La moglie e il figlio di Luca Bruni: “Questa giustizia non possiamo perdonarla”

Ne riceviamo tante di lettere in redazione.

Di ogni tipo e da ogni dove. Lettere tra le più disparate, e disperate. Ma anche di gioia e ringraziamenti. E non mancano mai quelle di minacce ed insulti. Così come avviene in ogni redazione. Ognuno ha una storia da raccontare di buona o cattiva sorte. Tra le tante che riceviamo, molte ci colpiscono: per l’umanità raccontata, per i sentimenti espressi, per la generosità spiegata, per il coraggio di perdonare, per la compassione provata, per il dolore sommesso o gridato. Perché queste sono  lettere che ci parlano di chi non c’è più.

Non è facile raccontare il proprio dolore, specie quanto questo è conseguenza della cattiveria umana, della negligenza dello stato, dello scarso valore che alcuni danno alla vita. Spesso a raccontare questi drammi sono le donne, madri, mogli, sorelle. E il loro coraggio ogni volta ci è da insegnamento. Perché da questo capiamo che nel cuore di ognuno, se si cerca, alla fine appare sempre il buono. E questa lettera ne è la prova.

Luca era alto e bello.

Riaverlo in una scatola di scarpe era come offendere l’immagine che di lui abbiamo sempre avuto. La decisione non spettava a me per prima, ma a nostro figlio, e dopo averne parlato e aver discusso su varie cose, di comune accordo abbiamo deciso che non avremmo preso i suoi resti.

A noi, delle sue ossa offese non è mai importato nulla, noi il suo ricordo lo abbiamo vivo grazie al sentimento che ci ha lasciato dentro. Non eravamo neanche al suo funerale, la celebrazione di inutili riti non ci riguarda, un uomo non lo onori se ti siedi sul banco di una chiesa a piangerlo, un uomo lo onori se dai una senso alla sua morte.

Neanche al processo mi sono presentata mai, rischiando peraltro di essere denunciata penalmente (e non è detto che non sia così).

Non ci interessa l’iter della giustizia, noi alla giustizia non crediamo più.

Con grande sacrificio sto tirando su un futuro uomo onesto, uno di quelli che darà fastidio ai corrotti, a chi ci governa, perché invece di iniziarlo alla vendetta gli ho spiegato quanto è più coraggioso un perdono.

In virtù di questo, oggi, dopo aver letto il tuo articolo sulle condanne ricevute dagli assassini di Luca, posso a gran voce urlarlo il perdono. Sì, abbiamo perdonato chi si è macchiato di questo infame delitto, costringendo un figlio a far a meno del padre per sempre, a dover faticare il doppio a scuola, a dover sudare il triplo per garantirsi gli studi.

La giustizia no, la giustizia non possiamo perdonarla. Come dici ad un figlio che gli assassini del padre non pagheranno solo perché si sono pentiti a parole! Non puoi.

Viene a cadere tutta la base sulla quale stai costruendo il suo futuro. Mio figlio dovrebbe sentirsi tutelato, dovrebbe sapere che ci sono uomini giusti che applicano le leggi e che davanti alla prospettiva di un pentimento, non accolgono nessuna dichiarazione e accompagnano chi si macchia di tali crimini ad accettare il caro prezzo da pagare.

Avremmo voluto gridarlo a tutti il nostro scontento, la nostra rabbia, la nostra delusione, ma non era quello il modo giusto per dare un senso alla morte di Luca. Ai colpi di pistola che gli sono stati inferti abbiamo risposto con i voti di nostro figlio a scuola: 8, 9, l’iscrizione al liceo per l’anno prossimo, lo studio di Bach sul pianoforte, le sue sculture in ceramica, le sue riproduzioni delle opere di Picasso, la partenza da Cosenza per andare incontro ad un futuro migliore.

E a chi ci sottolinea spesso che Luca non era un uomo onesto vogliamo rispondere che ahimè ne siamo consapevoli, appunto per questo abbiamo potuto far poco per lui anche dopo la morte.

Nei tuoi articoli, quel che sempre mi ha colpito è che ti riferisci a mio marito chiamandolo “il povero Luca”, ogni volta che lo leggo è come sentirsi meno soli.

Noi siamo lontani anni luce da certe dinamiche e da tutto ciò che riguardava la vita che conduceva fuori di casa.

Perché questo messaggio a te oggi? Perché sapere che al mondo c’è almeno una persona che non ha padroni e ha il coraggio di scrivere la verità, ci fa sentire forti e ci fa sperare, se non più nella giustizia, almeno negli uomini.

E’ ovvio che la mia stima nei tuoi riguardi va aldilà degli articoli che scrivi su Luca, sono da sempre una rivoluzionaria, e so che saprai far tesoro di questo spaccato di vita, che è lontano dalle cronache e fa la differenza.

Luca non lascia una moglie e un figlio soli e disperati, “il povero Luca”, così come lo definisci tu nei tuoi articoli, lascia una moglie e un figlio pieni di gioia di vivere e di voglia di raccontare che dalla merda, dalla mafia, si esce e si guarisce grazie all’Arte e alla Cultura.

Davanti agli 11 anni da scontare dal signor Lamanna e dal signor Bruzzese, davanti ai 6 anni da scontare dal signor Foggetti, non possiamo che avere un pensiero per i loro figli e la speranza che un domani abbiano anche loro la forza e il coraggio di perdonare i loro padri. Con stima,

La moglie e il figlio di Luca Bruni