Giornalisti? La codardia adottata come strategia (di Fulvio Mazza)

Oggi, domenica 1° ottobre e domani, lunedì 2 ottobre, i giornalisti italiani saranno chiamati ad eleggere il Consiglio nazionale e i Consigli regionali dell’Ordine.
La legge per l’editoria, tra gli altri provvedimenti, ha stabilito la riduzione del numero dei consiglieri nazionali (da oltre centocinquanta a sessanta), attribuendo ai Consigli responsabilità precise di riforma su questioni fondamentali per la categoria, ma prima ancora e più in generale per la società italiana, confermando il diritto ad una informazione libera, plurale, di qualità, strumento essenziale per l’esercizio della democrazia, secondo i principi espressi dalla carta costituzionale.

In Italia ma soprattutto in Calabria l’Ordine dei Giornalisti è stato ed è ancora funzionale alle esigenze di una Casta senza vergogna, che pensa solo a riempirsi le tasche. E’ un Ordine che non serve a nulla tranne che a loro, i privilegiati e gli unti dal potere massonico e politico.

Ripubblichiamo qui di seguito un saggio di Fulvio Mazza risalente al 2003 sulla triste storia dell’Ordine dei Giornalisti calabrese. Raccomandiamo a tutti di annotare che, quando si fa riferimento alle testate giornalistiche bisogna considerare la loro politica editoriale di allora, che spesso non è quella di oggi.

Giornalisti? La codardia
adottata come strategia

di Fulvio Mazza

L’esempio emblematico, in Calabria, della tirannia
di Nicolò, subita pecorosamente da (quasi) tutti

Questo articolo-saggio è stato pubblicato sul n. 1/2003 del trimestrale Comunicando (diretto da Pantaleone Sergi assieme a Domenico Carzo, Carlo Macrì, Gianfranco Manfredi e Filippo Veltri) sotto il titolo L’Ordine regnava in Calabria.
Lo ripubblichiamo affinché rimanga impressa anche nella Rete la memoria storica di questa triste vicenda fatta da tanti pecoroni, un po’ di indipendentisti individualisti e solo qualche vero aperto oppositore.

La redazione

1. Premessa

Raccogliere qualche traccia che possa servire come base per una futura storia dell’Ordine dei giornalisti calabresi è cosa assai difficile. Lo è in quanto tale storia è, per certi aspetti, assai scarna: come vedremo, l’ambigua figura di Raffaele Nicolò è assolutamente predominante. Per molti versi la trentennale storia dell’Ordine regionale (ma, come accenneremo, anche la storia di tutto l’associazionismo professionale giornalistico) coincide con la storia personale di Nicolò.

Probabilmente queste modeste righe potranno apparire più una nota biografica del personaggio che una, seppur breve, storia dell’organismo professionale calabrese. E, in effetti, per buona parte è proprio così. Probabilmente anche per incapacità del sottoscritto ma anche, e – riteniamo – molto, perché l’Ordine non ha una benché minima storia propria che non coincida pedissequamente con quella del suo sempiterno presidente.
Più interessante, ma ancor più difficile, sarebbe tentare di scrivere qualcosa sulla storia dell’acquiescenza dei giornalisti calabresi che – salvo sparute eccezioni – sono sempre stati “zitti e boni”.

Ancor meglio sarebbe poi scrivere sulle diverse compromissioni degli stessi giornalisti calabresi, sulle varie illegittimità delle iscrizioni all’ordine, sulle stranezze delle assunzioni (quelle della Rai regionale, per esempio oppure quelle delle “liste variabili” dei disoccupati da “imporre” ai direttori e agli editori di nuove iniziative giornalistiche) sui criteri di erogazioni “caritative”, sui mutui per abitazioni ecc. Ma, per sfortuna/fortuna, chi scrive ha solo (qualche) competenza di storico contemporaneista e non anche di psicologo o d’investigatore.

