Giustizia, Politica, Informazione: Davigo e Lodato vanno oltre il Patto Sporco

di Aaron Pettinari

Fonte: Antomafia Duemila (http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/73233-giustizia-politica-informazione-davigo-e-lodato-a-torino-vanno-oltre-il-patto-sporco.html)

L’Italia, si dice, è il Paese delle mezze verità, dei misteri e del “così fan tutti”, volto a giustificare il mancato rispetto delle regole che dovrebbe invece guidare il vivere quotidiano di ogni cittadino. Ieri pomeriggio, a Torino, presso il Centro Congressi dell’Unione industriale di Torino, si è tenuto un dibattito“Verità, mezze verità e bugie nella giustizia, nella politica e nell’informazione”, organizzato dal Centro Culturale Protestante di Torino, proprio per cercare di ragionare su questi temi, fare il punto della situazione, anche passando da vicende gravi come la trattativa Stato-mafia. Ospiti dell’incontro Piercamillo Davigo, ex presidente della II Sezione Penale presso la Corte di Cassazione, ora Consigliere del Csm e Saverio Lodato, scrittore e giornalista. Doveva esserci anche il sostituto procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo ma un impedimento all’ultimo momento non gli ha permesso di offrire il proprio contributo al dibattito di fronte ad una platea di oltre duecento persone.

A introdurre i lavori è stato il Pastore valdese Paolo Ribet, vicepresidente del Centro culturale Protestante mentre l’incontro è stato moderato da Avernino Di Croce, presidente delle Chiese Battiste in Piemonte. Entrambi hanno evidenziato proprio la necessità, anche per i credenti, di “interrogarsi sulle verità secolari, non solo sulla rivelazione di Cristo, ma sulle verità e sule bugie della società e che riguardano uomini donne di oggi. Una verità che passa anche dalla sentenza del 20 aprile scorso, sulla trattativa Stato-mafia. E conoscere diventa importante anche per confrontarsi su un tema come il rispetto delle regole. Un rispetto a cui non siamo abituati noi italiani”.
Proprio sul rispetto delle regole, del ruolo della magistratura e della lotta a Corruzione e criminalità organizzate è intervenuto Piercamillo Davigo.

Il rispetto delle regoleIl magistrato ha parlato di “sistematiche devianze” che si verificano nel nostro Paese che hanno trascinato la magistratura ad essere “un contrappeso più che una componente nella normale separazione di poteri”.
In maniera semplice e coinvolgente Davigo ha fornito semplici esempi per far capire questa “stortura”. “Normalmente la caratteristica di tutti i Paesi occidentali è il rispetto delle regole – ha detto rivolgendosi ai presenti – in Italia vi è una situazione in cui c’è un’altissima violazione delle leggi da parte di milioni di persone e il mancato rispetto delle regole rende imprevedibile proprio il comportamento della popolazione e le conseguenze sono rilevanti anche perché gli strumenti repressivi possono funzionare laddove la maggioranza rispetta le regole. Se invece ci sono devianze di massa tutto diventa più difficile. Come risolvere? Bisognerebbe creare una situazione normativa che punisca chi si comporta male e che premi chi si comporta bene”.

Il rispetto delle regole passa anche dai semplici gesti: “Quando un automobilista segnala la presenza di un posto di blocco crede di fare il ‘bene’ dell’altro ma lo fa senza pensare perché non conosce chi sta avvisando. Magari l’automobilista sull’altra corsia è un latitante o uno stupratore di bambini che consapevole del posto di blocco inverte la marcia e va via”. Il Consigliere del Csm ha ricordato momenti di svolta importanti nel contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata, come l’introduzione della legge sui pentiti che ha ribaltato il flusso delle informazioni. Parlando delle mafie Davigo ha evidenziato come le associazioni mafiose non siano fenomeni legati a “banditi di strada” ma qualcosa di più grave che ha “legami con il mondo della politica e dell’economia, che si avvale di un’aria grigia intorno che permette di avere contatti con la complessità del mondo moderno, anche se restano codici e comportamenti con radici antiche”.

Davigo ha anche parlato degli attacchi subiti dalla magistratura “quando vengono compiute certe indagini sgradite”. “La frizione con la politica – ha aggiunto – nasce, ad esempio, quando si processa uno che è stato ministro e Presidente del consiglio come Andreotti. Un soggetto che viene assolto in primo grado e in appello, invece, quell’assoluzione viene tramutata in prescrizione. Ovvero una condanna perché si ritiene che quel reato, fino ad una certa data, viene ritenuto prescritto. Io oggi vengo accusato di essere giustizialista, di essere comunista se arresto uno della Dc, di essere fascista se arresto qualcuno del movimento sociale. Ma non è questo il ragionamento. Il magistrato mette al primo posto il rispetto delle regole ed è mosso dal rispetto della Costituzione. Il politico stabilisce il proprio operato secondo i criteri di utile-dannoso, amico-avversario. Per questo credo che sia meglio che i magistrati non entrino in politica”.

