Guardie o ladri: un lanciamissili per eliminare la Manzini aspettando un’inchiesta “vera” a Cosenza

Advertising

Siamo all’ultima parte della carriera del procuratore aggiunto di Cosenza, Marisa Manzini.

Dopo sei anni di impegno alla Distrettuale l’improvviso passaggio alla Procura generale di Catanzaro. Seguito, dopo qualche mese, da una notizia che ha avuto una certa eco sui media.

Ecco un estratto di un articolo di Umberto Galati.

Un attentato contro il magistrato della Dda di Catanzaro Marisa Manzini. Il piano prevedeva l’utilizzo di un lanciamissili, una vera e propria azione da guerriglia per eliminare il magistrato che per sei anni ha indagato a tutto campo contro le cosche della ‘ndrangheta vibonese. Le rivelazioni shock sono state rese nel corso del processo Genesi dal collaboratore di giustizia Gerardo D’Urzo di Sant’Onofrio, già condannato all’ergastolo per la strage dell’Epifania.

Secondo quanto riferito dal pentito, collegato con l’aula del Tribunale di Vibo Valentia in video conferenza, la ‘ndrangheta voleva uccidere il pm Marisa Manzini, che ha lasciato la Distrettuale a novembre 2009, passando alla Procura generale. Il piano, secondo quanto emerso, doveva scattare nel 2007 azionando un lanciamissili.
In particolare, secondo il pentito, a tentare di pianificare l’azione di guerriglia per far saltare il magistrato sarebbe stato Luigi Mancuso, che seppur detenuto in regime di 41 bis, avrebbe chiesto il lanciamissili ad Antonio Pesce di Rosarno.
D’Urzo, rispondendo alle domande del pm Giampaolo Boninsegna, ha quindi rivelato che i Mancuso in quell’anno avrebbero seguito ogni minimo spostamento della Manzini come se da un momento all’altro il piano dovesse scattare.
Una vicenda, che secondo quanto è trapelato, è stata già segnalata alla Procura della Repubblica di Salerno, competente per territorio ad indagare sulle vicende che coinvolgono i magistrati che operano nel distretto della Corte d’Appello di Catanzaro. E le rivelazioni del pentito D’Urzo riaprono in termini ancora allarmati il capitolo della scarsa tutela nei confronti dei magistrati di “prima linea”, impegnati nella lotta alla criminalità organizzata.
L’ex pm della Dda al momento di passare alla Procura generale, non aveva in nessun modo fatto trapelare quanto si è appreso ieri da parte del collaboratore di giustizia, anche se il magistrato molto probabilmente era stato già informato da chi di competenza. E non è escluso che siano state proprio queste vicende a consigliare Marisa Manzini a gettare la spugna e a cambiare aria.
Una sorta di resa di fronte alla quale lo Stato ne è uscito ancora più debole.
Donna coraggiosa, trasparente, ha sempre creduto nella giustizia e nella forza della denuncia anche in un territorio dove le cosche per decenni hanno assunto un ruolo centrale nelle dinamiche criminali, non solo favorite da strutture a carattere familiare (tipiche della ‘ndrangheta) ma anche da una serie di relazioni sociali, al punto da penetrare con facilità negli ambienti istituzionali e politici.
Insediamento-Manzini-03-320x240
Fin qui Galati. Dal 2010 a oggi, Marisa Manzini non ha più combattuto la mafia dalla sua solita postazione. Ha fatto altro. Corte d’Appello, altre storie, altre vicende.
Cosenza è una tappa importante della sua carriera, nella quale si gioca molta credibilità.
Finora la sua presenza a Cosenza è passata quasi inosservata. Ha fatto passerella con Granieri, il pessimo procuratore della nostra città, sequestrando strutture come il Centro di accoglienza per migranti di Aprigliano e la ex Legnochimica di Rende che attendevano o da mesi o addirittura da decenni di fare questa fine.
Nessuna inchiesta di quelle di cui si parla è arrivata ad un punto focale.
La speranza è che la dottoressa Manzini riesca a far uscire tutta la polvere che c’è sotto il tappeto.
Altrimenti, non ci resterebbe che far ricorso al tormentone di partenza: guardie o ladri?