Il superclan dei calabresi: il sistema Calabria e la questione morale della magistratura

Luigi De Magistris

Il superclan dei calabresi. La Calabria e il malaffare. Soltanto da noi i venti di Tangentopoli e la successiva ondata di inchieste della magistratura non ha mai attecchito per com’è successo praticamente dappertutto. Con la sola, lodevole eccezione della cupola politico-massonica-mafiosa di Reggio Calabria scoperchiata da Cafiero De Raho. Che rischia di diventare una sorta di pietra miliare ma senza altro seguito.

Eppure, ce n’è di melma da far uscire fuori. E così tutti questi signori, credendosi definitivamente intoccabili (Scopelliti, Caridi e Sarra, in qualche modo, erano ormai “segnati”), continuano tuttora a fare quello che vogliono.

Fincalabra, Calabria Lavoro, Calabria Etica, Calabria Verde… Qualcosa si muove ma non è ancora partita quell’inchiesta dall’effetto domino (che tutti auspicano) per mettere fine a questa dittatura ammorbante che non ha più colore politico da decenni.

Giocano tutti con la stessa squadra: quella del magna magna.

Noi, dal canto nostro, facciamo opera di retrospettiva e vi spieghiamo i meccanismi che aveva delineato Luigi De Magistris. Il magistrato aveva scoperto tutto, anche il flusso dei soldi. Ma i poteri forti lo hanno fermato. Ciò tuttavia non significa che non ci avesse visto giusto. E un giornalista della “grande squadra” di Marco Travaglio, Gianni Barbacetto, aveva scritto una bella inchiesta, dal titolo “Il superclan dei calabresi”, nella quale ci faceva capire tutto.

Il superclan dei calabresi – Quarta parte

di Gianni Barbacetto

La sanità e il sistema Calabria

Eccoci alla sanità. E i soldi da dirottare verso imprenditori amici e uomini di partito diventano un fiume. Che bagna il centrodestra come il centrosinistra. In questo settore le indagini di De Magistris finiscono per incrociare le denunce di Francesco Fortugno, il politico della Margherita ucciso il 16 ottobre 2005 a Locri, davanti al seggio in cui si tenevano le primarie del centrosinistra. “Le mie interrogazioni urgenti”, scriveva Fortugno, “hanno come unico obiettivo quello di far rientrare l’Asl 9 di Locri nell’alveo della legalità”.

Fortugno
Fortugno

A Locri esisteva un vero sistema di sprechi e favori: “Sono state buttate un mare di risorse per attribuire a persone scelte in modo scriteriato consulenze e contratti d’ogni tipo, quando il lavoro più appropriatamente avrebbe potuto essere svolto con maggiore profitto dai numerosi dipendenti ugualmente retribuiti dall’Asl”. De Magistris è convinto di trovare nelle segnalazioni di Fortugno anche i motivi della sua morte.

Tangenti, favori, appalti, forniture. Ma anche quote e partecipazioni societarie. Il “sistema Calabria” è un intreccio complesso. C’è la ’Ndrangheta, la più potente, ricca e violenta delle mafie italiane. E poi c’è un sistema pervasivo di potere fatto da un coacervo di nomi, organigrammi, società, consorzi, investimenti, appalti, professionisti, delibere.

C’è un piccolo documento che lo spiega, lo sintetizza, lo rende comprensibile più di mille discorsi: è il libro soci della Tesi spa, azienda costituita per informatizzare la pubblica amministrazione. Vi si trova il nome di Giovanbattista Papello, An, insieme a quello di Fabio Schettini, intimo dell’ex ministro di Forza Italia Franco Frattini, e i prestanome di Nicola Adamo ed Enza Bruno Bossio.

Eccolo, il “sistema Calabria”. Le larghe intese? Qui sono già cosa fatta.

Fin qui Gianni Barbacetto. Sappiamo tutti com’è andata a finire. C’è mancato poco che i poteri forti della Calabria alla fine facessero arrestare De Magistris…

L’AMARO EPILOGO

Negli atti di «Why Not», i cui faldoni sono stati oggetto di varie peripezie, prima sequestrati dalla procura di Salerno e in seguito risequestrati dalla procura di Catanzaro, si ipotizza ci siano le prove della riorganizzazione di una “nuova loggia P2” partendo proprio dalle logge calabresi.

De Magistris, nel dicembre 2007, dichiarò alla Procura di Salerno  “le indagini Why Not stavano ricostruendo l’influenza di poteri occulti (…) in meccanismi vitali delle istituzioni repubblicane: in particolare stavo ricostruendo i contatti intrattenuti da Giancarlo Elia Valori, Luigi Bisignani (n.d.r. che dalle carte di Gelli risulterebbe l’affiliato alla loggia P2 tessera 203), Franco Bonferroni e ancora altri, e la loro influenza sul mondo bancario ed economico finanziario. Giancarlo Elia Valori pareva risultare ai vertici attuali della “massoneria contemporanea” e Valori s’è occupato spesso di lavori pubblici”.

Nell’inchiesta Why Not compaiono i nomi di politici, consulenti che operano ad alti livelli nelle istituzioni, finanzieri, un generale della Guardia di Finanza, magistrati, affaristi e alcuni uomini appartenenti ai servizi segreti, tutti massoni. I reati ipotizzati erano di associazione a delinquere, truffa aggravata ai danni della Ue e violazione della legge sulle società segrete.

Agostino Cordova

Il destino di questa inchiesta è stato identico a quella iniziata dal procuratore Cordova.

Cos’è cambiato da Cordova a De Magistris?

Semplicemente che molti dipendenti pubblici tra il 2001 e il 2007, con il sostegno di politici, affaristi e ‘ndranghetisti amici, hanno fatto carriera e il loro potere è aumentato.

Politica, affari e massoneria, dunque, ieri come oggi.

Non c’è da stupirsi se sono gli stessi membri delle logge calabresi appartenenti alla Gran Loggia Regolare d’Italia che affermano che spesse volte all’interno di alcune logge si sono manifestati comportamenti che non si è esitato definire illegali o illegittimi.

E’ il presidente della commissione parlamentare antimafia nella XV legislatura, Francesco Forgione, che parlando di ‘ndrangheta ebbe a dire: “La sua forza sta nell’alto livello di infiltrazione nella politica e nella presenza di un potere occulto come la massoneria che in Calabria ha una pervasività che non esiste in nessuna altra parte di Italia”.

Qualcuno ha ricordato le parole con cui De Magistris aveva chiuso un suo intervento nel 2005:

“È chiaro che chi ha la schiena dritta non se la farà mai spezzare, né si farà mai intimidire da nessuno. Ma questo clima, per certi versi infernale, che va ad aggiungersi a una questione morale che mi pare non si voglia far emergere al nostro interno, condiziona il sereno operare della giustizia, mina la credibilità della magistratura, isola ancora di più tutti coloro che sono impegnati a dare un senso vero a questo lavoro, senza risparmiarsi, in questa terra, in questa bellissima e amata Calabria”.

4 – (fine)