La “cupola” Reggio-Cosenza: De Stefano, Romeo, Tursi Prato e l’ombra del Cinghiale

Paolo Romeo
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L’asse politico-massonico-mafioso tra Reggio Calabria e Cosenza è ormai una realtà consolidata, sotto gli occhi di tutti. Non solo perché gli imprenditori Barbieri e Morabito vincono le gare senza rivali con la complicità e la connivenza della politica.

In ballo c’è molto di più: il controllo del voto, degli affari, delle assunzioni, il riciclaggio del denaro sporco, le tangenti, il rapporto con lo stato deviato che consente ancora il dilagare della corruzione. Il sistema Reggio-Cosenza è quello più solido per un motivo semplicissimo: a Reggio c’è la ‘ndrangheta ma a Cosenza si lava tutto il denaro sporco perché lo stato è deviato e consente di tutto grazie ai legami massonici.

La cupola reggina fa capo all’avvocato Giorgio De Stefano e all’avvocato Paolo Romeo.

GIORGIO DE STEFANO

Giopgio De Stefano

Reggino purosangue, classe di ferro 1948, Giorgio De Stefano, avvocato, sulla fedina penale prima di “Mammasantissima” aveva una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa – ’ndrangheta – a tre anni e sei mesi di reclusione (sentenza definitiva 2002).

Cugino del boss Paolo De Stefano, che con Mommo Piromalli e Santo Araniti dichiarò guerra al capo dei capi della ’ndrangheta ’Ntoni Macrì (ammazzato nel 1975) e istituì un asse con il camorrista Raffaele Cutolo, che per fargli un favore commissionò nel carcere di Poggioreale l’uccisione di un altro ’ndranghetista vecchia maniera, Micu Tripodo (1976). La conclusione del conflitto “cosiddetta prima guerra di mafia”, sancì la fine della vecchia ’ndrangheta e la nascita della “Santa”: inizialmente trentatré (numero tipico del rituale massonico),
Finita la prima guerra di mafia, secondo le dichiarazioni di diversi pentiti, Giorgio De Stefano, insieme al cugino Paolo e ad altri appartenenti alla nuova ’ndrangheta, entrò nella loggia massonica segreta fondata, tra gli altri, da Franco Freda e Paolo Romeo, esponenti della destra eversiva che il 14 luglio 1970 avevano organizzato la rivolta dei “Boia chi molla” a Reggio Calabria (per protesta contro l’elezione di Catanzaro a capoluogo di regione).

Il pentito Giacomo Lauro: «Sino alla prima guerra di mafia, la massoneria e la ’ndrangheta erano vicine, ma la ’ndrangheta era subalterna alla massoneria, che fungeva da tramite con le istituzioni… È evidente che in questo modo eravamo costretti a delegare la gestione dei nostri interessi, con minori guadagni e con un necessario affidamento con personaggi molto spesso inaffidabili. A questo punto, capimmo benissimo che se fossimo entrati a far parte della famiglia massonica avremmo potuto interloquire direttamente ed essere rappresentati nelle istituzioni… Fu anche così che venne fuori l’idea di candidare alle comunali di Reggio Calabria l’avvocato Giorgio De Stefano, cugino dell’omonimo Paolo, e Pietro Araniti, cugino del più noto Santo, candidato alle Regionali… Mi risulta personalmente che anche alcuni magistrati avevano aderito alla massoneria e, per garantirli, la loro adesione era all’orecchio e i loro nominativi venivano tramandati da maestro a maestro».

PAOLO ROMEO

Paolo Romeo

I pentiti storici della ‘ndrangheta lo definiscono «il Lima reggino». Il bandolo di questa storia porta il nome di Paolo Romeo. Sessantanove anni, avvocato anche lui, Romeo è un ex ordinovista di Gallico, che dopo essere stato tra i protagonisti dei moti di Reggio, nel 1979 ha regalato la latitanza a Franco Freda (pesantemente coinvolto per la strage di piazza Fontana), con un passaporto omaggio delle cosche reggine, con cui Romeo, come abbiamo visto, ha precoce dimestichezza e mutua convenienza.

Secondo Filippo Barreca e Giacomo Lauro è Paolo Romeo a muovere le fila della politica a Reggio Calabria, grazie ai contatti organici con le cosche e la massoneria.

Ma l’influenza di Romeo è giunta fino a Cosenza.

All’alba degli anni Novanta, Romeo ha conosciuto Pino Tursi Prato, che già due anni prima è finito in una brutta storia.

Pino Tursi Prato nel 1988 aveva 38 anni, ed era un emergente e ribelle socialista cosentino, amico personale di Gianni De Michelis, consigliere comunale ed ex capogruppo del Psi, fuori dal partito perché senza il placet dei dirigenti (leggi famiglia Cinghiale-Gentile) si è fatto eleggere presidente dell’ Usl e non vuole lasciare l’ incarico. Una mattina la procura della Repubblica di Cosenza dispone il suo arresto.

PINO TURSI PRATO E LA GUERRA TRA BANDE

Pino Tursi Prato

“… Per molti l’ arresto di Tursi Prato – scrive Pantaleone Sergi su Repubblica – non è altro che un episodio di quella guerra per bande che si sta consumando all’ interno del PSI cosentino, un partito che il vicepresidente socialista del consiglio regionale, Pino Gentile, definisce un condominio di inimicizie, guidato da lobby di questioni di potere. Tursi Prato, consigliere e capogruppo dal 1985, candidato alla Camera dei deputati nell’ 87 (non viene eletto ma prende quasi 30 mila preferenze), si è ribellato alla maggioranza interna del Psi governata da Pino e Tonino Gentile ed è stato eletto presidente dell’ Usl con l’ appoggio di altri consiglieri socialisti, del Pci, del Psdi e di alcuni indipendenti. Viene espulso dal partito e si è ancora rifiutato di dimettersi dopo un nuovo accordo di maggioranza tra Dc, Psi e Pci. Proprio per il giorno in cui Tursi Prato sarebbe comparso davanti al magistrato, era in programma una nuova assemblea dell’ Usl che dovrà discutere dei nuovi assetti.

Strana coincidenza, commenta Giacomo Mancini, con il quale ha quasi sempre avuto un rapporto privilegiato: volevano cacciarlo a tutti i costi e non ci sono riusciti. Siamo di fronte ad uno dei tanti misteri di Cosenza”..

L’ accusa è di concussione. Con più azioni criminose, recita il provvedimento del giovane sostituto procuratore della Repubblica di Cosenza, Dionigio Verasani, e abusando della qualifica di consigliere comunale avrebbe costretto l’ imprenditore Giovanni Battista Cundari, a promettergli la somma di lire 300 milioni come indebito corrispettivo da versare per ottenere l’ incarico, senza gara d’ appalto, per la costruzione del terzo lotto dei mercati ortofrutticoli di Via Gergeri, un affare da 5 miliardi (la stessa impresa si era aggiudicata i lavori per i primi due lotti). Tra novembre e dicembre. E per Tursi Prato, che aveva avviato una campagna di denuncia contro gli sprechi e le presunte irregolarità commesse dai suoi predecessori nella gestione dell’ Unità sanitaria locale, si sono spalancate così le porte del carcere di Via Popilia.

1 – (continua)