Il lettore voglia, in ogni caso, accogliere questo breve scritto a mo’ di piccolo e iniziale contributo per una futura e complessiva storia dell’Ordine regionale su cui altri stanno lavorando. Imprecisioni e omissioni ce ne saranno certamente. Sappiano, i lettori, che sono del tutto involontarie e che, se segnalate, saranno certamente oggetto di revisione.

2. La nascita dell’Ordine regionale: da Napoli a Catanzaro

L’Ordine calabrese nasce nel 1974 come filiazione dell’Ordine interregionale della Campania e della Calabria. A tale ordine, sino a quella data, venivano iscritti i giornalisti calabresi. Di tale struttura interregionale, Raffaele Nicolò (nato a Cardeto – Reggio Calabria – l’8 novembre 1930) figurava già come vicepresidente in rappresentanza, appunto, della Calabria. A tale incarico era stato eletto a partire dalla stessa data di costituzione, per legge, dell’Ordine stesso (1963).
Ma chi era, in quel momento – nel 1974 – Nicolò? Già all’epoca era, giornalisticamente parlando, un “signor nessuno”.

È vero che in quegli anni il panorama editoriale calabrese era assai più scarno di quello attuale. Ma è anche vero che non era affatto assente. Esisteva, difatti, una buona struttura regionale della Gazzetta del Sud, un quotidiano piccolo ma ben presente, Il Giornale di Calabria (quello diretto da Piero Ardenti) e una serie di strutture locali di diversi organi d’informazione nazionali fra cui spiccava quella della Rai regionale. Meno evidenti, ma comunque da non dimenticare, erano altre strutture di collegamento (talvolta un po’ più, tal’altra un po’ meno che uffici di corrispondenza) di alcuni giornali nazionali: ricordiamo l’UnitàPaese Sera e, ancor di più, Il Tempo. Negli anni successivi sarebbe diminuita la presenza di tali ministrutture regionali dei giornali foranei e – di converso – si sarebbero invece incrementate, e parecchio, le presenze locali. Fra queste, l’effimero quotidiano Oggisud e tutta una serie di organi radiotelevisivi (un nome per tutti: Telespazio Calabria).

Ebbene, in questo vasto panorama regionale, il vicepresidente dell’organismo interregionale, e poi presidente del neonato Ordine regionale calabrese, non svolgeva alcun ruolo di rilievo.
La sua storia professionale era cominciata, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, come addetto alla pubblicità e quindi come aspirante cronista del piccolo giornale reggino La Voce di Calabria. In quegli anni il massimo del suo “prestigio” giornalistico verteva su qualche sparuta collaborazione di cronaca locale a qualche giornale nazionale. Una sua più effettiva attività era quella di impiegato (ispettore alla diffusione) de Il Giorno.
Ma il punto più alto della sua carriera sembra essere stato quello di redattore delle pagine locali che Il Messaggero pubblicava alcuni decenni fa. Anzi no. L’apice è stato quello di aver diretto per qualche anno un giornaletto provinciale semisconosciuto, ’A forbice, che – al di là di qualche gossip politico e personale – ha lasciato ben poca traccia nella memoria collettiva.
Titolo di studio? La questione non è ben chiara; pare che abbia un diploma. Si dice non abbia una laurea anche se – qualche volta – si firmava con il titolo “dott.”.

3. L’organizzazione scientifica della coartazione elettorale

A ogni elezione la lista bloccata presentata da Nicolò risultava, con maggioranze “bulgare”, sempre vincente. La sua successione-rielezione al vertice era sempre incontrastata.

3.1 Le semplici prepotenze

Raffaele Nicolò

Il sistema di consenso era diversificato e si basava su numerosi ma convergenti assi portanti. Una prima pratica consisteva nella “semplice” prepotenza caratteriale ed emotiva. In un mondo di imbelli (e anche i giornalisti fanno parte di tale mondo) già questo si dimostrava un sistema efficace. Un sistema che veniva migliorato con l’imposizione di orari assurdi di ricevimento (dalle sei alle nove del mattino del lunedì e solo del lunedì) che alimentava questo clima di “intimidazione” preventiva.

