La democrazia e il ceto politico calabrese (di Carlo Cuccomarino)

(foto corriere della sila)
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di Carlo Cuccomarino 

LA DEMOCRAZIA E IL CETO POLITICO CALABRESE

Ricordiamo qui di passaggio quanto si era detto sulla responsabilità del ceto politico calabrese sullo sfasciume della crisi che stiamo vivendo (siamo quasi ad un decennio) e cosa questa ha aggiunto nella già debole geografia sociale e politica della nostra regione.

Innanzitutto il fatto che il ceto politico calabrese del nostro tempo, quel che appare oggi come un pezzo di medioevo politico, in realtà costituisce un settore particolare delle èlites nella società capitalista contemporanea, che vive esclusivamente di politica, e trae da essa reddito e potere.

Questo ceto politico non svolge più compiti di mediazione tra i gruppi economici e le grandi masse dei cittadini. Lo vediamo semmai costantemente impegnato nella lotta per la propria conservazione e ascesa nei ranghi più alti del potere istituzionale.

E’ questo ceto politico a noi contemporaneo che ha svuotato “l’intima essenza della politica” così come la conoscevamo.

Esso è stato ed è portatore, nei fatti, della politica alle “libere forze del mercato”.

Com’è noto, quest’ultime sono oggi incarnate sopratutto da un potere enorme, invisibile e sovranazionale: quello della finanza.
Gli esiti di questa “subordinazione politica” ci hanno gettato in una condizione inedita.
Gli anni di gestione della crisi attuale, di fatto, mostrano l’assoluta incapacità dei governi nazionali e regionali di riduzione del potere della finanza.

In Calabria, come nel resto del nostro paese, i partiti politici e il ceto politico che li compone si presentano oggi come complici e responsabili di questa crisi senza fine che mette sotto pressione strati e gruppi sociali regionali che indietreggiano di anno in anno. 

In Calabria la povertà diventa miseria e generazioni di giovani sono messe ai margini, la precarietà del lavoro diventa regola e va a sommarsi a quella cronica, costituita dal lavoro nero.

Nulla di tutto ciò sfiora il ceto politico calabrese: esso in questi duri anni di crisi economica e sociale appare ben saldo al potere e mantiene più o meno intatti i suoi inauditi privilegi.
Ed è veramente paradossale che mentre a coro unanime questo ceto politico insieme a quello dei media esortano al cambiamento, alla mobilità, alla flessibilità, il nostro consiglio regionale è affollato dallo stesso ceto politico che siede sui suoi scranni da decenni ormai.

Se c’è un dato che i calabresi hanno afferrato è che questo ceto politico appare inetto a porre rimedio ai grandi problemi in cui la nostra regione si dibatte in questi duri anni di crisi.

Ma è questo ceto politico, esercitando tale inettitudine, a difendere efficacemente quelle strutture di potere che ci costringono alla miseria di cui parlavamo prima.
E’ facile comprendere che man mano che la stretta sociale ed economica andrà peggiorando, la vita di tutti noi calabresi potrà incanalarsi in una inedita rabbia sociale e diventare dinamite politica.

E allora la domanda è: come possiamo tutti noi, gli strati colpiti dalla crisi, la maggioranza impoverita, i precari tutti, far male a questo ceto politico come una priorità?

Intelligenza popolare, dispersa e frammentata quanto si vuole ma non fuorviata da un ceto politico di merda che si fa complice nel taglio di salari e redditi, che ci fa spendere di più per curarci e mantenere i nostri figli agli studi, che ci toglie i risparmi per salvare banche, istituti e aziende fallimentari e avvelena con sistematicità e complicità inaudita i nostri territori.

Questo ceto politico che ha discreditato la politica e indica la trasformazione della società come immodificabile non può non essere che il nostro nemico.

Oggi non c’è altra via che mostrare la distanza che ci separa da questo ceto politico e dal suo modo di intendere e fare politica.