Dieci anni senza “Gabbo”: uno striscione anche a Cosenza

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Ventisei anni per sempre. La mattina dell’11 novembre 2007, nel piazzale dell’autogrill di Badia al Pino sull’A1 vicino ad Arezzo, Gabriele Sandri veniva ucciso con un colpo di pistola al collo, sparato a distanza mentre il ragazzo dormiva in macchina. A colpirlo, l’agente di polizia Luigi Spaccarotella, che nel 2020 finirà di scontare la condanna per omicidio volontario a 9 anni e 4 mesi. La colpa di Gabriele, commesso nel negozio del padre e dj con un nome nella Capitale, quella di trovarsi nel posto sbagliato: in autostrada destinazione San Siro per seguire in trasferta la sua Lazio, quel giorno impegnata in un match con l’Inter che in seguito alla sua morte non si disputerà.

Gli ultrà della Lazio sono stati affiancati dagli ultrà di tutta Italia nel ricordo di “Gabbo”, come lo chiamavano affettuosamente i suoi amici. Un sit-in nella Curva Nord dell’Olimpico ma tanti striscioni dappertutto. Anche a Cosenza il gruppo storico delle Brigate ha messo uno striscione per ricordare Gabriele. “Spaccarotella infame Gabbo vive” c’è scritto sullo striscione e non servono molte spiegazioni per capire perché Spaccarotella è un infame e Gabbo vivrà per sempre nella memoria degli ultrà di tutta Italia.

La dinamica dell’omicidio fu straziante: allarmati da alcuni tafferugli fra tifosi laziali e juventini sul piazzale dell’autogrill, Spaccarotella e il collega si fermano sul lato opposto dell’autostrada. L’agente decide così di sparare due colpi in aria a scopo intimidatorio per dissuadere i tifosi, nonostante la distanza. E i colpi sparati non erano certo per intimidire ma per far male, per uccidere, tanto più che i tafferugli erano già finiti e gli amici di Gabriele rientrati in macchina e ripartiti senza accorgersi subito che un proiettile aveva intanto colpito la vettura. Ma poi Gabriele rantola, sta male, perde sangue. Gli amici si fermano e a quel punto capiscono. Vengono chiamati i soccorsi, arriva anche la volante di Spaccarotella, ma il ragazzo muore sul sedile dell’auto dove rimarrà per molte ore prima della fine degli accertamenti.

Me l’hanno ammazzato“, dirà in lacrime il fratello uscendo dalla Questura di Arezzo. “La Polizia si assumerà le proprie responsabilità – assicurerà Manganelli, allora capo della Polizia -. È una morte assurda. Per mano di un poliziotto che era lì non per portare morte e lutto”.

Dieci anni dopo, quello che resta oltre il dolore della famiglia e degli amici, sono i ricordi e le foto di un ragazzo sorridente e solare, impegnato a divertirsi come a ventisei anni dovrebbe essere, lontani dalla morte. Spaccarotella, in attesa della scarcerazione, ora è piastrellista, lavora fuori dal carcere e forse potrà godere della semilibertà prima del tempo e tornare dalla sua famiglia. Per la morte di Gabriele non ha mai chiesto scusa. Ecco perché rimarrà per sempre un infame.