La “cupola” Reggio-Cosenza. 1996: massoneria e servizi fanno fuori il notaio Marrapodi

Nel racconto della “cupola” Reggio-Cosenza ritorniamo sempre al bandolo di questa storia: Paolo Romeo, detto dai pentiti il “Salvo Lima reggino”, che muove le fila della politica a Reggio Calabria, grazie ai contatti organici con le cosche e la massoneria.

“… Il nome di Romeo, infatti, aleggia su Reggio Calabria da circa 50 anni ormai. Il legale è stato condannato in via definitiva nel procedimento “Olimpia” per concorso esterno in associazione mafiosa. Provati i suoi rapporti con la destra eversiva negli anni di piombo, Romeo è indicato da numerosi collaboratori di giustizia come un elemento di raccordo tra l’ala militare della ‘ndrangheta e ambienti apparentemente inaccessibili, come quelli della massoneria. Per questo la Dda di Reggio Calabria punta molto sull’accusa di associazione segreta aggravata dalle modalità mafiose. Un’associazione di cui farebbero parte anche soggetti assai noti a Reggio Calabria: dal giudice in pensione Giuseppe Tuccio, all’ex assessore comunale Amedeo Canale, fino ad arrivare all’altro legale in carcere, l’avvocato Antonio Marra…”.

(Claudio Cordova – Il Dispaccio)

Paolo Romeo

“Olimpia” è stata una complessa e lunga indagine che ha consentito la ricostruzione dei più rilevanti episodi criminosi verificatisi negli ultimi 25 anni nella provincia di Reggio. I pm erano Salvatore Boemi, Giuseppe Verzera ed Ettore Squillace Greco.

Oltre 6000 pagine e 25 mila allegati costituirono l’informativa di reato della Direzione Investigativa di Reggio Calabria. In essa veniva riferito anche l’esito delle indagini relative all’omicidio del vecchio boss Domenico Tripodo, compiuto da Raffaele Cutolo su mandato dei De Stefano. Un assassinio che scateno’, tra l’85 e il 91 una vera e propria guerra di mafia tra le cosche De Stefano, Libri, Latella, Imerti, Fontana, Condello, Serraino, Rosmini e che si concluse con l’omicidio del giudice Antonio Scopelliti e la spartizione del traffico di stupefacenti e di armi in varie regioni d’Italia e all’estero, nonche’ delle attivita’ estortive.

“Olimpia 1” consenti’ anche agli investigatori di scoprire il meccanismo organizzativo e di funzionamento verticistico della ‘ndrangheta a livello provinciale, le sue ramificazioni sul territorio nazionale e internazionale e i rapporti con altri gruppi criminali e con frange deviate della massoneria.

A poco più di 20 anni di distanza, l’ordinanza dell’operazione “Mammasantissima” firmata dal procuratore di Reggio Cafiero de Raho è un’autentica miniera per tutti e riprende quelle inchieste. Sia di Cordova che di Boemi. I giornali ci hanno sguazzato per giorni, ovviamente inserendo o escludendo gli stralci a seconda delle scuderie di lobby. I politici tremano, allo stesso modo della componente massonica e dei “colletti bianchi”: stanno uscendo fuori gli insospettabili, si va dritti al cuore, al livello più alto.

Ettore Loizzo

Ritorna lo spettro di Cosa Nuova nella quale la componente massonica più autorevole è quella del cosentino Ettore Loizzo, il più alto esponente della massoneria calabrese, reggente del Grande Oriente d’Italia nel 1993 nel bel mezzo della scissione aperta da Di Bernardo.

Correva l’anno 1995 e su questa organizzazione aveva puntato gli occhi il magistrato reggino Salvatore Boemi, un nome ricorrente quando si trattava di far saltare le coperture della massoneria deviata nel suo rapporto con la ‘ndrangheta.

Nell’ordinanza della DDA di Reggio Calabria ci sono dichiarazioni del collaboratore di giustizia messinese Gaetano Costa nelle quali si parla apertamente di Cosa Nuova.

