Il gran casino dell’Arpacal: gli affari di Malomo e le coperture dei commissari

Il depuratore di Belvedere
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Per completare il quadro delle assurdità della gestione dell’Arpacal, ci sono ancora diverse situazioni da analizzare, una delle quali veramente al limite dell’assurdo.

Troviamo per esempio tale ingegnere Vincenzo Malomo, che fino a poco tempo fa era lavoratore Arpacal addetto al controllo del funzionamento dei depuratori e nel contempo era amministratore di una società. Parliamo della  Emid S.r.l. di Cassano allo Ionio (CS) che si occupa proprio di gestione dei depuratori e che stando alle notizie giornalistiche del periodo, non gestiva neanche in modo adeguato.

E’ il caso del depuratore di Belvedere. La società Emid, infatti, non solo gestiva l’impianto attraverso un lavoratore Arpacal (e già questo è indicativo del clima che esisteva nell’azienda) ma non smaltiva correttamente decine di tonnellate di fanghi provenienti dalla struttura.

Ecco cosa scrivevano i giornali non molto tempo fa.

Frode nella gestione dell’impianto di depurazione e gestione di rifiuti non autorizzata. Con queste accuse la Procura di Paola ha chiuso le indagini a carico di Vincenzo e Carmelo Malomo, amministratori della Emid, società incaricata di garantire una corretta depurazione delle acque reflue della cittadina tirrenica. Secondo le indagini – condotte dalla polizia provinciale di Cosenza nonché dal nucleo Ambiente della Procura paolana e coordinate dal procuratore capo Bruno Giordano –, la società di Cassano allo Jonio per due anni avrebbe omesso di smaltire gran parte dei fanghi prodotti dall’impianto di località Praie.

In particolare, attraverso una complessa attività d’indagine – che si è avvalsa anche dei tecnici della Provincia di Cosenza – gli investigatori avrebbero accertato che tra giugno del 2013 e giugno 2015 sarebbe svanite nel nulla decine di tonnellate di fanghi di depurazione. Stando a quanto avrebbero appurato attraverso l’esame dei registri in questo lasso di tempo risulterebbero, infatti, smaltiti solo 71,92 tonnellate a fronte di 745 tonnellate stimate. Una cifra consistente di quel materiale altamente inquinante, stando agli inquirenti, non sarebbe conseguentemente stato trattato. Nonostante la ditta avesse ottenuto circa 150mila euro l’anno dal Comune tirrenico per gestire l’impianto e dunque smaltire correttamente i fanghi. Da qui il reato di frode ipotizzato dagli inquirenti.

Tradotto in soldoni: l’ingegnere Malomo gestiva in maniera assurda il depuratore di Belvedere e non si preoccupava minimamente di mettersi a norma, tanto poi i controlli li faceva lui o i suoi amici, quando lui si doveva mettere in aspettativa e in ogni caso la magistratura non sarebbe mai intervenuta, considerato che questi come altri gestori della depurazione della provincia di Cosenza hanno tra i loro familiari magistrati in forza nel tribunale di Cosenza, in quello di Paola e così via. In questo caso, qualcosa non ha funzionato ma proprio perché il danno è stato grave. Difficilmente però qualcuno continuerà a perseguire il caro ingegnere Malomo.

COMMISSARI E NEFANDEZZE

Domenico Basile
Domenico Basile

Un altro importante tassello per comporre lo scacchiere, ci viene offerto dai vari personaggi che si sono susseguiti al Commissariamento per emergenza: Giambattista Papello, Domenico Antonio Basile, Sottile eccetera, sia nelle funzioni di commissario che di sub commissario ma purtroppo tra questi operava un altro personaggio come l’avvocato Italo Reale, che pur non avendo a che fare con le ruberie, è il marito di Gabriella Reillo, magistrato di Catanzaro e sorella di Orsola Reillo, neodirettore del dipartimento Ambiente della Regione. Insomma, qualora qualcuno di Catanzaro volesse indagare sulla materia si troverebbe sempre davanti a casi imbarazzanti di incompatibilità e dovrebbe delegare la procura di Salerno.

Italo Reale
Italo Reale

Qualcuno, come emerge dalle carte all’attenzione della procura di Salerno, aveva tentato di attivare la richiesta di nomina di una commissione di accesso prefettizia volta ad accertare le innumerevoli illegalità e a di conseguenza commissariare l’Ente per “regolarizzarlo” e restituirlo ai calabresi funzionante almeno per l’aspetto della legalità dell’operato.

Ma gli affaristi con l’ausilio dei servizi e di funzionari infedeli della prefettura di Catanzaro l’hanno impedito.

Detto questo, non ci resta che trasferire i sentimenti dei calabresi che vorrebbero che:

  • i concorsi pubblici fossero tali e non riservati ad alcuni come ad esempio alle nipoti del signor Torquato che è riuscito a farsi assumere le figlie della sorella;
  • nella realizzazione delle iniziative economiche, come il parco eolico di Borgia, a lucrare non fossero quelli che, venuti a conoscenza prima degli altri, per il ruolo ricoperto in Arpacal (come Luciano Luigi Rossi) nottetempo si precipitano ad acquistare insieme ai familiari tutti i terreni interessati;
  • le Aziende pubbliche di servizi come la Locride servizi o la Schillacium spa fossero affidate a gente perbene, non a plurindagati come il consigliere regionale Scalzo, che proprio con l’Arpacal e grazie alla carenza di lavoro ha costruito le sue “fortune” politiche;
  • le persone chiamate a dirigere gli enti possedessero i titoli e prestassero la loro attività in quel posto e non come in Arpacal dove si sono susseguiti soggetti che privi dei requisiti dovevano e devono garantirci sul rispetto dell’ambiente;
  •  i familiari dei Dirigenti (preferibilmente con i titoli e con un unico rapporto di lavoro) non utilizzassero il ruolo che svolgono per coprire la moglie come il dottore Cutrupi: i servizi segreti servono ad altre cose;
  • anche in assenza del registro tumori, che sarà efficace per lo scopo tra 50 anni (sempre se va bene!) i preposti a tale attività come il Centro Epidemiologico dell’Arpacal operasse e facesse indagini efficaci per poter indirizzare le risorse finanziaria disponibili in quei luoghi che necessitano di interventi e non per destinarle alle ruberie dei soliti come avverrà per gli ultimi 90 milioni di € finanziati dal Governo;
  • le procure perseguissero reati previsti dal codice penale modificato dalla legge sugli ecoreati nel 2015 e prevede pene serie sia per chi commette i reati sia per chi non fa quanto dovuto per impedirlo evitandoci le fette di mortadella sugli occhi come la vicenda di San Ferdinando. Dove hanno scoperto che un’azienda in chiusura aveva due motori nel cortile addossandogli la colpa, quando tutti sanno che opera una ditta che tratta i rifiuti trovati nel canalone e lo sanno certamente i soggetti che l’hanno autorizzata, tra i quali anche l’Arpacal;
  • gli oltre 1000 parlamentari (630 deputati nazionali, 73 europarlamentari, 315 + 5 senatori) oltre ad incassare lauti stipendi e a passare il tempo a rubacchiare l’impossibile si occupassero delle materie che abbiamo trattato sul nostro giornale ad oggetto Arpacal.
  • il generoso territorio che Dio ci ha dato venisse tutelato dalle istituzioni deputato a farlo.

Ci avviamo alla conclusione ma non prima di aver fatto un altro riepilogo, che rinviamo alla giornata di domani.

15 – (continua)