Guardie o ladri: la Manzini e il cellulare con la partita Iva di Pittelli che scatenò “Poseidone”

Giancarlo Pittelli
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Abbiamo lasciato Marisa Manzini, procuratore aggiunto a Cosenza, in pieno isolamento a Vibo Valentia dopo la polpetta avvelenata sotto forma di interrogazione di un parlamentare cuneese. Accuse pesanti nei suoi confronti ed evidentemente pilotate da qualcuno che conosceva le sue vicende personali. Acquisto di una villa per interposta persona, raccomandazioni per il marito chirurgo e degenze in strutture sanitarie private pagate non si sa bene perché dal faccendiere lametino Antonio Saladino, fascicoli spariti e tutto quel che serve per alzare un bel polverone sulla Manzini.

Sì, ma perché?

E’ Emilio Grimaldi, famoso blogger, a rivelare quella che potrebbe essere una spiegazione. Una pista porterebbe a Giancarlo Pittelli, senatore dello stesso schieramento del Menardi, il tale che ha presentato l’interrogazione “avvelenata”. Pochi se lo ricordano. Ma quella che scovò il numero di cellulare dell’avvocato penalista fu proprio la Manzini.

Manzini-Marisa

Quel cellulare ha aperto una breccia grandissima nell’indagine Poseidone. O meglio, si fece scovare da solo.

Correva l’anno 2002 e nei pressi dell’acquedotto del Comune di Gerocarne (Vibo Valentia), furono rinvenuti all’interno di una Fiat Panda i cadaveri dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo, di 36 e 34 anni. Nei pressi fu recuperato anche un telefono cellulare Samsung.

Tra le utenze di questo cellulare, utilizzato dai killer, figurava la partita Iva di Pittelli con domicilio e numero civico, senza tuttavia nessun titolo onorifico che potesse far risalire gli inquirenti al parlamentare. Fu proprio questo cellulare la chiave di volta di tutto l’ambaradan che ne seguì. Luigi De Magistris nell’atto di inviare l’avviso di garanzia a Pittelli per Poseidone omise di informare il suo capo, il procuratore Lombardi, in quanto il figlio della sua compagna, Pierpaolo Greco, lavorava nello studio dello stesso Pittelli.

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E il procuratore di tutta risposta gli avocò l’indagine. Sarà stata la sua mano, questa dell’avvocato penalista Pittelli, a passare l’interrogazione al collega Menardi, così, per coinvolgerla nel minestrone del malaffare in Calabria fra politica e imprenditoria? O anche per rendere ancora più fosca la nebbia che il Csm e il Copasir stavano sparando all’epoca come la neve con la “guerra” fra le procure di Salerno e Catanzaro e con il fantomatico Archivio Genchi? Quando vengono coinvolti sia i buoni che i cattivi in un calderone, di norma a salvarsi sono proprio i cattivi. Oppure per vendicarsi per il suo zelo, nell’essere andata troppo a fondo nelle sue indagini?

Di certo, Pittelli qualcosa deve sapere. E non è certo l’unico caso nel quale, come minimo, è persona informata dei fatti.

2 – continua