Ha scoperto il patto tra mafia e stato ma in Italia non se ne parla

In alto da sin: Massimo Ciancimino, Mario Mori, Antonio Subranni. In basso da sin: Giuseppe De Donno, Leoluca Bagarella, Marcello Dell'Utri.

di Andrea Spalinger

Il magistrato siciliano Nino Di Matteo porta avanti una lotta tenace e solitaria contro il “Muro di gomma del silenzio”

A fine aprile Nino Di Matteo assieme a tre colleghi ha vinto il processo che fino ad oggi è stato il più importante della sua vita. Il tribunale di Palermo ha seguito le argomentazioni dei magistrati antimafia e con una sentenza storica ha accertato, che dopo l’attentato del maggio 1992 al giudice inquirente Giovanni Falcone esponenti dello Stato hanno avviato trattative con il vertice della mafia siciliana e così facendo hanno accelerato la spirale di violenza e si sono resi complici dell’attentato al collega di Falcone, cioè Paolo Borsellino.

Isolato e ingiuriato
Nei cinque anni in cui ebbe luogo il processo, Di Matteo e i suoi compagni di lotta sono stati criticati aspramente da politici, colleghi giuristi e dai media. Sono stati accusati di sputare nel piatto in cui mangiano e sono stati oggetto di azioni diffamatorie. Alla fine però la condanna a lunghe pene detentive per tre alti funzionari dell’apparato di sicurezza, un politico e tre boss mafiosi è stata una grossa rivincita per i magistrati osteggiati. Ma Di Matteo oggi non gioisce più per la sentenza storica, come ha appunto spiegato a Roma alla presentazione del suo libro appena uscito. «Siccome i giudici hanno osato dare il giusto nome a quelle cose di cui nessuno avrebbe dovuto parlare, la loro sentenza viene passata sotto silenzio.», spiega in maniera critica. «Quotidiani e televisioni hanno riportato la notizia per un intera giornata, ma poi dopo è scomparso tutto dai media.»
Per rompere il «Muro di gomma del silenzio», come Di Matteo definisce l’omertà nel paese, ha scritto assieme al giornalista Saverio Lodato il libro sul patto sporco. Il libro descrive un immagine molto personale e allo stesso tempo ricca di fatti, riguardo la lotta della giustizia contro Cosa Nostra e i suoi alleati. Il libro ruota attorno alla cosiddetta «stagione delle stragi» degli anni 1992 e 1993. Di Matteo delinea però uno scenario più complesso nel suo insieme e descrive la collaborazione tra esponenti dello Stato e al criminalità organizzata in Sicilia, partendo dallo sbarco delle truppe americane nel 1943 fino ad oggi.

Una narrazione di facciata
Secondo la rappresentazione comune, in Sicilia lo «Stato buono» lotta contro la «Mafia cattiva» e continua a perdere uomini coraggiosi. In realtà il confine tra le due fazioni è sempre stato labile e i magistrati, i politici, i giornalisti, gli imprenditori e gli uomini di Chiesa che si sono messi contro Cosa Nostra, hanno condotto spesso una lotta solitaria. Nella maggioranza dei casi ricevono poco appoggio dalle istituzioni per cui lavorano e molte volte vengono ostacolati dalle stesse nello svolgimento del loro lavoro.
Falcone e Borsellino sono stati l’esempio più lampante di questa situazione. Hanno condotto nel 1986/87 il famoso Maxiprocesso, a Palermo, andando contro grosse resistenze sia in pubblico che nell’apparato di giustizia. I due magistrati rivelarono per la prima volta le strutture di Cosa Nostra e portarono dietro le sbarre oltre 500 mafiosi, facendo cosi notizia in tutto il mondo.
I due magistrati assassinati, vengono oggi celebrati come eroi nazionali. In tutto il paese ci sono strade e piazze a loro intitolate. Anche se dopo il verdetto di ultima istanza del Maxiprocesso nel gennaio 1992 furono isolati e lo Stato, nel cui nome loro lottavano, non gli diede supporto. Solo dopo il loro brutale assassinio, più tardi in quello stesso anno, si formò un fronte abbastanza largo contro Cosa Nostra. Ma la verità scomoda riguardo al fatto che esponenti dello Stato erano coinvolti nell’attentato, nessuno ancora oggi la vuole sapere.
Il magistrato cinquantasettenne Di Matteo iniziò la sua carriera di giurista nel 1991 seguendo i suoi due grandi modelli, cioè Falcone e Borsellino appunto. Egli vide per esperienza diretta come molti nell’apparato di giustizia avessero rifiutato il modo di agire senza compromessi tipico dei due magistrati, come racconta lo stesso Di Matteo, che dal 1993 è sotto protezione. Da cinque anni infatti è l’esponente della giustizia italiana più protetto e meglio scortato.
Sposato e padre di due figli vive una vita ancora più a rischio rispetto ad altri magistrati antimafia, perché ha osato penetrare nella zona d’ombra tra il mondo conosciuto a tutti e il mondo sommerso. Una cosa è arrestare i mafiosi, tutta un’altra è cercare i loro potenti complici all’interno dello Stato. Oltre ai vari boss mafiosi che negli ultimi anni hanno minacciato attentati contro Di Matteo, ci sarebbero testimonianze di collaboratori di giustizia secondo le quali anche «personaggi potenti» al di fuori della mafia lo vorrebbero eliminare.

