Diamante, la drammatica storia di abbandono di Pasquale Matarazzo

Continua l’abbandono da parte delle istituzioni di Pasquale Matarazzo

di Francesco Cirillo

Ho voluto constatare di persona il caso di abbandono di Pasquale Matarazzo e l’altra mattina sono andato assieme all’avvocato Liserre, in contrada Arieste di Cirella per rendermi conto di persona. Ed è  proprio vero: Pasquale è murato vivo nella sua casa di campagna senza alcuna assistenza se non quella che gli viene data, per sua piccola fortuna, dallo stesso avvocato. L’avvocato, in questo caso, non più come legale di Pasquale, ma da uomo a uomo, è costretto – per sicurezza – a chiudere in casa il suo assistito, dopo avergli messo vicino al suo letto l’essenziale per trascorrere la notte.

La mattina è sempre una sorpresa per l’avvocato, non tanto la puzza per gli escrementi, ma la possibilità che il suo assistito non sia più vivo per una causa qualsiasi.

Pasquale ha 78 anni, ha il bacino fratturato dal 29 marzo, una ferita sulla fronte a causa della caduta, un carcinoma alla lingua e una forte depressione che lo ha spinto a tre tentativi di suicidio. Una persona così non poteva essere dimessa dall’ospedale di Cetraro. Pasquale lo aveva detto ai suoi medici che nella sua casa non c’era nessuno e che lui non conosceva nessuno per fargli da badante.

All’ospedale non hanno voluto sentire ragioni e lo hanno dimesso obbligandolo a chiamare a sue spese un’ambulanza che lo riportasse a casa. Una cosa incredibile, assurda ma che nella nostra sanità malata fatta di ladri che speculano sugli ammalati succede, ma mentre questo succede a qualcuno che ha chi lo aiuta, è un conto, ma che succeda a gente come Pasquale è davvero omicidio premeditato.

I suoi due figli lo hanno abbandonato tre anni fa, dopo che il loro padre aveva commesso una sciocchezza. Sì, una vera sciocchezza, aver sparato e per fortuna colpito solo di striscio una ragazza moldava della quale forse si era invaghito. Una moldava conosciuta dopo la morte della moglie deceduta per un tumore. Pasquale voleva morire con lei dopo 50 anni di matrimonio. Un matrimonio d’amore, durato una vita, che per Pasquale ha significato la sua vita. La moglie venne cremata e Pasquale ne conserva le ceneri nella sua camera da letto come segno d’amore. “Ci prendiamo dei Tavor e ci facciamo trovare morti assieme sul letto”  disse alla moglie. Ma  la moglie gli disse che così avrebbe dato un doppio dolore ai figli ed alla sua nipotina.

Ed ecco sopraggiungere la depressione. Un uomo solo cade facile preda di chi promette compagnia, affetto, vicinanza  e quando scopre di essere stato derubato ecco la sciocchezza, fatta di istinto, e che gli è costata una condanna per tentato omicidio e gli arresti domiciliari nella casa di Cirella. Pasquale, dopo la sentenza e gli arresti si è anche riconciliato con la sua “vittima” e conduceva la sua tranquilla vita di campagna, visitato ogni giorno dai carabinieri, fino a quel 29 marzo quando cadde nel cortile della sua casa.I carabinieri sapevano della sua depressione e non si limitavano ad un semplice passaggio. Entravano fino in casa per accertarsi che tutto andasse bene, fino a quando lo trovarono in una pozza di sangue. Pasquale aveva tentato un nuovo suicidio con una motosega. Anche questa volta si era salvato. Ed è per questo che i carabinieri entravano nella sua casa senza aspettare che lui si affacciasse. Quella mattina del 29 marzo, per fortuna, aveva con sé il telefonino, mentre tentava di aggiustare il cancello d’ingresso di casa, e dopo essere caduto riuscì a chiamare il 118, che lo portò all’ospedale di Cetraro.

Sarebbe stato meglio per Pasquale finire in carcere, essere trattato come Dell’Utri o Totò Riina con tanto di assistenza infermieristica con tanto di 41 bis. Ed invece eccolo in casa sua, in piena campagna, senza alcun vicino, senza familiari né amici, condannato a quelle sofferenze, che gli tolgono la dignità umana, dal tribunale di sorveglianza di Cosenza e dall’UEPE, l’ufficio di esecuzione penale esterna. Sono loro che, come se Pasquale fosse un semplice numero, decidono cosa farne, senza vedere la realtà, studiarne la persona e l’ambiente.

Pasquale è un numero e nessuno vuole prendere decisioni, stabilire un fatto, destinare la vita di una persona umana in un verso piuttosto che in un altro. Resto sdegnato di questa situazione. L’avvocato Liserre intanto ha portato con sé una signora, che ogni mattina da quel 29 marzo, volontariamente, lava Pasquale, lo muove un poco dal suo letto di spine, pulisce attorno a lui. Poi è l’avvocato stesso che a mezzogiorno gli porta un poco di cibo per poi chiuderlo di nuovo in casa fino al mattino successivo, in attesa che qualcuno prenda provvedimenti.

“Avrebbero potuto tenerlo in ospedale, o mandarlo in una casa famiglia o in un pensionato” dice l’avvocato Liserre. Certo, se fosse stato un pezzo grosso, un mafioso, un politico o un grande elettore qualcuno se ne sarebbe preso cura. Ma Pasquale vale se stesso, la sua vita, i suoi errori, chi vuoi che se ne occupi. Di ritorno da quella casa, vado subito all’ufficio di assistenza sociale del Comune di Diamante dove ascolto il solito balletto di responsabilità.

Intanto penso a Pasquale, solo in quella stanza. L’avvocato ha chiamato le Iene, che forse verranno lunedì prossimo. Vuoi vedere che appena arrivano, o subito prima o subito dopo, a Pasquale lo sistemeranno e tutti se ne faranno belli ? L’Italia dei media e dei social oggi funziona così e questo tutti lo sappiamo. Amen.