Il clan Bella Bella

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A metà degli anni ’90 Francesco Bruni, inteso come “Bella bella”, che aveva un ruolo marginale all’interno dei clan pacificati dopo il 1985, pensa alla creazione di un nuovo sodalizio mafioso mentre si trova in carcere per scontare una condanna definitiva per omicidio. Aveva infatti ucciso Tonino Paese e Franco Carelli, “uomini di rispetto” della mala cosentina, che riteneva gli avessero insidiato una figlia. Durante la reclusione Bruni pensa che le cosche storiche di Cosenza erano state comunque travolte dalle operazioni antimafia – “Garden” ma anche “Galassia” – condotte dalla Procura distrettuale di Catanzaro. E ritiene, pertanto, che ci sia lo spazio per dar vita a una nuova consorteria. Tra le mura di vari penitenziari (come prima di lui aveva fatto Raffaele Cutolo con la Nuova Camorra Organizzata) passa pertanto ad “affiliare” sodali secondo uno schema poi ricostruito dal collaboratore di giustizia Erminio Munno.

L’organizzazione criminale – rivela la gola profonda alla Dda – aveva tra gli affiliati non solo un nutrito gruppo di ragazzi di Cosenza (tra i quali spicca Mario Gatto), ma pure esponenti della criminalità della Sibaritide del Crotonese, del Cetrarese e del Vibonese. Tutti esponenti, che Bruni aveva conosciuto nel corso della sua lunga esperienza detentiva. Molti i nomi noti, tra i quali spiccavano quelli di Giuseppe Cristaldi, Biagio Nucerito e Giovan Battista Atene di Cassano, Enzo Pelazza di Carolei, Nicola Abate, Angelo Cerminara e Primiano Chiarello di Cosenza. Un racconto quello della gola profonda cosentina, che ebbe poi riscontri oggettivi in diverse occasioni. Cristaldi – caduto sotto il piombo dei sicari il 6 gennaio del ’99 a Cassano – venne indicato dal collaboratore come il “contabile” della consorteria criminale. Una consorteria che portava in “copiata” Antonio Sena, storico capobastone di Cosenza con salde e datate amicizie nel Reggino.

La storia di questa cosca è però segnata dai lutti. Tutti i componenti più in vista sono stati infatti sistematicamente eliminati nel corso della seconda guerra di mafia.

L’intervento repressivo dei clan, tanto tempestivo ed efficace, è stato reso possibile dapprima dal consorzio creato dai clan di Cosenza, Paola, Cassano e Castrovillari.

A risultato acquisito, dall’apertura – ed era la prima volta – di un locale di ’ndrangheta con base a Cosenza città e in mano a Ettore Lanzino e Domenico Cicero (referenti di Francesco Perna e Gianfranco Ruà, detenuti ormai da tempo), locale di cui fanno parte, quali ’ndrine dipendenti, i clan di Paola con a capo Mario Scofano, di Paterno C. con a capo Carmine Chirillo, di Rende con a capo Michele Di Puppo, di Tarsia con a capo Franco Presta, di Acri con a capo Giuseppe Perri, di Amantea con a capo Tommaso Gentile, di San Lucido con a capo Sergio Carbone. Sul territorio detto locale mafioso convive in «buon ordine» con quello storico di Cetraro con a capo Franco Muto e con quello dei nomadi di Cosenza, naturale proiezione del locale mafioso di Cassano, con a capo Francesco Abbruzzese.

Secondo il pentito Francu i Mafarda alla fine degli anni ‘90 l’organigramma mafioso era il seguente: la squadra composta da Franco Presta, Mario Gatto e dai defunti Carmine Chirillo e Raffaele Pellicanò si occupava degli omicidi, affidati al gruppo Lanzino-Ruà con il supporto del gruppo Perna-Cicero; il traffico dell’usura e della droga era di pertinenza della squadra composta da Walter Gianluca Marsico, Angelo Colosso, Francesco Amodio e dai fratelli Di Puppo; il gruppo Perna-Cicero, tramite il contabile Benito Aldo Chiodo, si occupava delle estorsioni ai negozianti di Cosenza, mentre quello Ruà-Lanzino, tramite lo stesso Dedato, avrebbe gestito le estorsioni ai danni delle imprese aggiudicatarie dei lavori lungo l’A3.

Su Cosenza il clan storicamente operante in nome di Franco Perna ha rinsaldato le proprie file all’indomani della sentenza di appello dell’operazione «Garden» (che ha sostanzialmente ridimensionato con numerose assoluzioni la sentenza di primo grado), attraverso l’opera di Domenico Cicero affiliato fedele di vecchia data.

Nella nuova organizzazione costituita da Perna e Cicero sono rientrati personaggi del calibro di Gianfranco Rua`, Ettore Lanzino, Gianfranco Bruni e Rinaldo Gentile, gia` storici appartenenti del clan Pino evidentemente allo sbando dopo la collaborazione con la giustizia del boss Franco Pino.

Per questo motivo la neonata associazione ha acquisito sin da subito maggior forza di intimidazione proprio perchè i singoli agenti nei vari fatti delittuosi si presentavano come diretta espressione di entrambe le cosche. Di fondamentale importanza in tale contesto è l’ascesa criminale – in parallelo a quella del Cicero – di Vincenzo Dedato, già picciotto del vecchio boss Antonio Sena assassinato nel maggio del 2000.

Nel circondario di Cosenza, al contempo, si registra l’ascesa del clan degli zingari (di Cassano e zone limitrofe) con a capo il latitante Franco Abbruzzese alias «Cicciu ’u zingaru».