Denis Bergamini e quelle “bandiere” che gridano verità

di Massimiliano Castellani

Fonte: Avvenire

Denis, Federico, Gabriele detto “Gabbo”, Renato. Volti da Curva. Belle bandiere che “parlano” e danno voce a chi non c’è più. Ma anche storie di giovani finite male. Resta il ricordo indelebile di ragazzi diventati simboli, di una squadra e di una città. Volti stampati su un drappo colorato, e per fortuna anche nelle menti – non perdute – di quei tifosi, giovani e vecchi, dalla memoria ancora forte. «Verità per Denis», chiedono a gran voce gli ultrà del Cosenza. E quella supplica accorata, campeggia da tanto, troppo tempo, su uno striscione allo stadio San Vito. Verità per il polmone di centrocampo e grande cuore rossoblù, Denis Bergamini.

Uno splendido 27enne, che lavorando come Oriali stava per realizzare il sogno di bambino, giocare in Serie A. «Magari con il Cosenza», diceva fino alla fine, più facile, allora, rispondendo alle sirene di Parma e Fiorentina che lo volevano e offrivano ingaggi importanti. Ma il sogno di Denis si tramutò in tragedia e il “mistero Bergamini” va avanti, da trent’anni in qua. È il dramma del calciatore trovato morto, il 18 novembre del 1989, sulla strada statale 106 Jonica (presso Roseto Capo Spulico): il suo cadavere rinvenuto sotto la ruota di un camion che trasportava 135 quintali di frutta. Oggi sappiamo con certezza che Bergamini non si è suicidato ma è stato un omicidio.

«Il corpo di Denis all’autopsia risultò privo della benché minima frattura», racconta la sorella di Denis, Donata Bergamini, che non ha mai smesso un solo istante di andare alla ricerca della verità. Il bomber “maledetto” Carlo Petrini nel suo libro-dossier Il calciatore suicidato( Kaos), dribblando menzogne e omertà, era arrivato a un passo dalla scomoda e pesante verità che, con la riapertura delle indagini da parte del procuratore capo di Castrovillari, Eugenio Facciolla, presto potrebbe rivelare nomi e cognomi dei colpevoli. Ci spera tanto la famiglia Bergamini che in questi trent’anni di insabbiamenti e archiviazioni ha avuto almeno il conforto di tutta Cosenza.

«Nel 2009 si è creato un “movimento” composto per lo più da ragazzi che la storia di Denis l’hanno appresa dai racconti dei genitori. Non smettono mai di farci sentire la loro vicinanza e il calore. Si ricordano sempre del compleanno di mio fratello (il 18 settembre) e mandano fiori per il giorno dell’anniversario di morte. Mi invitano ai matrimoni e ieri un tifoso a cui presto nascerà un figlio mi ha scritto un sms: “Sarà una femmina ma la chiamerò comunque Denise”… », dice Donata dalla sua casa di Argenta, 35 km da Ferrara.

E lì, allo stadio Mazza in Curva Ovest, il cuore del tifo di chi va «alla Spal», c’è sempre la bandiera con l’effigie di Federico Aldrovandi. Il 18enne ferrarese che, il 25 settembre 2005, perse la vita in seguito al pestaggio da parte di un gruppo di poliziotti che l’avevano fermato. Un fattaccio che purtroppo anticipava – di quattro anni – il “Caso Cucchi”. Il volto angelico di “Aldro”, come quello martoriato di Stefano Cucchi, grida «giustizia».Un coro che viaggia per gli stadi e va oltre i campanili del pallone. In occasione del derby toscano di Serie C, Siena-Prato, il volto di Federico è apparso in entrambe le Curve e la conseguenza è stata una multa alle rispettive società, perché hanno permesso l’accesso del vessillo, ritenuto «provocatorio». I tifosi della Spal a loro volta, dall’Olimpico fino a Marassi, si sono visti vietare l’ingresso della bandiera. Negli ultimi anni è innegabile che gli scontri da stadio hanno visto protagonisti gli ultrà contro le forze dell’ordine piuttosto che con le opposte fazioni, ma il divieto di ingresso della bandiera di Aldrovandi ha avuto come effetto la formazione del gruppo “Acad”. L’associazione «contro gli abusi in divisa».

Tifosi di tutta Italia uniti sotto l’hastag #Federicovunque. «Quel drappo con la faccia di mio figlio non è offensivo verso nessuno. È solo un’immagine di vita, di pace e non di guerra» ha detto il padre di Federico, Lino Aldrovandi.La pensa così anche Giorgio Sandri, il papà di “Gabbo”, la “bandiera” della Curva Nord laziale. 11 novembre 2007 è il titolo del libro (Sovera) di Stefano Martucci e il giorno della morte di Gabriele Sandri, ucciso da uno colpo di pistola esploso dal poliziotto Luigi Spaccarotella nell’autogrill di Badia al Pino (Arezzo). “Gabbo” quella maledetta domenica stava seguendo la Lazio in trasferta a Milano. «Ho saputo della bandiera vietata di Aldrovandi, è successo anche per Gabriele lo scorso 11 novembre… Ho le foto nel cellulare che mi hanno inviato i tifosi della Lucchese – dice Giorgio Sandri – Evidentemente, a qualcuno fa male vedere i volti di questi due ragazzi… Ma non tiriamo sempre in ballo il pericolo degli scontri tra ultrà e polizia, le morti di Federico e Gabriele non c’entrano niente con lo stadio. Sono due ragazzi lasciati morire per la strada, per colpa di chi dovrebbe garantire la sicurezza di noi cittadini. Io ho grande stima delle forze dell’ordine, ho un cugino che è stato commissario di Polizia, però stiamo parlando di una “grande famiglia”, e lì dentro a volte nasce qualcuno che non segue le regole e fa disastri».

Parole sagge di un padre che non potrà mai colmare il vuoto lasciato da un figlio perso in maniera assurda. Ma la memoria di “Gabbo” sopravvive negli stadi e nelle attività della Fondazione Gabriele Sandri: «Nel suo nome ogni giorno accadono cose belle. Sono fiero della squadra di donatori di sangue “Gabriele Sandri”». E all’Olimpico quando gioca la Lazio entra ancora un piccolo Gabriele Sandri: «È mio nipote il figlio di Cristiano – ha 9 anni, è lui che ci dà la forza di guardare al futuro». Anche a Perugia ogni tanto torna un Renato Curi, “Renatino” il figlio del centrocampista del Grifo dei “Miracoli” di Ilario Castagner: il primo calciatore di Serie A morto in campo.Era il 30 ottobre 1977, quando al 24enne Renato Curi si “spaccò” il cuore all’inizio del secondo tempo di Perugia-Juventus. Quella di Curi è una delle “morti bianche” del nostro calcio su cui ha indagato il giudice di Torino Raffaele Guariniello. Quel cuore d’atleta aveva un’anomalia, e in tanti sapevano. Curi doveva essere fermato, probabilmente poteva essere salvato. Adesso lo sanno anche tanti giovani della Curva Nord di Perugia, e lo stadio porta il nome del suo eroe caduto in “battaglia”. Oggi è sabato, torna la Serie B: sventola sempre la bandiera perugina di Renato Curi e anche quella di Denis Bergamini, l’eterno idolo di Cosenza. «Quella bandiera è un segno di speranza – dice Donata – Io spero che quello che arriva sia un Natale diverso… ». Un Natale di verità e di giustizia, per tutti.