Giustizia e Verità per Denis Bergamini

L’omicidio volontario del calciatore del Cosenza Calcio Denis Bergamini è una delle pagine più nere della città di Cosenza. L’hanno scritta in tanti, non solo quelli che l’hanno ucciso. L’hanno scritta tutti quelli che hanno contribuito a nascondere la verità per più di vent’anni: magistrati, poliziotti, carabinieri, dirigenti e calciatori del Cosenza Calcio, giornalisti (compreso chi scrive), uomini d’onore…

Tutti sapevano o erano in condizione di sapere ma nessuno ha fatto niente di concreto per aiutare chi quella verità la cercava e la pretendeva. La parola d’ordine era: prudenza. Una prudenza a dir poco sospetta in una città nella quale invece custodire un segreto è operazione impossibile.

L’omicidio di Denis Bergamini, come gli altri Cold Case di questa città, è anche un modo per riscrivere la storia recente di Cosenza, che non può essere quella che ci hanno propinato i pentiti e la Procura della Repubblica attraverso le loro “voci ufficiali”. Questo, purtroppo, è solo un piccolo assaggio di quello che poteva accadere a Cosenza e rimanere impunito quasi con leggerezza. Ma, tra tutti i “segreti” di questa città, quello relativo alla morte di Denis Bergamini è uno dei più miserabili e vergognosi.

Di solito, l’omertà viene abbinata alla mafia o, più in generale, alla malavita. Qui invece l’omertà va doverosamente accoppiata a quei pezzi deviati dello stato (magistrati di Castrovillari e forze dell’ordine soprattutto) che hanno concepito e insabbiato consapevolmente l’omicidio volontario di un ragazzo al quale tutti volevano bene, uno degli idoli della città di Cosenza.

La malavita sapeva, ha assicurato la copertura logistica ma non ha potuto far niente per rivelare quanto era accaduto. Avete mai sentito parlare, prima che qualcuno (bontà sua) si accorgesse della trattativa tra stato e mafia, di un pentito di malavita che accusa un poliziotto, un carabiniere o un magistrato? O di giornalisti che provano a sputtanare tutto il marcio che c’è dentro la borghesia di una città?

Nella nostra democrazia malata, dunque, è potuto accadere che per vent’anni un omicidio efferato come quello di Denis Bergamini sia stato oggetto di assurdi depistaggi e di indagini semplicemente ridicole. Perché è vero che lo stato non può condannare se stesso senza nessuno che provi a dire la verità ma a tutto c’è un limite. Un limite che, nel caso Bergamini, è stato oltrepassato troppe volte e ha goduto della vergognosa complicità di giornalisti asserviti alle logiche perverse di uomini senza dignità.

Il biondo centrocampista ferrarese è finito sotto un Tir, il 18 novembre 1989, lungo la famigerata statale 106 Jonica, a Roseto Capo Spulico. Per la giustizia si è trattato di un suicidio fino al 2011 quando il caso è stato riaperto per omicidio volontario ma archiviato dopo qualche anno. Il calciatore si sarebbe buttato sotto il camion anzi tuffato come si fa in piscina perché sarebbe stato stanco del mondo del calcio… E sarebbe stato trascinato per 60 metri!

Denis Bergamini è stato ucciso perché una donna, la sua ex fidanzata Isabella Internò (ovviamente unica testimone!), non sopportava che non volesse saperne più di lei nonostante un aborto al quinto mese e mezzo praticato a Londra (voluto peraltro espressamente dalla signora) e forse un’altra interruzione di gravidanza maturata pochi mesi prima della morte di Denis. In questo caso la signora Internò l’avrebbe volentieri evitata ma sarebbe stata costretta a farla per evitare che qualcuno le rendesse conto di chi fosse il padre.

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Motivi passionali o se preferite d’onore. Cavalcati da pezzi deviati dello stato, evidentemente funzionali al disegno criminoso di Isabella Internò. Tutti sanno, del resto, che la signora ha sposato un poliziotto, tale Luciano Conte, all’epoca in servizio alla squadra mobile di Palermo e oggi alla polizia giudiziaria di Paola.

Bergamini è stato “prelevato” dalla stessa Isabella e dai suoi complici (tra i quali sicuramente suo cugino Dino Pippo Internò) al cinema Garden mentre era in ritiro con la squadra e portato a Roseto Capo Spulico, nella giurisdizione della Procura di Castrovillari, totalmente complice degli assassini. L’uomo-chiave è il sostituto procuratore Ottavio Abbate, successivamente presidente del Tribunale fino al 2012.

Bergamini è stato ucciso e il suo corpo messo vicino a un Fiat Iveco 180 quando era già cadavere. Un piano abilmente studiato da una serie di servitori dello stato che hanno fatto di tutto per coprire la Internò e i suoi complici assassini. Magistrati, carabinieri (in primis il brigadiere Barbuscio, autore dei tragicomici rilievi sul luogo dell’omicidio), poliziotti (quelli cosentini, perfettamente a conoscenza della dinamica del delitto).

A stabilire che Bergamini era già cadavere quando è finito sotto il Tir non sono stati solo i Ris dei carabinieri ma soprattutto un anatomo-patologo torinese, Roberto Testi, incaricato dalla Procura di Castrovillari di svolgere gli esami sui reperti istologici estratti durante l’autopsia dal cadavere di Bergamini. E’ da questi esami che emerge una verità che in tanti ormai davano per assodata: Denis era già morto quando il camion gli è passato sopra.

I Ris di Messina nella loro perizia, invece, hanno dimostrato senza possibilità di errore che Denis non è stato trascinato dal camion ma soltanto sormontato.

