Giornalisti e ‘ndrine: fessi sì disonesti no (di Saverio Paletta)

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Caro Gabriele,

col consueto ritardo storico (mi sono permesso di quantificare il gap in 10 anni) rispetto al resto dell’Occidente o quasi, anche da noi, finalmente, è arrivata una nuova disciplina: il giornalismo sui giornalisti.

Si è affacciata da un paio d’anni in maniera timida, buona ultima dopo l’antimafia militante, l’impegno legalitario e la vocazione sociale, e sembra essere esplosa con l’inchiesta Reghion, nome antico per uno squallore moderno.

Il target è la nidiata della fu Calabria Ora (poi Ora della Calabria), di cui ho fatto parte anch’io dal 2011 al 2014. In questa polemica, legittima per carità, sulle presunte collusioni di alcuni colleghi, una in particolare, con ambienti non proprio lindi, non c’è nulla di nuovo: è dalla fine degli anni ’90 che i giornalisti, più o meno dappertutto, si azzuffano tra loro attraverso le proprie testate e poi via web.

Solo da noi le regolette arcaiche dell’informazione (“il commento separato dalla notizia” e “i fatti separati dalle opinioni”), che non vengono prese sul serio neppure nei corsi liceali per aspiranti giornalisti, hanno impedito che certi livori e certi sputtanamenti emergessero prima a beneficio dei lettori, che pure avrebbero avuto il diritto di sapere con chi avevano a che fare prima di tirar fuori la fatidica monetina dal portafogli.

Il-Garantista
Quest’ultima polemica non mi riguarderebbe e potrei farmi i fatti miei. Ma me l’impediscono due fattori non trascurabili: il pasticciaccio brutto riguarda Il Garantista, segnatamente la sua edizione reggina, e del Garantista ho fatto parte anche io. L’esperienza è stata fallimentare, ci mancherebbe. Ma non per colpa di chi, come il sottoscritto, ci ha buttato il sangue per sedici travagliatissimi mesi. E, chiedo venia per la presunzione, credo di poter che, più di me, ha fatto la stragrande maggioranza dei colleghi. No. Proprio non meritiamo di essere trascinati in blocco nella slavina di fango a cui ha dato la stura un’inchiesta in cui, al momento, è emerso il nome di una sola collega: Teresa Munari.

Il Garantista organo ufficioso della ’ndrangheta? Proprio non credo.

O, mi si scusi il candore, non lo sapevamo. Altrimenti non ci saremmo impegnati in inchieste e cronache, spesso rischiose e pesantissime (di cui qualcuno di noi patisce i consueti strascichi giudiziari).

Il Garantista colluso con la peggiore malapolitica? L’avessi saputo prima, avrei evitato di scrivere a carico più o meno di tutti. Ho copiato tutto l’archivio di questo sventurato giornale per avere un ricordo ma, a questo punto, anche una prova incontrovertibile che, nel nostro lavoro, le luci hanno sovrastato le ombre.

Ha detto bene la collega Mariassunta Veneziano nel rispondere al nostro ex direttore Luciano Regolo: non è giusto finire in blocco nelle sabbie mobili sol perché qualcuno ci ha messo il piede. E ha detto ancor meglio, la collega: alcuni di quelli che, nel “terribile” 2014, puntarono il dito verso il nascente Garantista si sono imbarcati in cose non chiare.

Mariassunta ha detto, infine, una verità sacrosanta: chi ha aderito al Garantista l’ha fatto per lavorare, mica per arricchirsi. Noi “lucciole” in blocco, come avrebbe detto il collega di cui il direttore Regolo riferisce, ammorbidendola non poco, l’infelice espressione? Magari: a leggere certi tariffari ci sarebbe da cambiare sesso e vita. E non è detto che funzionerebbe: l’“invasione”, di cui riferiscono le cronache, delle nuove leve esteuropee, asiatiche e africane ha saturato il mercato, alzandone il target estetico e contraendone i margini di profitto.

Non “lucciole”, quindi, ma professionisti desiderosi di lavorare.