Le devianze delle classi dirigenti

Altra emergenza affrontata nel corso dell’intervento riguarda le devianze delle classi emergenti. “Queste devianze – ha detto Davigo – pubbliche e private che siano, portano danni ben più gravi della criminalità di strada. Pensate ad esempio al crac Parmalat, quel processo per aggiotaggio sulle obbligazioni aveva 45mila parti civili, 45mila vittime. Quanti giorni dovrebbe impegnare uno scippatore per raggiungere quei numeri? Un colletto bianco che delinque produce un numero di vittime ben più elevato e non possiamo non ricordare che rispetto alla Germania in Italia sono solo un ventesimo i detenuti per reati di questo tipo. E il nostro è il Paese degli indulti, delle indulgenze, dei condoni fiscali e così anche il patteggiamento diventa assolutamente inutile e non conveniente.

Se sistematicamente vengono condonati e perdonati comportamenti devianti aumenterà sempre il numero di chi viola la legge. Ma questo non si vuole capire e ogni volta che si parla di contrastare determinati fenomeni la prima cosa che si dice è proprio quella di condonare”. “Possibile che in questo Paese ci sia sempre il bisogno di una sentenza per separarsi da certe devianze?” si è chiesto poi Davigo. “E’ inaccettabile, per fare un esempio, che quando è stato arrestato l’ex direttore generale della Asl Pavia al processo Infinito, con l’accusa di concorso esterno e ora condannato definitivo, si sia attesa la sentenza quando già all’interrogatorio di garanzia aveva dichiarato che si ‘divertiva a sembrare mafioso’. E’ chiaro che uno che fa un’affermazione di questo tipo non può fare un certo mestiere a prescindere dalla sua colpevolezza”.

Mafia ultra secolareSuccessivamente a prendere la parola è stato Saverio Lodato che ha sottolineato come il problema, nel contrasto alla criminalità organizzata, sia stato proprio la mancata volontà di contestare certi fenomeni. “La mafia esiste da due secoli – ha detto il giornalista, autore insieme a Nino Di Matteo del libro “Il Patto Sporco” – Da poco si è costituita la sedicesima commissione parlamentare sul fenomeno mafioso e sin dalla prima, quella del 1962 si esprimeva un quadro della mafia chiaro che, sostituendo nomi e cognomi, apparirebbe identico a quello di oggi. Forse lo Stato italiano, di fronte ad un fenomeno così longevo, la guerra e la lotta alla mafia non le ha mai volute fare”. “A metà degli anni Sessanta in Italia c’erano processi definiti indiziari – ha aggiunto – e questi processi si concludevano sempre con l’assoluzione dei mafiosi che finivano alla sbarra. Nel ’62 c’è la prima strage, quella di Ciaculli, con un’autobomba ed è in quel momento che nasceva la Commissione parlamentare antimafia ma, sempre in Parlamento, i dibattiti dei politici tendevano comunque ad escludere l’esistenza della criminalità organizzata.

C’era chi parlava di invenzione cinematografica, chi di invenzione letteraria. Si deve arrivare alla fine degli anni Settanta per trovare un gruppo di giudici, poliziotti e carabinieri siciliani che in qualche maniera hanno il coraggio di dire il contrario e mettersi di traverso. Falcone, Borsellino e Caponnetto, che diventa capo del pool antimafia a Palermo, sono giudici che per la prima volta nella storia si mettono a cercare prove che possano reggere nei processi e portare alle condanne. E’ con questi uomini che si inizia a fare sul serio fino ad arrivare, anche grazie ai pentiti, a quel processo che porta alla sbarra oltre 500 persone rappresentanti di centinaia di famiglie siciliane. Pensate che da Roma chi era al potere guardasse di buon occhio quel primo tentativo serio di debellare l’ala militare della mafia? Non era così e l’isolamento contro Falcone, Borsellino e quei poliziotti iniziava a farsi sentire”.
Lodato ha ricordato la lunga sequela di delitti eccellenti, da Carlo Alberto dalla Chiesa a Cesare Terranova, passando per Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Gaetano Costa, Ninni Cassarà, Boris Giuliano, Mario D’Aleo, Emanuele Basile, quindi Falcone e Borsellino. “In quel momento la mafia uccide tutti i rappresentanti delle Istituzioni che stavano intralciando il loro cammino – ha proseguito Lodato – finché nel 1992 accade qualcosa con la morte di Salvo Lima, l’uomo chiave del potere andreottiano in Sicilia. Era accaduto che c’erano state le condanne in Cassazione anziché le assoluzioni al Maxi Processo. La mafia inizia ad eliminare quei referenti politici che avevano dato garanzie”.