Qualcuno, dunque, l’ha ammazzato e ha inscenato un falso suicidio per confondere le acque, tanto bene che per oltre due decenni il rebus è sembrato insolubile. Anche se sul corpo di Bergamini, a parte la breccia sull’addome provocata dal sormontamento del camion, non c’è nulla ma davvero nulla che possa far pensare a un trascinamento di sessanta metri. Non un graffio, non una frattura, nulla!

Perché per più di vent’anni qualcuno ha astutamente depistato ogni possibile sospetto.

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Nessuna vera indagine è stata mai aperta, nessuno ha cercato mai di approfondire le cause e le modalità della morte stessa e nessuno ha aperto un qualche procedimento giudiziario, nessun avviso di garanzia è mai stato spedito, nessuno si è preoccupato di verificare se le testimonianze rese erano credibili, nessuno si è preso la briga di accertare non solo le cause della morte (l’autopsia al momento fu ritenuta superflua data la di “per sé evidente” (!!!) sequenza dei fatti e, quindi, nemmeno l’ora della morte è stata accertata) ma anche come essa era avvenuta. Perché è accaduto tutto questo? Qualcuno lo ha mai chiesto a questa faccia di bronzo del magistrato Ottavio Abbate? 

Soltanto analizzando con obiettività questo disastro è stato possibile risalire al vero movente dell’omicidio.

Per anni è prevalsa una teoria terribile, che anche noi cosentini, noi che conoscevamo bene Denis, abbiamo avallato: se lo hanno ucciso qualcosa avrà pure fatto! Alla tragedia si è aggiunta la beffa di un ragazzo inserito nel giro della mafia o magari della droga per non parlare del calcio scommesse!

Già, tutto regolare. In Italia accade spesso di trovarsi davanti a “misteri” inestricabili. Ma perché succede?

Chi continua a proteggere lo stato e quindi il potere giudiziario e quello investigativo se ne deve fare una ragione, anche se i concetti che stiamo esprimendo sono di una gravità inaudita.

Il fatto è che i cittadini italiani hanno una Costituzione che ne tutela i diritti e tra questi diritti c’è anche quello alla vita.

La Costituzione affida ad una magistratura indipendente e agli organi di polizia (che tuttavia agiscono sotto la guida di un magistrato che cura e dispone le indagini) il rispetto delle leggi dello Stato. E allora? Si può sapere perché magistratura e organi di polizia hanno dormito e non hanno indagato? Se fossimo davanti ad assassini legati alla criminalità organizzata, com’è possibile che siano stati coperti per oltre vent’anni?

Qui non siamo di fronte ad un mistero ma ad un caso di “ordinaria follia”. Uno stato inefficiente, inefficace, connivente che protegge non si sa bene chi e non si sa bene cosa. Oddio, ormai la matassa l’abbiamo capita ma non è questo il punto.

In Italia esiste l’obbligatorietà dell’azione penale. Quella obbligatorietà che ha fatto sì che in questi ultimi 20 anni si sia indagato su tutto e di tutto. Eppure a nessuno è venuto in mente di indagare sul caso Bergamini ed è servito un movimento di opinione popolare per aprire gli occhi al potere giudiziario, a quello investigativo e finanche ai media, che avevano contribuito e non poco all’insabbiamento.

Per oltre vent’anni c’è stato un concorso di insensibilità da parte del sistema mediatico… Un sistema che sembrava e per certi versi sembra ancora una macchina ermetica, programmata per non sostenere la ricerca della verità. Eppure il caso Bergamini poteva rappresentare una “calamita” per cercare di fare giornalismo…

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Ed è proprio perché ci sono state queste protezioni insuperabili, quella dello stato e quella dei media, che una signora come Isabella Internò, l’unica testimone del presunto suicidio di Bergamini, può ancora girare tranquilla per le strade di Cosenza.

Il suo consorte poliziotto, poiché dovrebbe servire lo stato, avrebbe anche il dovere di indurre sua moglie a dire tutto quello che sa. Perché è evidente che nella migliore delle ipotesi Isabella Internò copre qualcuno. Copre gli assassini di Denis Bergamini e questo non può essere possibile.

I professionisti dell’anti informazione hanno provato a coinvolgere i pentiti di mafia e hanno disperatamente provato a cavalcare il movente del calcio scommesse gestito dalla criminalità. Ma in questo caso, per fortuna, l’operazione (andata avanti spudoratamente con l’omicidio Lanzino) si è fermata sul nascere.

La storia della città di Cosenza non può venire a raccontarcela Franco Pino, penoso burattino in mano ai poteri forti di questo territorio. Il Cosenza non è mai stato implicato in vicende relative al calcio scommesse nel periodo in cui giocava Bergamini e le stesse tragicomiche dichiarazioni del pentito sull’argomento non hanno mai avuto un seguito.

La pista della droga è miseramente naufragata perché sulla Maserati non ci sono né doppi fondi né tracce di sostanze stupefacenti. Eppure hanno provato in tutti i modi a inserire in questa storia fantasiosi traffici legati al Cosenza Calcio.

Sarebbe anche ora che i dirigenti della società dell’epoca prendessero la parola per sgombrare il campo da ogni strumentale equivoco agitato da chi non vuole rassegnarsi ad ammettere la verità. Ma purtroppo non lo fanno.

E’ rimasta in piedi solo la pista che porta al rapporto tra Isabella e Denis, quella passionale. Ed è questa l’unica chiave di lettura possibile.

Ma qualcuno ha deciso che l’omicidio di Denis Bergamini debba rimanere per sempre un Cold Case. O no?