La procura di Castrovillari, il clan Cirillo e l’omicidio Bergamini

Se il caso Bergamini è rimasto insabbiato per più di vent’anni, non c’è dubbio che le responsabilità maggiori siano state della procura della Repubblica di Castrovillari.

LE COLPE DELLA PROCURA

Tutti i media nazionali, che da qualche anno a questa parte si sono nuovamente interessati al caso, non hanno potuto fare a meno di rilevare le assurde e quasi irritanti contraddizioni e incongruenze dei magistrati che hanno seguito le indagini.

Il primo pubblico ministero del caso Bergamini è Ottavio Abbate, nativo di Longobardi, un piccolo paese del Tirreno cosentino. Nel 1989 è ancora relativamente giovane ma trascura incredibilmente ogni indizio e solo dopo le insistenze della famiglia Bergamini si decide (bontà sua) a disporre l’autopsia. E meno male che nel suo curriculum c’è anche un passato di vicequestore…

Per non parlare delle perizie “lette” solo e soltanto in una direzione, della stessa autopsia nella quale erano e sono contenuti i rilievi per dare un’altra lettura del caso e della miriade di testimoni, quasi volutamente ignorati per non arrivare alla verità. Diciamocelo francamente: soltanto un giudice “strabico”, se non vogliamo chiamare in causa la malafede, non avrebbe capito che ci si trovava davanti ad un omicidio e non ad un suicidio.

Oggi Abbate è un anziano magistrato e soltanto alla fine del 2011 ha concluso il suo mandato di Presidente del Tribunale.

Attualmente è il presidente del Tribunale di Campobasso.

Ma, poiché è rimasto a Castrovillari fino all’altro ieri, Abbate rappresenterebbe l’ideale continuità tra il passato e il presente di questa procura. La speranza è che il nuovo procuratore Eugenio Facciolla cambi completamente registro dimostrando quell’integrità morale che chi l’ha preceduto non ha avuto in tutti questi lunghissimi anni.

castrovillari-tribunale-2I COMUNI DELLA GIURISDIZIONE: LA SIBARITIDE

Il Tribunale di Castrovillari esercitava la propria giurisdizione su 39 Comuni con una popolazione di 135.246 abitanti, pari a 2.029,32 abitanti per chilometro quadrato, residenti su un territorio morfologicamente diverso e complesso. Dal montuoso ed impervio al marittimo e rivierasco. Poi c’è stata l’aggiunta dei comuni ricadenti nel Tribunale di Rossano, chiuso qualche tempo fa.

Ma la nostra attenzione va sulla Sibaritide. All’interno di questa giurisdizione ci sono tutti i 60 chilometri di costa sibarita (da Rocca Imperiale a Sibari), compresi i sette Comuni litoranei (oltre a Rocca Imperiale, Montegiordano, Roseto Capo Spulico, Amendolara, Trebisacce, Villapiana e Cassano) più importanti della Sibaritide.

Cerchiamo allora di mettere a fuoco qual era la realtà criminale di questa zona molto importante della Calabria. Se consideriamo la Sibaritide una provincia, come ancora oggi è auspicato da molti, Cassano ne costituisce naturalmente la “mala capitale”.

La mafia nasce, si sviluppa e si potenzia nelle zone più ricche, poiché ha bisogno di ricchezze da sfruttare a suo piacimento.

Da questo punto di vista Rossano e Corigliano dovrebbero occupare una posizione migliore sia per il volume della ricchezza che per grandezza, poiché costituiscono la naturale conurbazione della Sibaritide. La Sibaritide è un terreno molto omogeneo che va da Rocca Imperiale a Cariati e presenta problematiche molto simili, con presenza di clan la cui pericolosità non va sottovalutata per poter impostare una efficace politica di contrasto. Cassano occupa una posizione centrale e qui si coagulano una molteplicità di interessi poiché tutto finisce per convergere a Sibari, ma non si può certo affermare che Cassano è un centro di mafia mentre Corigliano e Rossano ne sono immuni. Siamo dunque al centro di un territorio nel quale la criminalità ha una infinità di interessi.

Giuseppe Cirillo
Giuseppe Cirillo

IL CLAN CIRILLO

Dovendo tracciare la genesi storica del fenomeno criminale nella Sibaritide non si può prescindere dal clan Cirillo.

Giuseppe Cirillo, capo indiscusso dell’organizzazione ed influente “mammasantissima” della Sibaritide sino al 1995 (anno del suo pentimento, lo stesso di Franco Pino), era di origine napoletana. Negli anni settanta decide, con il sostegno di alcuni “amici degli amici”, di trasferirsi in Calabria, nella zona fra Amendolara e Cariati. Non perché fosse innamorato pazzo della Calabria, né tantomeno per contrarre matrimonio con una bella “calabresella”. Cirillo viene in Calabria per fondare una ‘ndrina nella sterminata Sibaritide, tra la Sila ed il Pollino.

Don Peppino Cirillo camminava sotto la “Fibbia” di “Don Raffaele” Cutolo inteso ‘O Professore, pezzo da novanta della camorra, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, attualmente detenuto. Col permesso anche del compare di Cutolo, il mammasantissima della ‘ndrangheta “Don Paolino” De Stefano, ammazzato ad Archi il 13 ottobre del 1985. