Dagli inchini del Santo e della politica alle inchieste: la lunga parabola della Popolare di Bari

di Giuliano Foschini

Fonte: Repubblica – Affari & Finanza – 

BARI – Nel calendario di Bari un giorno è più speciale di ogni altro: 7 maggio, le strade del centro si riempiono di migliaia di persone, la statua di San Nicola, il santo nero, gira per la città portata a spalla dai fedeli per ricordare quel giorno del 1087 quando 62 marinai portarono da Myra, Turchia, in Puglia le reliquie del Santo. Lungo il tragitto, la statua ha sempre fatto soltanto una sosta. Un inchino: davanti alla sede centrale della Banca popolare di Bari, il tempio del potere della famiglia Jacobini, i banchieri della città. Quella sosta non è un caso: perché a Bari dopo San Nicola, la Banca è il luogo a cui si usa dare più deferenza, con i suoi 70mila soci e più di 3mila dipendenti. “Quasi tutte le case dei baresi sono state acquistate con i soldi della Popolare “, fa notare un vecchio magistrato che conosce e ricorda tanto. “E ancora oggi, dalla squadra di calcio, ai giornali e alle televisioni locali, c’è tanto che passa per quegli uffici”.

Da qualche mese però qualcosa è accaduto. I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Bari – in due indagini distinte coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Rossi e dai sostituti Federico Perrone Capano e Lydia Giorgio – hanno messo in dubbio bilanci e tenuta dell’istituto di credito, bussando nei mesi scorsi alla sede, la stessa dove si inchina il Santo, per portar via scatoloni di documenti e computer che da settimane sono sotto esame. I risparmiatori non riescono più a recuperare i loro investimenti: il titolo azionario si è svalutato del 20 per cento ma soprattutto il mercato sembra bloccato, non ci sono acquirenti, e così chi vuole vendere, rinunciando anche a perdere del denaro, non riesce perché le azioni non sono quotate in borsa ma in un mercato interno che, viste anche le vicende giudiziarie, è paralizzato. All’ultima assemblea di azionisti è dovuta arrivare un’ambulanza per portar via una signora che aveva perso conoscenza e qualche decina di migliaia di euro.

Anche perché le cose, se possibile, si sono messe nelle ultime settimane anche peggio: i finanzieri, oltre a portare via carte e mail, hanno notificato un complesso avviso di garanzia.

Il presidente Marco Jacobini, i suoi figli Gianluca e Luigi, il responsabile della linea contabilità e bilancio della popolare Elia Circelli, il dirigente dell’ufficio rischi, Antonio Zullo sono accusati di associazione a delinquere, truffa, ostacolo all’attività della Banca d’Italia e false dichiarazioni nel prospetto informativo depositato alla Consob. L’ex direttore generale Vincenzo De Bustis, invece, è accusato solo di maltrattamenti.

Bum! Mettere in discussione la famiglia Jacobini a Bari significa minare un monumento e insieme quella concezione gattopardesca del Meridione per cui “tutto cambia ma in fondo ogni cosa resta com’è”. Il momento in cui Bari ha cominciato a cambiare è stato quando Michele Emiliano ha abbattuto Punta Perotti: non è caduto in quel momento soltanto un ecomostro, ma in quel cemento che implodeva c’era un luogo comune che crollava, era la forza della famiglia Matarrese che andava in frantumi, la rappresentazione che sì, è possibile che alle volte qualcosa cambi. L’aria che si respira oggi in città assomiglia a quella di dieci anni fa quando Punta Perotti fu abbattuta. Con l’aggiunta però che in ballo non c’è soltanto la forza di una famiglia ma l’intera tenuta economica di una città, di una provincia e di un pezzo importante di Mezzogiorno. “Non diciamo sciocchezze – dicono però dalla banca – chiariremo subito con i magistrati. Ma quello che deve essere chiaro è che l’istituto è solidissimo. So-li-dis-si-mo. Noi con quanto accaduto alle popolari Venete, che qualcuno paragona al nostro caso, non abbiamo nulla, ma proprio nulla a che fare”.

Con ordine, dunque: la Popolare di Bari è guidata sin dalla fondazione dalla famiglia Jacobini e, ancora oggi, rappresenta un unicum nel panorama creditizio, restando l’ultima banca familiare italiana. Nel 1960 alla testa di un gruppo di imprenditori e professionisti che la fondarono.