“I legami tra Cosa Nostra e ‘ndrangheta erano strettissimi – afferma il pentito -. Non so in concreto per quanto tempo nè con quali risultati operativi, ma si arrivò a progettare e a dare forma (nel periodo immediuatemante successivo alle stragi di Falcone e Borsellino) a una superstruttura che comprendeva le due organizzazioni; la cosiddetta Cosa Nuova”.

Salvatore Boemi

Era una sorta di organizzazione mafiosa di vertice che ricomprendeva sia gli elementi di spessore e di peso di Cosa Nostra che quelli della ‘ndrangheta. Cosa Nostra serviva ad inserire in modo più organico, nel tessuto del crimine siciliano e calabrese, persone insospettabili, collegamenti con entità politiche, istituzionali e massoniche”.

Boemi (correva l’anno`95) è tra gli estensori dell’elenco degli affiliati a «Cosa Nuova» – impressionante radiografia della rete di cosche vecchie ed emergenti – e alla massoneria calabrese, comprendente nomi di politici influenti di varia provenienza: i socialisti Gabriele Piermartini e Totò Torchia, l’ex comunista Ettore Loizzo, il segretario particolare dell’allora presidente del consiglio Forlani, Mario Semprini, e il notaio Pietro Marrapodi, ex Dc e Grande Oratore delle logge reggine.

Proprio Marrapodi è il protagonista tragico di una delle indagini più perturbanti condotte da Boemi. Scosso da una crisi di coscienza e uscito dalla Loggia Logoteta, Marrapodi comincia infatti a vuotare il sacco e a fare i nomi di quelli che «decidono segretamente i destini della gente», in Calabria e non solo.

Boemi lo mette così a confronto con il pentito Giacomo Ubaldo Lauro e con il procacciatore d’armi D’Agostino, cavandone un quadro dettagliato dei rapporti tra’ndrangheta, P2, Sisde e istituzioni colluse. Preoccupato di aver detto troppo, Marrapodi si rivolge (vedi intercettazione telefonica del 15 febbraio `94) a Vincenzo Nardi, uno dei tre ispettori inviati dall’allora ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Biondi a verificare l’attività di Mani pulite.

Due anni dopo, stremato e serrato in casa, decide di incontrare il giornalista Mario Guarino per consegnargli copia dei documenti depositati a suo tempo a Nardi (è il giornalista stesso a raccontarlo nel suo libro sulla `ndrangheta); ma l’incontro non avverrà, perché Marrapodi verrà trovato morto nella sua abitazione il 28 maggio `96, con il caso archiviato come «suicidio per impiccagione» e i documenti e i floppy – probabilmente non tutti, come insinua opportunamente Guarino – sequestrati dalla procura reggina.

Loizzo e Marrapodi. Sempre la Calabria. Cosenza e Reggio, l’eterno dilemma. Il primo ha conservato i segreti portandoseli nella tomba, il secondo nella tomba ci è finito per aver pensato di rivelarli.

Una cappa di potere impressionante che si riflette pari pari anche sul livello politico.

Sulla morte del notaio Marrapodi, è esaustivo uno scritto del magistrato Vincenzo Macrì pubblicato dal Corriere della Calabria nel 2015.

MARRAPODI E IL RITUALE DELLA GIUSTIZIA MASSONICA

di VINCENZO MACRI’

Più volte, Salvatore Boemi, già procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria nell’ultimo decennio del secolo scorso, ha ripreso, anche ufficialmente, la vicenda del notaio Marrapodi, esponendo la propria convinzione che non di suicidio si sia trattato.

Quello fu il risultato delle indagini condotte in quegli anni, e non sono certo in grado di valutarne l’accuratezza e i risultati, dal momento che non ho mai avuto modo di prenderne visione, neppure nella mia qualità di delegato al coordinamento investigativo della Dna, allorché, alle mie richieste mi fu opposto che non si trattava di procedimento della Dda e, come tale, non avevo titolo a consultarlo.

Se poi, dalle indagini in corso, delle quali si annuncia l’imminente conclusione (lo scritto risale al luglio 2015, ndr) e nuovi importanti risultati, dovessero emergere elementi nuovi circa quella vicenda, l’indagine può essere riaperta al fine di accertare eventuali depistaggi e nuove piste investigative.

