Gomorra: alibi, moralismi ed ipocrisia. (Senza Spoiler)

Advertising

In Italia certe fognature conducono sempre negli stessi cessi. E’ quello che avviene nella realtà storica, nel passato torbido e nel presente squallido di questo paese. Ma nelle serie televisive tutto può essere dipinto in maniera diversa, trasfigurando la verità per crearne un’altra più comoda. Così, anche per via della diffusione dello streaming, le fiction diventano il vero romanzo popolare generatore d’immaginario con il quale il popolo s’identifica.

Dunque la realtà dei fatti si trasforma in una pellicola sottile che si frantuma al cospetto della potenza del racconto cinematografico, felicemente piegato alla logiche televisive e soprattutto alla lunghezza di una storia che si dipana nel corso delle varie stagioni. Quello che conta davvero non sono i fatti, ma come questi vengono raccontati.

Per tale ragione l’identificazione attraverso i cattivi rappresenta il meccanismo più immediato per catturare lo spettatore. E’ il fascino del male che alberga in ognuno di noi. Del resto in Italia, che per dimensioni e capitali investiti in produzioni certamente non è gli Stati Uniti, esiste una grande tradizione a partire dal cinema di genere poliziottesco, dal neorealismo, da ottime serie crime come “la piovra”, “il capo dei capi”, “romanzo criminale” ed ora il fenomeno cinematografico-televisivo del momento.

Gomorra-La-Serie

Intendiamoci, “Gomorra” è innanzitutto un brand commerciale di successo, un marchio attraverso il quale si fanno molti soldi con la vendita di diversi contenuti, narrazioni, immagini, libri, film. Ma bisogna riconoscerlo, tra tutti i suoi prodotti d’intrattenimento la serie tv realizzata da Sky e Fandango, è senza ombra di dubbio il più riuscito.

Gomorra, la serie, ha la capacità d’azzerare Napoli, rendendo praticamente invisibile il contorno di una metropoli che pulsa di vita aldilà della camorra. Non ci sono mercati, centri storici, turisti, partite di calcio allo stadio, feste di santi, vita notturna di giovani. Niente, è solo case popolari fatiscenti in un affascinante degrado metropolitano e periferico. Palazzoni labirintici, spaccio, morti ammazzati, fiumi di sangue e nessun sorriso, soltanto tristezza. Tutto questo restituisce un’atmosfera cupa, violenta e depressa, che riesce perfettamente a rendere l’idea del dramma.

Non c’è alcun politico, nessun colletto bianco, a parte qualche comparsata di carattere locale. Sono solamente i “guagliuni ncoppa i motorini” ad essere i protagonisti indiscussi assieme ai boss, le sale giochi, la droga ed i dialoghi recitati in un napoletano stretto e discutibile. Tutto ciò non è affatto casuale, piuttosto si tratta di una precisa volontà politica impressa nel racconto, più che di una scelta narrativa.

Lo scopo è quello di fornire l’immagine di una camorra stereotipata, bestiale, crudele, sporca, ben poco attraente e conveniente. Certo, bisogna fare i conti il reale rovescio della medaglia, con il rischio d’emulazione per tanti giovani aspiranti criminali, con la miseria e l’ignoranza che domina gran parte della penisola.

Ma se un ragazzo guadagna trecento euro al giorno per fare da sentinella ad una piazza di spaccio, invece di quattrocento un intero mese, sempre se lo pagano, sgobbando dalla mattina alla sera, senza diritti, in nero, precario, sfruttato, umiliato tramite un lavoro definito “onesto”; di sicuro questo non è un problema imputabile alla serie tv “Gomorra”. Dovremmo rifuggire dal sinistro moralismo bacchettone che trova sempre un alibi per giustificare la sua ipocrisia.

Se a Secondigliano nel rione Scampia, sin dalla fine degli anni 80, molti poveri cristi si guadagnano da vivere spacciando la droga nel più grande super market di stupefacenti del paese, forse le cause non sono da ricercare nei film ma in altre dinamiche ben più grandi e strutturali. D’altra parte cosanostra, la ‘ndrangheta, la camorra, sono dei fenomeni puramente capitalistici dove l’unico obbiettivo è l’accumulo di ricchezza, sfruttando fino alla morte la propria manodopera ed esercitando il controllo ferreo del territorio in maniera militare.

