Gli affari di Pecoraro: a Portapiana un muro da 500mila euro

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A spulciare gli atti amministrativi degli ultimi 10 anni che recano la firma dell’ingegnere Pecoraro, escluso il biennio d’oro di Cucunato, dove peschi peschi, peschi bene.

Si può prendere uno qualsiasi, degli affidamenti diretti da lui firmati – quelli fino a 40.000 euro, dove non serve la gara, né una certificazione particolare, escluso ovviamente il certificato antimafia che è obbligatorio per tutti – che di sicuro non è possibile o riscontrare l’effettiva esecuzione dei lavori o che la somma elargita per il lavoro è esageratamente sproporzionata rispetto all’onere del lavoro.

Come dire: se paga il Comune si può gonfiare la fattura. Lo sappiamo tutti che funziona così. Faccio un esempio per meglio spiegarmi: esistono molti affidamenti diretti a ditte amiche che recano la dicitura: abbattimento barriere architettoniche. Costo del lavoro 39.999 euro + Iva.

Il lavoro da eseguire è la creazione di diversi scivoli sul finire dei marciapiedi. Ma in queste determine non è mai specificato il luogo fisico, la via, il marciapiede dove questo lavoro va eseguito. Inoltre, dovrebbe teoricamente, ma anche amministrativamente, esistere un verbale di “consegna del lavoro”, con obbligatorio “collaudo”, da parte del dirigente, dell’opera.

Sfido tutti i deputati di Cosenza, compresi i grillini e i fuoriusciti, a farsi consegnare questo pubblico verbale. Neanche sotto tortura te lo danno. Quindi, nella determina non c’è la via, il verbale non esiste, ditemi voi come si può fare per verificare se siamo stati imbrogliati? Impossibile. Dobbiamo fidarci. Anche perché queste pratiche sono quasi tutte così.

Alliccate di cemento qui, na pittateddra llà, na spurgata cca. E ancora, manutenzione a questa o quella strada, o bene pubblico: in genere cambio lampadine si rasi rasi, vetri, un po’ di idraulica. E cosette varie. Tutti lavori che costano sempre 39.999 euro + Iva. Qualunque cosa facciano. E ovviamente non riscontrabile.

Perché come si può dimostrare, se non c’è nessun controllo, l’avvenuta alliccata di cemento? O la spurgata? Ammesso che qualche onesto verifichi, cosa mai avvenuta a Cosenza, ma ammettiamolo per un attimo, si può sempre dire che il tombino si è intippato di nuovo. O che l’umidità ha fatto cadere l’alliccata di cemento. Avete capito come funziona? L’urgenza, senza che nessuno chieda mai a che è dovuta questa urgenza e frenesia di alliccare di cemento la città, fa sì che nessuno ficchi il naso.

Solo un magistrato può farlo. Ma abbiamo già detto sulla procura di Cosenza. Così, i furbastri, nella totale impunità imboscano le carte, e chi si è visto si è visto.

IL MURO DI PORTAPIANA

Ritorniamo all’ingegnere Pecoraro. Siamo sul finire del 2008, l’apprendistato con il cardinale Franco Ambrogio va alla grande, al punto che l’ingegnere decide, come gli scissionisti dei casalesi, di mettersi in proprio solo su alcuni affarucci. E Franco (il cardinale), che sa, e fa finta di non vedere, lo lascia fare. Deve farsi le ossa. E questo segretuccio che lui pensa di nascondere, può sempre tornargli utile: un argomento per attuare un possibile ricattino ci sta sempre.

Come sempre, da quando è stato eletto Perugini, Cosenza è in perenne emergenza e urgenza. Roba che neanche l’allerta massima della protezione civile può competere con noi. E l’emergenza delle emergenze, per l’ingegnere, è un muro situato nel quartiere di Portapiana, e precisamente il muro che cinge le cosiddette palazzine di Santa Maria. Vista la posizione strutturale del muro, che è di contenimento, ho pensato che l’intervento fosse veramente urgente. Il rischio di una frana potrebbe coinvolgere le palazzine. Ma dal sopralluogo fatto ci accorgiamo che si tratta solo della solita alliccata di cemento corredata dal rivestimento in pietra. Potete recarvi sul posto, e non serve un ingegnere per capirlo, ma anche guardando le foto. Ovviamente l’atto tarocco viene presentato come urgente, e l’ingegnere affida direttamente i lavori alla ditta Costa costruzioni srl di Castrolibero. Ho provato a contattarli, ma nel web non esistono.

