Ettore Loizzo, la massoneria e il Comune di Cosenza

Era inevitabile che, prima o poi, la figura di Ettore Loizzo tornasse attuale come sta accadendo in queste ore.
Il nome di Loizzo si è legato indissolubilmente alla politica cosentina dagli anni Settanta in poi e il suo dichiararsi apertamente massone pone il fatidico interrogativo sulla massoneria cosentina e sui suoi associati. Gente perbene o gente deviata?
Come in tutti i casi della vita, non ci possono essere sentenze assolute. C’è stata la parte buona e c’è stata la parte cattiva così come c’è ancora perché la presenza della massoneria o comunque di una cappa di relazioni familiari e particolari la avvertiamo un po’ dovunque. Soprattutto nel Tribunale di Cosenza dove le “relazioni pericolose” dilagano a tutto vantaggio della corruzione e dell’illegalità. Con questo non si vuole dire che è tutta colpa della massoneria ma una riflessione va fatta.

“La massoneria deviata è il tessuto connettivo della gestione del potere, con una rete capillare estesa a tutto il territorio nazionale e collegata con analoghe organizzazioni in tutto il mondo. È un superpartito trasversale in cui si collocano personaggi appartenenti in varia misura a quasi tutti i partiti e che occupano una vasta gamma di posti di potere”.

Agostino Cordova
Agostino Cordova

Lo diceva Agostino Cordova, procuratore della Repubblica di Palmi, quando all’inizio degli anni Novanta ha avuto il coraggio di indagare sulla massoneria deviata e nel calderone era finito anche il cosentino Ettore Loizzo, che appena qualche anno dopo troveremo addirittura nell’organico di Cosa Nuova, il contenitore finale dell’accordo tra mafia, ‘ndrangheta e massoneria.

“A mio avviso – diceva ancora Cordova – esiste un’assenza di interesse investigativo sulle logge segrete perfino nei casi, che sono numerosissimi, di appartenenti alla massoneria inquisiti per reati contro la pubblica amministrazione o per molti altri reati ancora più gravi in cui addirittura non sono state ravvisate attività di interferenza massonica”.

Un’assenza di interesse che ha toccato con mano anche Luigi De Magistris, una quindicina d’anni dopo, quando aveva anche trovato i conti bancari della celeberrima “Loggia di San Marino” tanto cara a tutti i politici calabresi.

Ettore Loizzo
Ettore Loizzo

Loizzo era il numero uno della massoneria calabrese e rappresentava tutti i suoi fratelli presenti negli altri partiti. Anche successivamente alla sua uscita dal PCI. A Cosenza la massoneria ha sempre comandato. Soprattutto quando era davvero una cosa seria e si poneva in contrasto ad altri poteri più forti di lei. Dopo, ha gestito il potere come tutti coloro che ne hanno abusato.

Dagli anni Settanta all’inizio degli anni Ottanta la massoneria, in particolare, aveva partecipato alla Giunta di centrosinistra guidata dal democristiano Fausto Lio mettendoci dentro il massone socialista Tanino De Rose come vicesindaco (che i democristiani erano anche loro massoni ma non…potevano dirlo!). E subito dopo, nel 1975, aveva detto sì anche alla giunta rossa di Pino Iacino benedetta da Giacomo Mancini contro il ras della Dc Riccardo Misasi. Insomma, i massoni davano il via libera a tutto il potere politico perché quel potere si nutriva delle sue coperture.

Dal 1982 in poi, invece (e non dev’essere stato certo un caso), dopo lo scandalo di Licio Gelli e della P2, Cosenza ha conosciuto un periodo di grandissima instabilità politica che si sarebbe concluso solo nel 1993 quando l’ormai vecchio Giacomo Mancini riconquistò la città anche grazie al placet della massoneria e del Gran Maestro Loizzo.

mancMancini e Loizzo avevano un rapporto proficuo e molto stretto e i massoni lo aiutarono e non poco ad aver ragione sia di quello che restava del pentapartito ma sopratutto del rampante Peppino Mazzotta, che avrebbe voluto riportare i “comunisti” al governo della città. E Loizzo, dopo l’affronto dell’aut-aut impostogli, fece di tutto per dare una mano a Mancini.

Cosenza, come abbiamo scritto più volte, ha una storia e una tradizione massonica che si perdono ormai nella notte dei tempi ma una riflessione proprio su questo non si può eludere.

I veri “artigiani muratori” erano a Tessano alla fine dell’Ottocento e il socialista maestro si chiamava Pasquale Rossi, un uomo che faceva veramente del bene comune la sua missione di vita e politica. Gli altri venuti dopo sono stati semplice “fuffa” asservita al governo, alfieri del capitalismo.

Mentre i muratori di Tessano, a fine giornata, nei cantieri di Cosenza, nell’abitazione di Pasquale Rossi, cercavano di sovvertire una società fatta di soprusi.

Altro che il “comunista” Loizzo e il Grande Oriente d’Italia.