Ma, di misteri la vicenda Marrapodi ne presenta tanti, di cui quello della morte non è che l’ultimo. Il notaio, tra i più noti della città, con una rete di relazioni istituzionali di alto livello, aveva infatti iniziato a collaborare con il Procuratore della Repubblica di Palmi sul tema della massoneria, uno dei rarissimi casi in cui un maestro venerabile rompe la regola del silenzio e riferisce all’autorità giudiziaria i segreti impenetrabili degli affari e delle relazioni della massoneria locale e nazionale con esponenti mafiosi, le deviazioni, gli interessi.

Di quella collaborazione si sa poco; e pochi furono i risultati, almeno apparentemente. Subito dopo, però Marrapodi inizia a collaborare con la Dda di Reggio Calabria e con quella di Messina. Ed è questa la fase che segnerà la sua triste e prematura fine, quale che ne sia stata la causa.

Sì, perché Marrapodi non parla di vicende strettamente mafiose, parla di magistrati; ne parla a Reggio e a Messina, competente quest’ultima sui reati commessi dai magistrati reggini. Il notaio disse e spiegò, facendo nomi, raccontando affari, indicando connivenze e debolezze. Parlò a lungo anche di Rocco Musolino, il boss di Santo Stefano d’Aspromonte, e dei suoi rapporti eccellenti con magistrati reggini.

Se ne occupò la Commissione parlamentare antimafia della XIII legislatura e recentemente il Tribunale per le misure di prevenzione di Reggio Calabria, nel provvedimento di sequestro del ricco patrimonio appartenente al boss. Ne seguì un piccolo terremoto. Piccolo, perché i solerti organi di vigilanza sui magistrati, ministro della Giustizia e Csm decisero che i magistrati da vigilare e colpire non fossero quelli «su cui e di cui» Marrapodi parlava, ma solo quelli «con cui» parlava.

Quanto al notaio, un rapporto redatto non dalla Squadra mobile o dalla Digos, ma dal commissariato di pubblica sicurezza Centro, lo denunciava, dopo mesi di indagini e intercettazioni, per partecipazione ad associazione di tipo mafioso e così venne arrestato.

Nel frattempo, tra le tante intercettazioni telefoniche sulle utenze del notaio, calò un silenzio assoluto, fatta eccezione per quelle che riguardavano i magistrati di cui si fidava nella sua nuova attività di denuncia. Quelle intercettazioni vennero copiate, divulgate, vendute nelle cartolerie adiacenti piazza Castello.

Molti notabili reggini tirarono un sospiro di sollievo e con loro i collusi e gli intranei alle logge massonico-mafiose: speravano che avesse capito la lezione. Ma Marrapodi decise che doveva andare sino in fondo, e, appena uscito dal carcere, annunciò che avrebbe confermato le sue dichiarazioni in dibattimento e che aveva ancora altro da dire.

Da qui la sua morte e il definitivo velo di silenzio calato a protezione dei potenti da lui evocati. E’ certo che in quegli anni si giocò una grossa partita dentro e fuori la massoneria, dentro e fuori le istituzioni, dentro e fuori la ‘ndrangheta, i servizi segreti, la politica locale. I personaggi di cui il notaio parlava ne uscirono impuniti, ma persero prestigio e credibilità; la ‘ndrangheta ritrovò unità e nuovi equilibri, la magistratura reggina ne uscì divisa e sostanzialmente perdente, nonostante gli eccezionali risultati dell’operazione “Olimpia”.

Mai, come in quegli anni, Reggio rischiò di divenire teatro di omicidi in danno di magistrati, secondo lo stile palermitano. Attendo ora con curiosità di conoscere i risultati delle indagini condotte in questi anni.

Se davvero esse segneranno una nuova, decisiva, tappa nella ricostruzione dei poteri occulti che hanno dominato per decenni la città di Reggio e non solo, allora il capitolo delle rivelazioni del notaio Marrapodi non potrà che essere centrale e la sua morte, tipica, bisogna ricordarlo, del rituale della giustizia massonica, acquisterà il rilievo dovuto insieme a coloro che ne furono oscuri protagonisti. Altrimenti sarebbe tutto inutile.