Importo 500.000 euro.

Capite tutti, senza essere necessariamente faziosi come me, che per quel muretto lungo un trentina di metri, e alto poco meno di tre che va a scalare, rivestito i petri i jumi, mi pare veramente troppo. Ma la spregiudicatezza è indice di impunità. Non sono accorti. Nessuno tanto gli dice niente.

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I lavori vengono effettuati e la ditta passa alla cassa. E qui iniziano i guai. Perugini, che è messo lì solo per firmare le carte di Nicola Adamo e di Franco Ambrogio, quando gli propinano questa determina da inserire nei debiti fuori bilancio e liquidare, si rifiuta di firmare. Dice che questa cosa è troppo sporca, se malauguratamente qualcuno se ne accorge sono guai. Troppo esagerata. E così Perugini, che non può dire apertamente no, inizia a giocare di sponda. Tira oggi che viene domani. Gli sono rimasti poco più di 14 mesi per la fine della consiliatura. Deve resistere, e resisterà. Infatti Pecoraro non riesce a mandare all’incasso questa fattura.

Da chiunque chieda un interessamento, riceve solo negative. La ditta è furiosa, quello che doveva essere nu bellu sguabbu, rischia di rivelarsi nu vrusciu. E iniziano a pressare Pecoraro, che altro non può fare che prendere tempo. Perché nel mentre è arrivato Occhiuto e Pecoraro non è più al quarto piano. Il suo posto ora, è occupato da Cucunato, che risponde solo a Maruzzu.

L’ingegnere spiega alla ditta che, se fannu strusciu, c’è il rischio che qualcuno contesti la legittimità di quell’atto. Quindi bisogna avere pazienza e aspettare il momento opportuno per trovare altra via. Che presto arriva.

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Scoppia la guerra tra gli Occhiuto e i Gentili, che rivendicano il quarto piano e per Pecoraro si apre una speranza. Pinuzzu Gentile chiede a Mario la testa di Cucunato. E’ guerra aperta. Con morti e feriti. E non si riesce a trovare una soluzione. Ed ecco che spunta Madame Fifì, che prende la palla al balzo e si offre come mediatrice. Del resto è anche merito suo se Occhiuto ha vinto. Dice ai contendenti di avere l’uomo giusto che può garantire entrambi. L’ingegnere Pecoraro. La mediazione regge. E Pecoraro coglie l’occasione al balzo. Si insedia ed offre i suoi servigi ai nuovi padroni, sotto l’occhio attento di Madame Fifì. Passa quasi un anno dal suo ritorno al timone del quarto piano e qualche manina monella recupera la determina sotterrata da qualche anno e la inserisce nella lista occhiutana dei debiti fuori bilancio, ammucciandola tra le mille righe che compongono questo documento.

Ma qualche sgamato consigliere se ne accorge. E il piano salta di nuovo. In sede di commissione tutti i consiglieri danno il loro voto contrario a questa “liquidazione”. Troppo ambiguo come atto. Vista l’aria che tira, è meglio non avallare altri ‘mmualici. Si spingono oltre, chiedono una discussione ad hoc su questo strano appalto. Che all’oggi ancora non c’è stata. E sono sicuro mai verrà.

Salvo la buona fede di Occhiuto (che per una volta non c’entra): può dimostrare la sua trasparenza amministrativa facendo luce su questa vicenda. E qualcuno, nel mentre, ricorda gli impegni non mantenuti a Pecoraro, appicciandogli la macchina. Indaga la digos. E allora stamu frischi.

In conclusione, Pecoraro non si aspettava tutto questo trambusto – l’indagine della Finanza e della Dda sul Comune, compreso il suo rinvio a giudizio per un altro affidamento illecito di 500.000 euro per l’appalto del ponte di Calatrava – ed era sicuro che tutto sarebbe restato immutato. Che avrebbe potuto continuare a sguazzare. Abituato com’era a fare quel che più gli aggradava.

Ma, caro ingegnere, tutto finisce, e che ci crediate o no questo piccolo cambiamento, che riduce di fatto l’onnipotenza di questo pubblico dipendente, è solo una piccola anticipazione di quello che sta per venire.

2 – (Fine)

Giardini del Duglia