Hamil: una vetrina per magistrati e digos

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Se la parata è finita, per l’anima dei morti liberate Hamil.

Che sarà anche poco simpatico con quella sua barbetta fine tanto fitta al punto che immaginavo tutto: la faccia perfetta a cui dare del terrorista islamico. Se a questo aggiungiamo il suo essere timido, introverso, la sua voglia di scappare via da quel paesino che l’ha sempre rispettato, ma che ora gli va un po’ stretto, il suo rifugiarsi nella preghiera, il quadro è completo.

Tutti elementi che secondo gli inquirenti convergono su una sola finalità: Hamil aspira a diventare un foreign fighter. Un combattente dell’esercito del terrore. Uno sgozzatore. Un soldato del Califfato.

hanil buona

L’indagine svolta dalla digos di Cosenza non lascia spazio a nessun dubbio. Sei mesi di continua osservazione dell’aspirante suicida nel nome di Allah, hanno permesso ai segugi della digos, diretta dal dottor Pietro Gerace, di delineare un profilo del potenziale jihadista.

Un probabile estremista, in quel di Luzzi, di cui nessuno si è mai accorto, se non fosse stato per la polizia turca. Ogni suo atteggiamento, ogni sua parola, gesto, contatto, è stato monitorato, analizzato e tutto porta, secondo gli investigatori, ad una sola conclusione: Hamil vuole raggiungere la Siria per combattere contro gli infedeli.

A sostenere la tesi dell’accusa una montagna di prove. Vediamo. Partiamo dal viaggio di Hamil in Turchia. Hamil, senza avvisare nessuno, il 9 luglio del 2015, decide di partire per la Turchia. Sale su autobus per Roma alle 6,15 all’autostazione di Cosenza.

Arrivato a Roma, si dirige a Fiumicino, dove si imbarca alle 19,20 su un volo diretto ad Istanbul. Appena sbarcato, viene subito fermato dalla polizia che gli vieta il visto d’ingresso, per motivi di sicurezza (una formula che non vuol dire niente e che la Turchia ha deciso di applicare come “standard”, in regime di emergenza, verso tutti gli arabi e i musulmani che provengono da paesi “nemici”).

Interrogato dalla polizia turca Hamil dice che il suo viaggio è un viaggio religioso, che ha un desiderio di vedere e pregare nella grande Moschea di Istanbul.

I turchi, che come si sa poco rispettano la libertà altrui, senza pensarci due volte, proprio perché tendono a non far entrare nessuno, lo rispediscono subito in Italia il giorno dopo senza neanche fargli mettere piede in città. Non prima di aver avvisato la polizia italiana.

Nel mentre aspetta di essere rimpatriato in Italia, nell’aeroporto di Istanbul, monitorato dalla polizia turca, l’utenza telefonica di Hamil è contattata diverse volte. In particolare i poliziotti si focalizzano su una utenza telefonica turca “che da accertamenti e riscontri avuti anche da altri organismi di polizia giudiziaria, risulta aver avuto contatti con altra utenza intestata a tale El Abboubi Anas, marocchino, sottoposto a procedimento penale nell’ambito dell’inchiesta “Screen Shot” condotta dalla digos di Brescia perché accusato di essere il capo e fondatore della filiale italiana di “Sharia4”, movimento ultraradicale islamico messo al bando in diversi Paesi Europei, sorto in Belgio nel 2010 ed ispirato al predicatore filo-jihadista Omar Bakri”.

A confermare la tesi degli investigatori, sulla volontà di Hamil di andare in Siria, c’è poi un viaggio prenotato, ma mai avvenuto, in Belgio, dove voleva trasferirsi. Prova ne è, secondo gli inquirenti, l’utenza belga trovata sul telefonino di Hamil a nome di tale “Kamil”, che pare apparterebbe a Ayoub El Khazzani, tratto in arresto il 21 agosto scorso ad Arras in Francia, sul treno partito da Amsterdam con destinazione Parigi perché trovato in possesso di armi, munizioni e materiale esplosivo di alto potenziale.

hamil

Una volta espulso dalla Turchia, cioè poche ore dopo il suo arrivo ad Istanbul, Hamil, arrivato a Fiumicino, viene sottoposto ad una perquisizione, e lasciato libero di ritornare a Luzzi. Dove da quel momento in poi sarà seguito secondo per secondo.

