La DDA ci spieghi (se può) la differenza tra i pentiti Foggetti e Calabrese Violetta

Advertising

Ci sono pentiti e pentiti. Quelli sinceri e quelli a convenienza. Stabilire con certezza chi si pente sinceramente e chi no, è cosa difficile.

L’unica garanzia che abbiamo per “stabilire” questo, è l’onesta e l’esperienza del magistrato che gestisce il pentito. Se l’attività del magistrato è sempre stata integerrima ed improntata solo alla ricerca della verità, allora si può stare tranquilli, ma se così non è il problema si fa serio.

Il pentitismo, si sa, è un tema che da sempre divide la pubblica opinione, e continua a far discutere al suo interno politica e magistratura: c’è chi ne difende l’utilizzo e ne incentiva “l’acquisizione” attraverso la premialità e chi, invece, vorrebbe vederli scontare in galera, al pari degli altri compari, la giusta condanna per tutte le malefatte, pentito o non pentito.

Il tema “pentiti”, dunque, è delicato: da una parte c’è il bisogno dei magistrati di acquisire informazioni e testimonianze che solo queste figure possono fornire, dall’altra la necessità di garantire alla Giustizia l’utilizzo corretto della loro collaborazione e l’attendibilità dello stesso. Che deve essere accertata con sicurezza.

Ne va dei diritti sacrosanti dell’imputato chiamato in correità. Se il pm che ha in custodia il pentito è un disonesto, uno che intrallazza, uno abituato a fare e ricevere favori, nelle sue mani il collaboratore diventa un’arma micidiale. Che ovviamente userà, perché è un disonesto, per fini che esulano dalla Giustizia.

Voi capite che in questo caso ognuno di noi può dirsi in libertà provvisoria. Perché con un’arma così potente, un pm corrotto, può ricattare ognuno di noi. Chiunque può essere colpito, e non esiste nessuna altra “autorità” che ti possa salvare.

Se stai sulle palle al pm, può sempre chiedere al pentito a convenienza di fare il tuo nome e ti salutu pedi i ficu. Potrei citare centinaia di casi di “chiamata in correità fittizia” , ma ne cito solo uno: Enzo Tortora, che vale per tutti. Se non siamo sicuri al 100% dell’onestà del magistrato, il dubbio su tutto ciò che fa come ufficio, rimane.

enzo-tortoraOltre alla dicotomia tra il pentito sincero e quello a convenienza, esiste anche un altro aspetto importante su questo tema, ed è quello di capire come valutano di volta in volta i pm le dichiarazioni dei pentiti. Che stanno alla base di una eventuale operazione di polizia, dunque fondamentali per le indagine e l’arresto di corrotti e malfattori.

In questo caso la domanda è: tutte le chiamate in correità, fatte dai pentiti, saranno valutate allo stesso modo dal pm? Giusto per fugare il dubbio di eventuali “strumentalizzazioni ed imboccamenti” del pentito, che, come si sa, sono sempre dietro l’angolo.

Facciamo un esempio: se un pentito fa il nome di Rango e dice che è un assassino, e sempre lo stesso pentito dice pure di aver ricevuto denaro in cambio di un impegno del clan nella campagna elettorale dal politico Tizio, il pm si comporterà allo stesso modo in materia di riscontri, indagini, e richiesta di misura cautelare, tra Rango e il politico Tizio? Un magistrato onesto si. Quello disonesto farà di tutto per coprire l’amico politico. Con cui di sicuro è accriccato.

Si sa che politici e magistrati corrotti sono spesso sodali dello stesso clan politico/massonico/mafioso. Ed è questa “visione” doppiopesista da parte dei pm, sulle dichiarazioni dei collaboratori che mi fa dubitare di una gestione trasparente dei pentiti locali.

Adolfo Foggetti
Adolfo Foggetti

Infatti, a prova di ciò che dico esiste il fatto che Rango sconta un ergastolo, sulle dichiarazioni di Foggetti, mentre i politici che sempre Foggetti chiama in causa continuano tranquillamente a fare sciacqua Rosa e viva Agnese. Senza contare che su di loro, oggi, gravano anche le nuove dichiarazioni di Lamanna e dell’ultimo pentito di cui non si può dire il nome. Per Rango va bene, per Occhiuto, Paolini, Manna, Magorno, no.

A guardare la gestione dei pentiti da parte della DDA di Catanzaro a me pare che ci sia qualcosa che non torna.

