La C: la faccia come il culo (di Nicola&Madame Fifì)

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Ci vuole una faccia come il culo per lavorare a La C, una testata in mano a un signore, tale Domenico Antonio Maduli di Limbadi, il paese retto, diretto e governato dai Mancuso, divenuto in pochi anni improvvisamente ricco e gradito ai politici più impresentabili del PD, e poi avventurarsi anche a fare la morale.

E ci vuole una faccia come il culo a farsi fare ogni mattina i telegrammi da Nicola Adamo e Madame Fifì recitando a soggetto come solo i servi sciocchi sanno fare e parlando pure di libertà di stampa.

Oggi, un dioscuro di questa testata che ha reclutato personale indicato ad hoc dal PD, ha scritto di Iacchitè dicendo che loro (La C) non sono noi.

Vivaddio! Mai frase fu più vera.

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Noi non siamo come Pasquale Motta, che viene pagato con i fondi che la Regione gira alla sua testata. Basta guardarlo in faccia (e, ahinoi, Lombroso inizia ad avere ragione) per capire quanta intelligenza trasudi. Per leccare il culo ogni santo giorno a questa gente.

Noi non abbiamo avuto centinaia di migliaia di euro (Gratteri sbrigati) da Fincalabra per diffondere (aprite le orecchie) in Calabria le immagini di un viaggio in Cina. Clientele e sprido (diciamo qui a Cosenza) a na lira.

Noi non dobbiamo dare 1 milione 800mila euro al Comune di Cosenza sui canoni di pagamento per una gara vinta sulle affissioni e non siamo costretti ad acquistare gli spazi per Ciuccione con una ditta compiacente di Scalea. Queste pratiche si chiamerebbero truffa se non ci fossero a Cosenza magistrati incolti, ignavi, figli di altri magistrati e vincitori di concorsi grazie all’interventismo di Maria Immacolata che passano il loro inutile e noioso tempo a discettare di furti di pollame, a presentare libri, a sentirsi Dei onnipotenti e venerati da un numero ridotto di lacchè e di donnine.

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La C sembra quella tv privata siciliana, diretta da un magistrale Pino Colizzi, che compare ne La Piovra. E’ un concentrato di fellatio politica, di disconoscenza delle basi culturali e deontologiche del giornalismo, utile solo ad ingrassare i corifei di Oliverio e compagnia che si azzuffano come le galline di Battiato per dire quanto sono belli, sani e forti lo statista di San Giovanni in Fiore, la magara di Grimaldi e ru vruacculuni du Spiritu Santu.

Che da quel pulpito fetido si levino anche lezioni di giornalismo è veramente troppo. La Calabria oscura accetta connivenze e collateralismi ma non può veramente trasformare il letame nei fiori di Fabrizio De Andrè. C’è un letame che resta letame. Sempre.