Siamo caduti in un trappolone? Certo. Ma l’esca, scontata altrove, era appetitosa: un contratto decente che avrebbe garantito un quantitativo minimo di diritti. Quelli che la nostra classe imprenditoriale, avida verso le casse pubbliche e avara verso i propri lavoratori, non garantisce a nessuno. Non a chi piega la schiena nei campi, non a chi respira cemento nei cantieri, non a chi perde la salute in fabbriche sempre più rare, non ai professionisti… figurarsi a noi giornalisti, trattati alla stregua di vagabondi e pettegoli patentati.

Chiedo scusa a tutti per essermi lasciato gabbare dal miraggio di condizioni meno incivili di lavoro, almeno sulla carta, che poi tale è rimasta ed è diventata straccia. Chiedo scusa a tutti, soprattutto a chi mi vuole bene, per essermi fatto un sedere così. Per aver “giocato” (ché di gioco si tratta per la masnada di analfabeti che decide le nostre sorti) a dare voce a tutti, specie a chi non ce l’ha.

Per aver scoperchiato sepolcri e fatto emergere vergogne. Per aver denunciato il denunciabile. Per essermi accollato rischi e sottratto tempo, per l’ennesima volta, agli affetti che sono tutta la mia vita.

Siccome sono presuntuoso, chiedo scusa ai tanti Garantisti che hanno fatto altrettanto e più se chiedo scusa anche a nome loro. Siamo stati una manica di fessi. Noi, i colleghi che hanno fondato La Provincia o vi hanno aderito, quelli che aderiranno alla Cosa (il giornale di prossima nascita).

Siamo fessi in massa, questo sì, perché pur di lavorare ingoiamo di tutto. Tant’è: in una terra che rigurgita tare lombrosiane chi vuol lavorare è fesso. Però basta con le prediche: sono pronto a rompere la faccia a chi mi dà del disonesto e a darmi del fesso basta mio padre.

Al di fuori della predica, il direttore Regolo ha ragione da vendere su una cosa: il ruolo preponderante delle tipografie, anzi della tipografia De Rose, nella stampa calabrese.

«C’è qualche mistero legato ai finanziamenti nazionali o regionali»? Me lo chiedo anch’io e proverò ad approfondire (e nel frattempo invito i colleghi che possono a farlo). Già: per esperienza ho imparato che i tipografi non calabresi stampano meglio e costano meno.

Umberto De Rose
Umberto De Rose

Eppure gli stramaledetti tabloid di De Rose, l’unico formato che sembra possibile per quella tipografia, mi perseguitano sin dai tempi della vecchia Provincia Cosentina. Brutti, spesso sfocati o pieni di sbavature d’inchiostro.

In compenso, a dispetto della distanza minore (i famosi km zero di cui si vanta la nostra agricoltura) costano di più. Solo che, giusto per dare un’imbeccatina, altrove sono impazienti e vogliono il cash subito. De Rose, grazie a una pazienza che ha del proverbiale, si “accontenta” di accumulare crediti, sebbene il 40% di quel che fattura potrebbe benissimo coprirgli le spese vive.

Al posto dell’ex direttore, che forse – perché il tempo passa per tutti – non è più il protagonista dell’Ora Gate sarei stato più incisivo e avrei chiesto lumi sul perché la stampa low cost vicina costa più, ai media, di quella lontana. Tutto il resto è noia.

guzzanti_galleryzoomÈ l’ennesima moda in ritardo, come certe scarpette femminili che, altrove, erano sexy anni fa e qui fanno solo un po’ trash e un po’ zoccoletta. È moda, ad esempio, chiamare vecchie glorie decotte del giornalismo, mi dicono Paolo Guzzanti, a dirigere l’ennesimo tabloid.

La Calabria, grazie anche al mutamento climatico, non attira più turisti ma vecchi cetacei sfiancati dalle glorie passate e pronti a spiaggiare. Poi, dopo il fumo negli occhi non resta nulla. I migranti di lusso (e sembra che i giornalisti abbiano preso il vizio di migrare al contrario) non incantano più nessuno.

Detto questo, caro Gabriele, mi scuso coi tuoi lettori se l’ho fatta lunga. Ma ci tenevo a ribadire che sono fesso ma non disonesto. E, come me, la maggior parte di chi fa questo lavoro, che, da sporco che era, sta diventando indecente.

Con affetto

Saverio Paletta