Altro sottile sistema era quello di “imporre” un colloquio preliminare (sempre nell’assurdo orario e nel solo giorno citato) a quegli aspiranti giornalisti che, prima di presentare la regolare domanda, effettuavano una telefonata per conoscere le modalità di iscrizione. Il colloquio si trasformava subito in una sorta di “avvertimento” (nel senso che faceva “capire” – e a ragione! – che tutto si faceva o si disfaceva a suo piacimento) e conseguente “genuflessione”.

Una necessaria variante a quanto evidenziato al punto precedente era quella di non rispondere alle domande d’iscrizione presentate da quei richiedenti che non avevano effettuato la precedente “genuflessione” in quanto – sapendo come funzionava il sistema – avevano deciso di presentare la domanda in modo autonomo.

Mutuando il cliché politico clientelare, allora ben vigente, la gestione dell’Ordine calabrese portava avanti un’intensa politica caratterizzata da una serie di favoritismi al limite dell’illecito etico e giuridico. Gli “amici” – fra cui i propri figli, ma anche quelli degli altri – venivano assunti nelle maggiori e meglio retribuite redazioni calabresi, venivano agevolati al massimo in tutte le pratiche abitative e pensionistiche. I “nemici” – venivano invece ostacolati in tutto e per tutto.

Altro “naturale” sistema era quello della pura e semplice iscrizione agli albi di persone che con il giornalismo avevano poco a che fare. A tal proposito sono rimaste impresse nella memoria le (ahimè cadute nel vuoto) denunce dell’allora responsabile regionale dell’Ansa di Catanzaro, Franco Scrima. Nel suo ruolo di segretario sindacale, evidenziava come l’ordine (siamo alla metà degli anni Ottanta) fosse composto da molte persone che «nella loro vita avranno sì e no scritto qualche telegramma».
Della citata lista bloccata che veniva ciclicamente presentata alle varie elezioni, facevano parte solitamente personaggi di secondo piano; l’eccezione era rappresentata dai giornalisti della Rai regionale. I giornalisti che provenivano da tale redazione erano difatti sempre professionisti autorevoli, vedi i casi di Pino Nano, di Emanuele Giacoia, di Franco Martelli, di Vincenzo d’Atri.

3.2 Gli uomini di paglia
Nessuno, però, doveva fargli ombra. E quindi ecco un’attenta ricerca di personaggi, autorevoli ma non combattivi, da inserire come vicepresidenti o vicesegretari del sindacato.
L’esempio più emblematico è quello dell’allora monsignore reggino, Salvatore Nunnari che può tranquillamente essere considerato l’emblema dell’“uomo vetrina” (o, per dirla diversamente, dell’“uomo di paglia”).

Analoga è la scelta dei personaggi da inviare come delegati presso l’Ordine nazionale; con la sola eccezione dell’attuale caporedattore della Rai regionale, il già citato Nano, Nicolò ha fatto sempre rappresentare la Calabria da giornalisti di seconda (o terza) fila o da pensionati dall’effettiva ed efficace attività oramai assai lontana.

Si accennava poc’anzi al sindacato regionale: il rapporto fra tale organismo e l’Ordine calabrese è sempre stato un po’ più complesso. Il disegno di Nicolò era quello di avere sempre a disposizione un organismo ombra con degli altri “uomini di paglia”. La qual cosa, però, gli è sempre riuscita ma solo in via temporanea: chiaro sintomo di una volontà, da parte dei vari segretari del sindacato locale, di farsi sì stringere, ma non “garrotare” integralmente.
Nel trentennio in questione notiamo difatti una serie di persone che, dopo un’iniziale totale acquiescenza, si sono poi caratterizzate per improvvise prese di distanza e susseguenti dimissioni.
Il riferimento è – oltre al già citato Scrima – anche agli altri segretari sindacali Enzo De Virgilio, Venturino Coppoletti e Alfonso Samengo (totalmente allineata è stata, invece, la gestione del primo segretario del sindacato, Franco Cipriani). Ma se, invece, vogliamo parlare di effettiva attività sindacale, allora il discorso diventa differente. Tale tipo di attività è stato difatti quasi sempre del tutto assente. Un’unica eccezione può essere individuata nel tentativo di Samengo di realizzare un organo d’informazione giornalistica regionale.