Ed è in questa fase investigativa che gli inquirenti trovano la maggior parte delle prove a suo carico: esce poco, non parla quasi con nessuno, e passa il giorno a scaricare video di propaganda jihadista di questo o di quel gruppo terroristico. A coronare il tutto, e per completare il quadro psicologico del ragazzo, arrivano i suoi pericolosi precedenti: risulta avere un procedimento penale pendente presso il tribunale di Paola perché rifiutò di declinare le proprie generalità a un finanziere durante un controllo della sua bancarella. Risulta inoltre che Hamil ha denunciato nel 2014 suo cugino che lo avrebbe minacciato, ingiuriato e picchiato.

Questo il quadro accusatorio nei confronti di Hamil, che avrebbe fatto tutto da solo. Si sarebbe autoaddestrato, autoindottrinato, autoarruolato, autoradicalizzato. Tutto attraverso internet, la nuova frontiera del terrore.

Prove che, se sottoposte al vaglio di un tribunale democratico, costituzionale, fatto da persone oneste e perbene, ligio al diritto e alla Legge uguale per tutti, non reggerebbero neanche un secondo.

Primo perché sono gli stessi investigatori che lo dicono: Hamil non aveva nessun progetto di attentato in mente, né stava “lavorando” per questo. Per cui tutta questa attività di presunto terrorista a che cosa era finalizzata? Perché la sua volontà di andare in Siria è tutta da provare.

Non basta un viaggio prenotato e mai fatto, o una espulsione a sostenere questo. Né si può puntare tutto sui video presenti sul suo computer o alle sole sue intenzioni presunte di diventare un combattente jihadista.

Non si possono trarre conclusioni che hanno la pretesa di avere natura probante solo perché il ragazzo era depresso, frustrato, o “disagiato” come scrive qualcuno oggi. Chi di noi non lo è mai stato?

Solo che se un occidentale cristiano cattolico praticante, ad esempio, decide, perché in preda alle sue paranoie, di partire senza avvisare la famiglia per qualche giorno per ritrovare se stesso magari, a nessuno viene in mente di accusarlo di terrorismo.

decapitazione

Ma se a fare questo è un marocchino depresso che scarica video jihadisti, prega, e non va al mare dove ci sono le donne in bikini, allora si può dire tranquillamente che è un terrorista. Non servono dati concreti, basta essere musulmano praticante. Oggi tocca a lui, con questa legge assurda, domani quando l’emergenza del finto Isis sarà finita, chissà a chi.

Non esiste niente a suo carico, se non le sue presunte intenzioni. Anche i contatti telefonici di cui parla la digos non sono diretti, ma triangolati. Una bella presa in giro che vuol dire: Hamil ha chiamato Caio, che forse conosce a Bin Laden. Pure l’utenza belga che dicono appartenere ad Ayoub El Khazzani, segnata sotto falso nome nella rubrica del telefono di Hamil, non corrisponde a un dato oggettivo. Si presume possa essere stata in uso a o Ayoub El Khazzani, ma nessuno lo ha certificato. Hamil diceva di aver prenotato il viaggio in Belgio perché voleva capire se c’erano le possibilità di trasferirsi lì per trovare lavoro.

Insomma tutto fumo e niente arrosto. Tutto è spiegabile, sotto il profilo religioso culturale, anche la sua depressione ma nonostante ciò si è voluto forzare la lettura di ogni suo gesto e comportamento. Che sarà anche stato quello di chi si avvia verso un percorso di morte, ma va specificato per amore di Diritto che con si è mai concretizzato.

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Questa operazione a me pare solo una vetrina costruita ad arte per dare risalto a qualche magistrato, alla questura di Cosenza, e per buttare fumo negli occhi dei cittadini di Cosenza che aspettano da tempo una operazione della DDA per liberare la città dai politici e magistrati corrotti, malavitosi e servitori dello stato infedeli, che sono i veri terroristi.

GdD