarazioni, dalla rilettura di vecchie deposizioni e intercettazioni…”.

Scrive ancora il gip: “E’ la componente criminale che ai metodi tipici delle lobby o della loggia segreta aggiunge la possibilità di avvalersi di metodi ben più penetranti di quelli mafiosi”.

Ma per “operare in contesti istituzionali o economici” ci vogliono “punti di riferimento segreti, occulti, riservati, unica strada per cui poteva passare il progetto di mimetizzazione della ‘ndrangheta. Di qui il ricorso a personaggi “insospettabili” sebbene due degli arrestati (l’avvocato Giorgio De Stefano e l’ex parlamentare Paolo Romeo) siano pregiudicati per concorso in associazione mafiosa.

LA “SENTENZA” DI MANCUSO

A conferma di questa ricostruzione gli inquirenti citano una intercettazione carpita nel 2012 dai carabinieri del Ros al vecchio boss della provincia vibonese Pantaleone Mancuso, che diceva: “La ndrangheta non esiste più… una volta a Limbadi a Nicotera a Rosarno a… c’era la ‘ndrangheta! (…) Ora cosa c’è di più?… E’ rimasta la massoneria e quei quattro storti che ancora credono alla ‘ndrangheta! E’ finita!… Bisogna fare come… per dire… c’era la democrazia… è caduta la democrazia e hanno fatto un altro partito… Forza Italia, “Forza cose”… bisogna modernizzarsi!… Non stare con le vecchie regole! (…) Il mondo cambia e bisogna cambiare tutte le cose!… Oggi la chiamano massoneria… domani la chiamiamo P4, P6, P9…”.