GomorraLa camorra è quindi anche un sistema di welfare. Le famiglie dei carcerati ricevono un sussidio, in molti casi hanno assistenza legale, favori, agevolazioni, la gente lavora e guadagna, ci sono dei benefit, dei premi in denaro e si può fare carriera. Tutto questo in Gomorra è spiegato molto bene. Ma il pregio più grande di questa serie è la totale assenza dello stato, nemmeno con un ruolo di secondo piano. Non c’è un poliziotto buono che lotta contro i cattivi, uno sbirro infiltrato con i rimorsi di coscienza, un prete antimafia, un giudice martire, un pentito, piuttosto che qualche altro presunto eroe della giustizia immolato alla causa. In Gomorra le istituzioni sono totalmente assenti, ogni tanto compare qualche volante, ma per il resto non esistono, semplicemente perchè questa è la cruda e nuda verità. In luoghi come Scampia lo stato significa soltanto repressione, prigione, problemi, perdita di reddito; in quanto, che vi piaccia o meno, spacciare è un lavoro precario con il quale parecchie persone campano.

Quindi la scena è soltanto dei camorristi e dei personaggi che ruotano attorno al loro sistema economico sociale; e poi, bang, bang, bang! Il rumore sordo del caricatore di una pistola che viene scaricato nel petto di un nemico. Anche su questo punto è necessario essere chiari. La fiction ha poco a che fare con l’omonimo libro. Questo, infatti, riguarda soprattutto la potente confederazione camorristica dei casalesi, composta da 11 clan affiliati nella provincia di Caserta. La serie tv invece racconta la prima faida di Scampia tra la famiglia Di Lauro ed i cosiddetti “scissionisti”.

Guerra che all’epoca provocò oltre 100 vittime soltanto tra l’ottobre 2004 ed il settembre 2005, fra cui molti innocenti capitati per sbaglio nella traiettoria di una pallottola destinata ad un altro mafioso. Ovviamente la narrazione è resa contemporanea, nella fiction non si è esattamente nel 2005, ma nel 2014, però la sostanza rimane immutata.. Di conseguenza l’esaltazione della violenza, a volte un po’ eccessiva per i troppi morti ammazzati, se contestualizzata appare del tutto comprensibile. In sostanza Gomorra è una serie veramente ben fatta, cattiva e spietata proprio come deve essere, senza rimpianti e sconti per nessuno. Gli sceneggiatori ed il regista Stefano Sollima, lo stesso di Acab, Romanzo Criminale (la serie) e Suburra, sono riusciti nell’intento.

Il mondo di sotto è spaventoso, corrotto nell’animo dalla fame e dalla rassegnazione. Le gomorre, piccole, grandi, sanguinarie, eclatanti oppure discrete, taciute e nascoste, sono presenti in tutte le nostre città. Non siamo in un tempo adatto ai lieti fine ed agli eroi giovani e belli baciati dalla dea giustizia. Lo sappiamo bene vivendo ogni giorno i nostri quartieri di un sud malato nel profondo. Per strada c’è un inferno. Ed a tutti i moralisti ben pensanti che si battono il petto, terrorizzati dai ragazzini cattivi sugli scooter intenti ad imitare le gesta di Jenny Savastano; bisognerebbe spiegare come Sky e Fandango non siano esattamente delle caritatevoli organizzazioni benefiche o delle “candide” associazioni antimafia, non lavorino per il ministero degli interni o per l’assessorato al turismo del comune di Napoli. Si tratta solamente d’ aziende private come tutte le altre che non hanno alcun obbligo educativo e pedagogico verso la società, ma soltanto quello meramente economico nei confronti del mercato.

Sono multinazionali, case di produzioni che realizzano e trasmettono programmi e film con il solo ed esclusivo scopo di fare profitti. Pretendere da loro una discutibile etica morale, sulla base di un presunto buon esempio da impartire ai giovani di una nazione marcia e mafiosa fino al midollo, mi pare francamente parecchio stupido.

In conclusione per gli amanti del genere “crime” Gomorra è attualmente la migliore serie tv italiana in circolazione. Chiaramente con qualche difetto, aspetti da migliorare a mio avviso nella sceneggiatura, ma affrontare questo discorso significherebbe per forza di cose spoilerare, oltre a risultare del tutto secondario rispetto alla vera questione di fondo che ci pone una domanda di verità; siamo proprio sicuri che la triste realtà delle nostre strade e delle nostre vite sia davvero meglio di quella raccontata nelle fiction?

Ps…da notare che in circa 7 mila e 600 battute non ho scritto nemmeno una volta la parola “Saviano”.

Salvatore Conte…du frittur.