3.3 I circoli della stampa

Un ruolo di complemento era poi riservato ai Circoli della stampa. Sia quello del Pollino (presieduto da Cosimo Bruno) sia quello del Vibonese (presieduto da Giuseppe Sarlo) sia quello del Tirreno cosentino (presieduto da Gaetano Vena) servivano solo come strumento di controllo elettorale nella variegata galassia dei pubblicisti. Con difficoltà, nella loro storia, si potranno trovare momenti di attività reale (analisi, studi, confronti seri); molto più spesso, invece, momenti ludici e conviviali.
Un caso a sé è invece quello del Circolo dei giornalisti di Cosenza, promosso e presieduto da Santi Trimboli. Se ha certamente avuto il merito di nascere al di fuori della morsa dell’Ordine e del Sindacato, ha avuto anche il demerito di non svolgere alcuna attività legata alla professione rimanendo solo un “organismo virtuale”.
E non mancavano le piccinerie e i dispettucci. Uno dei quali era quello di gestire in modo, diciamo così, “strano” le comunicazioni degli elenchi dei giornalisti all’Agenda del Giornalista i nominativi dei giornalisti, diciamo così, antipatici [7].

3.4 Le connivenze nazionali

Ma non possiamo concludere questo breve excursus sulla costruzione del sistema organizzato da Nicolò, per gestire e conservare il suo potere, non ricordando l’azione “pilatesca” compiuta dagli organismi nazionali e – nello specifico – dall’Ordine dei giornalisti e dalla Fnsi (per non parlare dell’Inpgi) che hanno preferito “non vedere, non sapere, non parlare”.
A chi vi si rivolgeva, la risposta ricordava veramente il celeberrimo funzionario romano: «Lo avete eletto voi calabresi, che volete da noi?». Il che era verissimo ma altrettanto lampante era pure il desiderio dei vari rappresentanti di tali organismi di non guastarsela con un personaggio cosi “particolare” abdicando, dunque, ai propri doveri di sorveglianza e intervento.

A tal proposito va sottolineato un aspetto probabilmente poco conosciuto. Nei suoi anni di potere Nicolò ha portato la categoria calabrese quasi sempre a schierarsi, nei momenti congressuali, con la minoranza. Poi egli stesso si è – altrettanto quasi sempre – accordato con la maggioranza, ottenendone posti di rilievo nel sottogoverno gestionale. Tale doppia azione si motivava con un’analoga doppia strategia. La prima era quella di essere un “prezioso” strumento di rafforzamento delle maggioranze (nella più recente gestione dell’Inpgi era – difatti – l’ago della bilancia). Il secondo era quello di evitare al massimo che altri elementi della delegazione calabrese potessero entrare organicamente negli organismi nazionali.

Franco Abruzzo

Una delle pochissime eccezioni, a tale connivente andazzo, è stata rappresentata dal presidente dell’Ordine lombardo, il cosentino Franco Abruzzo. È vero che anche lui – pure a chi scrive queste annotazioni – esordiva sempre con: «Lo avete eletto voi calabresi, che volete da noi?»; ma è anche vero che poi, anche se fortemente ancorato ad un rispetto formale e sostanziale delle prerogative e dei limiti regionali (sia lombardi che calabresi), non esitava a fornire pareri e consigli e nemmeno a passare ad azioni concrete.

Fra queste, le celebri “adozioni” in Lombardia di diversi praticanti al fine di farli diventare professionisti e l’ancor più celebre notifica, urbi et orbi, della sentenza che – come accenneremo più avanti – ha determinato la radiazione di Nicolò dall’Ordine dei giornalisti. In tale ambito un ruolo psicologico di non scarso rilievo è stato certamente svolto dall’essere, Abruzzo, di origine calabrese. Stesso atteggiamento, anche se meno vistoso, ha adottato Bruno Tucci, anch’egli d’origine calabrese, presidente dell’Ordine interregionale del Lazio e Molise.

1 – (continua)