La mafia dei boschi e le centrali a biomasse: grandi affari per i soliti noti

L’operazione Stige che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di 169 persone, presunti appartenenti alla ‘ndrangheta, ha scoperchiato un calderone di affari illeciti di diversa natura. Tra questi, inaspettato per certi versi, “l’affare dei boschi” ha attirato l’attenzione di coloro i quali, già da diverso tempo, sono impegnati a denunciare e a contrastare il business del legname, un affare milionario a danno del patrimonio boschivo, e non solo, calabrese che ha arricchito i clan alla pari degli altri traffici illegali.

Il problema è molto complesso, parte da lontano e coinvolge istituzioni e famiglie mafiose, al punto che gli inquirenti ne hanno avuto sentore e hanno disposto le dovute indagini in merito.

Risale al 4 gennaio 2017 la presentazione alla Camera dei Deputati della “Relazione sull’attività delle forze di polizia sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata” relativa all’anno 2015, in cui, nella sezione dedicata alle nuove minacce in ordine alla tutela ambientale, si legge.

“Nel 2015 inoltre, anche a causa della crisi economica, si è assistito ad una recrudescenza di fenomeni di illegalità nei confronti della risorsa forestale. Da fenomeni più banali, quali il taglio condotto con modalità non conformi, si arriva ad irregolarità via via più gravi, con reati che assumono la dimensione del reato associativo, fino alla turbativa d’asta pubblica. Il taglio del bosco rappresenta infatti una risorsa che, in tempo di crisi economica, riacquista un valore tutt’altro che trascurabile soprattutto se attuato con prelievi molto più intensi di quelli autorizzati o se condotti a seguito di aste pubbliche non conformi alla norma. In certe aree della Calabria, sono state accertate così spesso infiltrazioni di criminalità organizzata nel settore, da indurre il Corpo forestale dello Stato, a proporre, anche per le alienazioni dei boschi pubblici, le procedure di certificazione antimafia previste dalla normativa per gli appalti pubblici.

Sono state accertate infatti, da parte delle ditte boschive che partecipano alle aste, accordi preventivi illeciti finalizzati alla spartizione di lotti da aggiudicare e ricorso a “cartelli” finalizzati a tenere bassi i prezzi della base d’asta mediante accordi segreti ed illegittimi. Si instaurano così dei monopoli od oligopoli ove pochi soggetti, di fatto, tengono in pugno pubbliche amministrazione, anche mediante minacce o atti corruttivi, e determinano il prezzo finale del lotto boschivo. Successivamente si verificano prelievi di legna illegittimi, sconfinamenti di superfici, subappalti illegittimi, utilizzo di manodopera in nero se non addirittura clandestina. Si deve constatare che dopo il passaggio di competenze fra lo Stato e le Regioni, alcune di queste non sono state in grado di sviluppare un sistema armonico e funzionale per la gestione della tutela della risorsa forestale ed hanno perso la visione d’insieme”.

Con l’operazione Stige, dunque, si è dato seguito a quanto riportato nella relazione e alle varie denunce dei tagli selvaggi che nell’ultimo anno si sono susseguiti a ritmi incalzanti. E se i pentiti hanno parlato di “riconquista criminale della Sila”, di certo non sfugge quanto è accaduto anche nelle aree urbane e periurbane, che si sono man mano svuotate del loro patrimonio arboreo.Meno di un anno fa, lo scempio compiuto nei boschi di Longobucco è finito sulle tv nazionali, mentre comitati e associazioni ambientaliste hanno svolto un ruolo importante nella divulgazione del problema, che, come abbiamo già accennato, non ha risparmiato le città. Cosenza e Rende in primis.

Ma intanto occupiamoci dei boschi: quelli della Sila sono in mano alle mafie da decenni e ciò è stato sotto gli occhi di tutti: degli automobilisti che percorrevano l’ex A3 in direzione nord, dei visitatori dell’altopiano, degli addetti ai lavori, delle Istituzioni e probabilmente anche di chi avrebbe dovuto vigilare e che di segnalazioni sui tagli abusivi ne ha ricevute a iosa, poiché i numerosi camion pieni di tronchi che quotidianamente percorrevano l’autostrada sono stati visti e segnalati dalle associazioni ambientaliste cosentine più volte agli uffici preposti che, però, hanno preferito fare orecchie di mercante. Ora il problema è emerso insieme a tutti gli altri affari illeciti dei clan, tra cui il grande business delle centrali a biomasse. E già, le mani delle cosche si sono allungate anche sul legname da fornire alla centrale del Mercure: l’impresa Spadafora di San Giovanni in Fiore aveva conquistato il monopolio per le forniture di legname da bruciare nella suddetta centrale. Prontamente l’Enel ha minimizzato e sospeso il contratto con l’azienda coinvolta nell’indagine.

CENTRALI A BIOMASSE

In un recente convegno svoltosi a Cosenza e organizzato dal Comitato Alberi Verdi, che da un paio di anni ha intrapreso una vera e propria battaglia a difesa dell’ambiente, uno dei relatori, il dottor Ferdinando Laghi, presidente di ISDE Internazionale, è intervenuto sul problema delle centrali a biomasse, che, per definizione, dovrebbero essere piccoli insediamenti da utilizzare per la combustione dei residui di lavorazione degli scarti dell’agricoltura, della forestazione, di piantagioni dedicate. Una piccola centrale, dunque, dovrebbe produrre poca energia, esclusivamente per un rifornimento locale e ristretto.

Invece, la Centrale Enel a biomasse del Mercure, attiva dal 2016, è situata in prossimità del parco del Pollino (c’è da dire che i numerosi disboscamenti e la costruzione delle centrali a biomasse non hanno mai provocato alcuna reazione nei presidenti dei Parchi), vicino al fiume Mercure-Lao e dimostra il contrario.

Laghi ha elencato dati sconcertanti: nel 2016, la centrale del Mercure ha incassato, secondo quanto ha pubblicato l’Enel, 49 milioni di euro. Di questi, solo 10 milioni sono provenuti dalla produzione energetica, mentre i rimanenti 39 milioni sono giunti da incentivi pubblici. Non è stato difficile capire il gioco, visto che i guadagni della produzione energetica sono risultati provenire da incentivi pubblici e, soprattutto, la produzione non viene fatta secondo le richieste di energia del territorio. In altri termini, si produce un’eccessiva quantità di energia – che supera di molto il fabbisogno energetico della Calabria – per cui si ha bisogno di una quantità smisurata di biomassa necessaria al suo funzionamento (circa 350 tonnellate all’anno), spesso reperita anche sul territorio dell’Unione Europea, rischiando di importare specie contaminate da pesticidi, pericolosissimi per la biodiversità del parco e per la salute dei residenti.

Inoltre, la centrale opera con autorizzazione scadute e proroghe della Regione Calabria, che sono state anche impugnate dalle associazione ambientaliste del territorio e manca uno studio ad hoc sul microclima della Valle del Mercure (quello fatto è stato impostato sui dati di una valle diversa) e l’assenza di una Valutazione d’Impatto sulla Salute. Da considerare, infine, le infiltrazioni criminali con i loro grossi interessi nella produzione energetica. L’operazione Stige lo ha ampiamente dimostrato.

1 – (continua)