Il giudice Di Dedda “ha il cuore troppo vicino al buco del culo”

Nell’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, nell’epigrafe che il poeta dedica al “giudice Selah Lively”, racconta di tutte le umiliazioni subite dal giovane garzone di bottega per via della sua bassa statura e di tutta la rabbia covata per anni in silenzio. La frustrazione per la sua condizione è tanta da indurlo a studiare giorno e notte al lume di candela, in cerca di rivalsa, fino a diventare giudice di Contea. In questa veste Lively diventa una carogna e il desiderio di vendetta nei confronti di chi lo aveva deriso diventa la sua ragione di vita. L’epigrafe/poesia conclude così: “… tutti i pezzi grossi che vi avevano schernito, sono costretti a stare in piedi davanti alla sbarra e pronunciare “Vostro Onore” – Bè non vi par naturale che gliel’ abbia fatta pagare?”.

Ispirato da questo Faber scrisse una memorabile canzone dal titolo “Un Giudice”. Disse De André del personaggio della sua canzone: per sopperire all’altezza fisica, il giudice aggiunge a sé una certa statura morale, pericolosamente violenta e carica di rivalsa: l’invidia trova la sua unica cura nella vendetta e sete di potere che si materializzano dall’alto di una cattedra di un tribunale, fino ad arrivare alla megalomania, che ben si sposa con il paragone della statura di Dio.

Nella canzone, il poeta Faber declina le ragioni della derisione del “nano” fino a dire che è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo vicino al buco del culo.

Se dovessi affibbiare questa definizione a qualcuno del tribunale di Cosenza non avrei dubbi: il giudice Enrico Di Dedda.

Di Dedda deve aver avuto qualche problema sia da bambino che in questi ultimi anni. Quello che gli è successo da bambino non lo so, ma quello che è successo negli ultimi anni sì: non ha gradito le nostre pubblicazioni che descrivono tutti gli intrallazzi di quel palazzo che non serve a niente che è il tribunale di Cosenza, e il sistematico sputtanamento del loro “particolare” modus operandi come giudici e magistrati. E come Lively si è messo a studiare giorno e notte al lume delle lampadine cambiate con determine di somma urgenza a 39.999,00 euro, in cerca di rivalsa e di vendetta nei nostri confronti.

Più che valutare oggettivamente e obiettivamente i fatti e tradurli in sentenza, Di Dedda, che evidentemente come il nano pensa che la toga lo ponga a livello di Dio, costruisce le prove sulla base di giudizi di natura personale che esulano dalla valutazione giuridica dell’imputato. Cioè a dire: motiva le sue condanne contro di noi con pareri politici e osservazioni di natura privata che nulla hanno a che vedere con la Giustizia. Questo perché è mosso da odio profondo verso di noi. Si sente deriso dai nostri scritti e per questo si vendica.

Dice testuale in una sua motivazione di condanna n. 435/2017: “… gli scritti di Iacchite’ sono un raro esempio di squadrismo comunicativo! Evocare, per loro, la copertura dell’articolo 21 della Costituzione è del tutto fuori luogo e significherebbe offendere quei giornalisti e pubblicisti che, in epoca fascista, hanno pagato con la loro vita una libertà che le generazioni successive, non avendola guadagnata col loro sacrificio, non sempre amministrano saggiamente..”. Oltre a darci del farnetico psichiatrico-giudiziario.

Bene, ora abbandono le buone maniere. Ma lei, Di Dedda, chi si crede di essere? Pensa forse davvero che la toga lo ponga a livello di Dio? Come si permette di dare del fascista a noi che a differenza sua il fascismo lo combattiamo ogni giorno?

Io il diritto di scrivere quello che scrivo me lo sono conquistato. Perché sono stato perseguitato ed imprigionato per le mie idee e i miei scritti proprio da chi come lei ha il cuore troppo vicino al buco del culo. E da oltre 15 anni subisco/subiamo ingiuste accuse per tutto ciò che facciamo. Una volta la molotov alla questura, un’altra gli spinelli. Ma che ne sa lei di Giustizia e antifascismo!

E’ stato per caso anche lei prelevato alle 3 di notte e portato in un carcere speciale da fascisti travestiti da giudici per le sue opinioni? E’ stato per caso anche lei sottoposto per anni ad obbligo di firma da podestà travestiti da giudici, per ciò che scrive? Quelli come lei meriterebbero di passare qualche mese in prigione per capire realmente il senso delle cose.

Ci sono voluti più di 10 anni di processi per certificare la mia, la nostra innocenza e per provare che tutte le accuse a noi mosse, le stesse che lei oggi continua a certificare,  altro non erano che dei veri e propri tarocchi giudiziari. Tutto questo lei come lo definisce? Uno sbaglio, un errore giudiziario, una persecuzione fascista, o come? Tanto a lei che gliene frega non è mica il suo culo a finire in galera.

Oppure come spiega lei il fatto che dopo aver scritto per settimane dello strano appalto di piazza Fera/Bilotti, ad un tratto mi sono trovato indagato per un attentato alla questura? Lei che è un giudice, riesce a spiegare questo? O siamo noi che ce le inventiamo? Tutto questo, nelle sue sentenze, perché non lo scrive?

Lei al pari di Lively sfoga le sue frustrazioni su chi come noi la pone di fronte allo specchio della propria coscienza. Che evidentemente tanto limpida non deve essere.

Di Dedda nonostante abbia già sentenziato contro di noi, e per questo non potrebbe più farlo, continua tranquillamente a condurre processi a nostro carico, continuando a condannarci nonostante regolare richiesta di ricusazione.

Non che questo ci faccia paura, ma sarebbe almeno giusto salvare le apparenze, facendoci credere di essere giudicati da un giudice terzo. Ma da questo tribunale non possiamo aspettarci niente, se non condanne. E lei Di Dedda può comminarci tutti gli anni di carcere che vuole ma non si permetta mai più di darci del fascista. Perché lei non è nessuno!

GdD