mercoledì 13 dicembre 2017
Home CRONACA La DDA di Bologna conferma: “La ‘ndrangheta ha rotto gli argini”

La DDA di Bologna conferma: “La ‘ndrangheta ha rotto gli argini”

Sentenza Aemilia, il Gup Zavaglia: “Ambiente globale di cutresi ed emiliani nel quale la modalità mafiosa è apprezzata”

(ANSA) – BOLOGNA, 12 OTT – “Nell’indagine Aemilia si assiste alla rottura degli argini” da parte della criminalità calabrese in Emilia dove “la congrega è vista entrare in contatto con il ceto artigianale e imprenditoriale reggiano, secondo una strategia di infiltrazione che muove spesso dall’attività di recupero di crediti inesigibili per arrivare a vere e proprie attività predatorie di complessi produttivi fino a cercare punti di contatto e di rappresentanza mediatico-istituzionale”.
E’ questo, secondo il Gup Francesca Zavaglia, il salto di qualità dell’inchiesta sulla ‘Ndrangheta della Dda di Bologna.
Lo si legge in uno dei passaggi chiave delle 1390 pagine della sentenza del processo concluso ad aprile con 58 condanne in abbreviato, 17 patteggiamenti, 12 assoluzioni e un proscioglimento per prescrizione. Dato caratterizzante è proprio “la fuoriuscita dai confini di una microsocietà calabrese insediata in Emilia, all’interno della quale si giocava quasi del tutto la partita, sia quanto agli oppressori che alle vittime”.

Nicolino Grande Aracri
Nicolino Grande Aracri

Il centro di potere imprenditoriale mafioso creato in Emilia è “strumento a disposizione della cosca locale per generare e moltiplicare ricchezza e allo stesso tempo, funzionale agli interessi del boss Nicolino Grande Aracri”, a capo della cosca di Cutro di cui quella emiliana è ritenuta un’autonoma derivazione. Una ‘ndrangheta “moderna” e “mimetizzata”.

Sono questi i due aggettivi con cui il Gup Francesca Zavaglia ha descritto la presenza della criminalità organizzata calabrese in Emilia-Romagna, nelle motivazioni della sentenza del processo in abbreviato di “Aemilia”.

Per definire il rapporto tra la “cellula emiliana” di ‘ndrangheta e la casa madre cutrese, il giudice Francesca Zavaglia usa il termine “complementarietà” e le descrive come due “autonome realtà che agiscono in convergenza di fini”.

Nella sentenza del processo in rito abbreviato il Gup scrive che “l’organizzazione emiliana, ben radicata nel territorio e in continuo contatto con la cosca di Cutro, ha dato prova di possedere le caratteristiche e di manifestarsi nei delitti in modo analogo alle consorterie operanti in terra d’origine e di godere di autonomia operativa e decisionale”.

Nello stesso tempo “la casa madre ha dimostrato di utilizzare la cosca locale, attraverso esponenti in particolar modo deputati a fungere da trait d’union, per la sinergica conduzione di alcuni affari nell’ottica della massimizzazione del profitto e del reciproco consolidamento”.