Oggi suo figlio Marco è il presidente, i suoi nipoti Gianluca e Luigi sono il condirettore e il vice direttore generale. Secondo quanto ha ricostruito l’Espresso, Marco guadagna 700mila euro, Gianluca 453, Luigi 410 con stipendi in ascesa, a differenza dell’andamento degli investimenti degli azionisti. Sulla struttura “familiare” dell’istituto aveva avuto da ridere negli anni passati anche Bankitalia.

Ma è stata proprio via Nazionale a spingere Popolare di Bari verso quell’affare che poi è stato l’inizio di tutti i problemi: l’acquisto di Tercas, la banca con sede a Teramo. L’intervento degli Jacobini (l’investimento è stato di circa 400 milioni) ha permesso di salvare oltre c’era Luigi. 1200 posti di lavoro portando nel proprio portafoglio 250mila clienti e 4,5 miliardi di raccolta, oltre però a 750 milioni di perdite e 1,4 miliardi di sofferenza.

Un’operazione fatta partendo da una base non esattamente idilliaca: la stessa Bankitalia, in un’ispezione del 2013, aveva dato un giudizio “parzialmente sfavorevole” sui modelli di gestione della Popolare di Bari. Ma ciononostante ha benedetto l’operazione Tercas. Per portarla a compimento, la Popolare ha dovuto però procedere a un aumento di capitale di circa 800milioni, accogliendo quasi nuovi 20mila soci e vendendo, tra le altre cose, 200 milioni di obbligazioni subordinate dalla cedola interessantissima: 6,5 per cento annuo. Un sistema che, anche se da Bari non vogliono nemmeno sentire il paragone, assomiglia tanto a quello che ha portato alla crisi di Veneto Banca e Popolare di Vicenza.Il tappo salta quando il governo Renzi vara la riforma delle popolari: il cda diminuisce del 20 per cento il valore delle azioni (“e ci aspettavamo che ci dicessero bravi, visto che altrove hanno ridotto anche del 90” dicono gli uomini degli Jacobini) e i risparmiatori, per paura di perdere denaro, chiedono di vendere i propri titoli, senza però molta fortuna. I soldi restano però incagliati. Il mercato non c’è, si riescono a vendere soltanto poche decine di migliaia di titoli. Vengono stilate delle graduatorie e qui nasce un problema. Secondo la procura, nell’asta del 18 marzo, un mese prima del taglio del 20 per cento del valore, avviene qualcosa di strano: passano di mano due milioni di euro di azioni. E chi vende riesce a scalare le graduatorie, superando molti piccoli azionisti da tempo in attesa. Sono per lo più grandi imprenditori (tra gli altri c’è il gruppo De Bartolomeo che fa capo al presidente di Confindustria Bari) che, in alcuni casi, hanno grandi esposizioni con la banca. “Il sospetto – dicono i finanzieri – è che al momento della collocazione dei titoli, in sede di ricapitalizzazione, la banca si sia autofinanziata “. Al momento della concessione di fidi o prestiti, cioè, obbligavano a comprare una parte di azioni della Popolare. E che, prima della svalutazione, l’istituto sia voluto in qualche maniera rientrare.

“È stato tutto trasparente”, ripetono gli Jacobini che oltre all’inchino del Santo (a proposito: per qualche anno con l’arrivo di un nuovo priore, l’abitudine fu cancellata. Lo scorso anno, andato via padre Lorenzo Lorusso, è invece ripresa) hanno ricevuto da sempre, e oggi ancora, anche molti inchini dalla politica.

Lo dimostrano anche le intercettazioni telefoniche nelle quali si registrerebbero interessamenti e incontri romani mentre il Governo scriveva la legge sulle popolari e subito dopo la perquisizione della Finanza. “Noi difenderemo la Popolare di Bari con le unghie e con i denti. Non bisognerebbe escludere l’ipotesi che qualcuno stia tentando di fare shopping a poco prezzo per portarsela via. Se fosse così la Puglia farà quadrato con tutta la sua forza “, ha detto il presidente della Regione, Michele Emiliano. Che un mese fa appena si elesse, contro il Governo, a paladino dei risparmiatori di Veneto Banca.