Tutto viene fatto come ordina Totò Riina
Anche Falcone e Borsellino con il loro Maxiprocesso avevano disturbato la coesistenza pacifica, dominante sotto la Democrazia Cristiana, tra Stato e organizzazioni mafiose. Le sentenze contro i boss erano state, fino a quel momento, regolarmente annullate in ultima istanza utilizzando argomentazioni deboli. Nel 1992 però le sentenze vennero confermate e centinaia di mafiosi vennero condannati definitivamente a scontare lunghe pene detentive. Cosa Nostra si sentì perciò tradita dai suoi amici politici e giurò vendetta. Il suo capo, Totò Riina, disse che c’era bisogno di una guerra per poter, dopo, fare la pace. Costringendo così lo Stato a collaborare di nuovo.

capaci copyright shobha 2Capaci. Il luogo dell’attentato dove una bomba della mafia uccise il 23 maggio 1992 il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta © Shobha

L’ attentato a Falcone nel maggio 1992 fu uno dei primi atti di quel dramma. Lo Stato reagì così come Riina aveva calcolato. Vennero cioè inviati emissari a Palermo per trattare. Ma il Boss continuò nella spirale di violenza e nel luglio del 1992 anche Borsellino venne fatto saltare con la sua auto. Nel 1993 e nel 1994 si susseguirono ulteriori attentati contro centri culturali come pure contro chiese a Milano, Firenze e Roma. «La stagione delle stragi» fece 23 morti in totale. «Mentre l’ Italia perdeva alcuni dei suoi uomini migliori, esponenti della Stato trattavano con i loro assassini» tuona Di Matteo. «l’ultima sentenza conferma che questo patto non fermò il bagno di sangue, ma bensì rafforzò Riina nella sua strategia.»

riina salvatore c barbara rizzo epa

Palermo, aula bunker del carcere dell’Ucciardone. Il boss mafioso Salvatore “Totò” Riina (al centro) per la prima volta a giudizio (28 febbraio 1993) © Barbara Palazzo/EPA

In un altro processo era già stato precedentemente assodato che Giulio Andreotti, uomo forte della Democrazia Cristiana e Capo di governo per più mandati, aveva collaborato per anni con la mafia e aveva addirittura intrattenuto contatti diretti con Riina. Andreotti, grazie alla prescrizione, ne uscì indenne. I suoi successori però furono più accorti e utilizzarono degli intermediari. Un ruolo di spicco nella vicenda lo ebbe Mario Mori il capo dell’unità speciale per la lotta al crimine organizzato (Ros). Il Generale, tra le altre cose, lasciò fallire numerose retate ai danni di boss mafiosi, eppure nonostante ciò fece una rapida carriera fino a diventare il capo dei servizi segreti interni, il Sisde.
L’ ultimo capo di governo ad avere contatti con Cosa Nostra è stato Silvio Berlusconi. Già dal 1974 quando era solo imprenditore intratteneva legami con Cosa Nostra e secondo l’ultima sentenza continuava a pagare la mafia anche una volta divenuto Presidente del Consiglio, fino almeno alla fine del 1994. I contatti con essa erano possibili grazie ad un suo uomo di fiducia, Marcello Dell’Utri. Dell’Utri e Mori, ad aprile, sono stati condannati a dodici anni di reclusione.

Potenti avversari
Di Matteo non è molto ottimista riguardo ad una definitiva vittoria contra la mafia siciliana. Ciononostante non si arrende: «Non siamo stati mai così vicini a risolvere gli interrogativi rimasti aperti in relazione alla morte di Falcone e Borsellino.» Si presume che uomini di Stato diedero il consenso per eliminare Borsellino, perché egli aveva capito della trattativa tra Sato e Mafia. Mafiosi che hanno deciso di collaborare, avrebbero addirittura testimoniato che l’ordine per il suo assassinio sarebbe venuto «da fuori».
«Particolarmente misterioso è a questo proposito il caso di un’agenda rossa, in cui Borsellino annotava le sue osservazioni più importanti; l’agenda che egli portava sempre con se sarebbe scomparsa dalla sua ventiquattrore subito dopo l’attentato», racconta Di Matteo. «Alcuni funzionari hanno agito direttamente nella vicenda. Per la mafia infatti sarebbe stato difficile far sparire l’agenda. Non ci è ancora chiaro come sia successo. Anche in altri casi importanti sono spariti documenti e prove.»
«Adesso è venuto il momento di fare chiarezza», dice Di Matteo. «Un paese civile si deve confrontare anche con i capitoli più bui della sua storia. Il grande silenzio dopo la sentenza di aprile fa tuttavia temere che si preferisca archiviare tutta la vicenda.»
Non c’è da meravigliarsi, molte persone che allora erano coinvolte nel discutibile Patto con la mafia, hanno ancora oggi posizioni importanti nella politica, nella giustizia e nelle forze di sicurezza. Ad Aprile a Palermo i giudici parlarono di un’omertà molto diffusa all’interno delle istituzioni.

Fonte
nzz.ch