La mia è solo una libera considerazione che non accusa nessuno, meglio dirlo prima. Ma a ripercorrere il pensiero generale della procura antimafia di Catanzaro, targata Gratteri, sul “peso” dei pentiti a loro “disposizione”, attraverso le loro dichiarazioni, e aneddoti vari, gli elementi raccolti mi inducono a pensare male.

Luberto prima e Gratteri poi hanno sempre sostenuto, il primo palesemente, il secondo tra le righe, quando parlano delle inchieste sul voto di scambio politico mafioso a Cosenza, che per “arrestare” i politici a Cosenza, non bastano le dichiarazioni di un pentito, altrove magari sì, ma a Cosenza no.

Questo lo hanno detto, non possono certo negarlo. Salvo poi affidarsi ad un pentito totalmente inaffidabile, di cui loro stessi non si fidavano, per arrestare Ciccio Modesto, il calciatore famoso.

Senza malignare per forza ma, scusate, cari Luberto e Gratteri, questa domanda ve la devo fare: Adolfo Foggetti, che ha fornito riscontri oggettivi a tutte le sue dichiarazioni, anche su quelle dei politici, che ha detto tutto sin dal primo momento autoaccusandosi, che è stato definito dalla corte d’Assise più che attendibile, se parla di Occhiuto, Manna, Paolini, Magorno e altri, per voi due, non è affidabile.

Roberto Violetta Calabrese
Roberto Violetta Calabrese

Al contrario, sempre per voi due, diventa affidabile il pentito Roberto Violetta Calabrese che non solo non si è mai pentito veramente, ma ha continuato a delinquere e a ricattare le sue vittime protetto dentro i vostri “uffici”. E’ questo che pensate? Mi sa di si. Perché così è andata. Questo è oggettivo. Non è una ipotesi.

Che Calabrese fosse un pentito a convenienza lo avete detto proprio voi, non io, ma nonostante ciò vi siete affidati a lui. E ve lo ricordo: a scoprire che lo strozzino continuava a strozzare, foste proprio voi magistrati della DDA di Catanzaro, nel 2013, “colpiti” da alcuni suoi strani comportamenti che sin dall’inizio della sua collaborazione non risultarono del tutto chiari e limpidi ai vostri occhi.

Infatti, foste proprio voi, sulla base di questo, a metterlo sotto controllo. Scoprendo che il Calabrese continuava, nonostante la sua collaborazione, a strozzare le sue vittime.

Tale circostanza, cioè che lo strozzino era sempre uno strozzino, emerse addirittura in un processo, precisamente in Corte di Assise a Cosenza, per la morte di Carmine Pezzulli, dove il pubblico ministero antimafia Pierpaolo Bruni nell’udienza del 26 giugno del 2013 depositò un nuovo verbale di interrogatorio «da cui risulta che Violetta Calabrese Roberto», scrisse il presidente Antonia Gallo «dopo l’inizio della collaborazione, utilizzando un’utenza mobile nella sua disponibilità, ha continuato ad avere rapporti con l’esterno», in particolare con un soggetto «nei cui confronti ha riferito di aver maturato un credito».

Ma la Corte di Assise di Cosenza andò oltre, spiegando che il pentito per ottenere quelle somme non esitò a mandare sms minacciosi alla vittima.

Alla fine lo stesso Calabrese ammise e consegnò tutto ai magistrati: «dopo Pasqua… reclamai quanto mi doveva», aggiungendo che «questa storia un giorno finirà e quindi ci rivedremo”».

Ma i giudici cosentini ritennero la circostanza di non poco conto, arrivando alla conclusione che «il fatto che Violetta Calabrese abbia continuato ad avere rapporti con l’esterno e li abbia “curati” con le allarmanti modalità sopra descritte, giustifica il sospetto che la sua collaborazione con la giustizia in realtà non sia mai iniziata».

Dunque, vi chiedo: qual è il criterio da voi usato nell’utilizzo delle dichiarazioni dei pentiti? Come spiegate la vostra fiducia a questo finto pentito? Vi fidate di uno di cui non vi fidate, e mandate in galera un innocente, mentre i mafiosi politici continuano a corrompere e rubare.

Questo, se foste seri, dovreste spiegarlo. Perché la storia appena narrata, come voi sapete, non è frutto della mia immaginazione. Ma sono sicuro che nessuno spiegherà niente, perché spiegare questo, lo capisco, è veramente difficile.

Del resto siamo abituati a vivere nel dubbio e bene sappiamo che ci sono dubbi che vanno risolti, altri che non possono essere risolti, altri ancora che è meglio non risolvere. E quello esposto in questa narrazione è un dubbio che è meglio non risolvere.

GdD