Processo Andreotti e processo trattativa Stato-mafia, per alzare il tiro

Proseguendo nel suo intervento lo storico giornalista ha parlato delle indagini successive agli anni delle stragi in cui “si alzò il tiro”, come il processo Andreotti. “Si proclamò l’assoluzione anche se non era stato assolto da quel processo – ha ricordato Lodato – e i magistrati che si occuparono di quelle indagini furono attaccati da tutti i partiti, sia quelli di Governo che di opposizione. Ad esempio Ottaviano Del Turco, socialista, rilasciava dichiarazioni equamente divise tra attacchi alla Procura ed ai magistrati e attacchi ai collaboratori di giustizia. E se quel processo evidenzia il disamore della politica per la lotta alla mafia il processo sulla trattativa Stato-mafia, che è il terzo grande processo, sarà ancora più contrastato”.

Secondo Lodato in questi anni si è assistito alla “grande favola di uno Stato contrapposto alla mafia. Ma questa favoletta non regge più. Se vi fosse stata una vera contrapposizione non avremmo avuto la carneficina di uomini di Stato, non avremmo avuto la trattativa, che non è presunta come molti vorrebbero farci credere. In cinque anni di processo la maggioranza dei giornali e dei rappresentanti politici ha attaccato i magistrati che hanno istruito il processo ed ancora oggi, di fronte ad una sentenza di primo grado con condanne pesanti l’argomento non viene affrontato”. Lodato ha ricordato le difficoltà che vi sono state nel corso dell’inchiesta con il conflitto di attribuzione sollevato dal Presidente della Repubblica Napolitano contro la Procura di Palermo per la distruzione delle telefonate tra lui e l’allora indagato Nicola Mancino: “Questo è avvenuto anche se gli stessi magistrati avevano dichiarato che quelle telefonate erano prive di rilevanza penale. Tuttavia ha preferito che queste venissero occultate e tombate definitivamente. E tanti organi d’informazione si schierarono accanto a Napolitano”. Da Scalfari a Ferrara, passando per Deaglio ed altri, Lodato ha passato in rassegna quanto da loro scritto nel corso di questi anni di processo. Gli stessi che hanno scelto la via del silenzio dopo la sentenza del 20 aprile.

La fine della favola“La sentenza ha dimostrato che l’accusa di attentato a corpo politico dello Stato, contestata da Ingroia, Di Matteo, Teresi, Del Bene e Tartaglia era fondata. Ha dimostrato la presenza di un disegno organico dove non è possibile distinguere il mafioso dal rappresentante di Stato. Ed a pesare, alla fine, “non sono state le istituzioni perBene; ma quelle perMale con funzionari deviati che con la mafia avevano rapporti diretti. Queste storie, questi rapporti, si spiegano nel fatto che, con ogni probabilità, la mafia fungeva da braccio armato per compiere quelle operazioni sporche da parte di uno Stato che aveva bisogno di non comparire ufficialmente. Oggi abbiamo una sentenza di 5400 pagine che mette in fila una serie di fatti focalizzandosi sugli anni della trattativa che va dal 1992 al 1994-1995 ma che in realtà vede le radici di certi rapporti sin dallo sbarco degli alleati in Sicilia e nella strage di Portella della Ginestra.

Nel libro il Patto Sporco, con Di Matteo, parliamo anche di questo, della fine della favola di uno Stato che contrastava la mafia. La storia di una serie di angeli ingenui e cavalieri disposti ad affrontare il fenomeno mafioso nonostante non avessero le spalle coperte dai loro stessi organi di appartenenza. E del resto, si era capito da tempo guardando la sparizione di documenti che si è verificata con Dalla Chiesa, e quei documenti spariti dalla sua cassaforte, o per Falcone, con i diari che furono manomessi, o ancora l’agenda rossa di Paolo Borsellino”. Quindi ha concluso: “Per fare una vera lotta alla mafia serve una presa di coscienza da parte di tutti ma, soprattutto, che la politica abbandoni quell’omertà che l’ha contraddistinta come dimostrato da quei politici e rappresentanti delle istituzioni che per sedici anni sono rimasti silenti che al processo sono andati a testimoniare della trattativa e di altri fatti”.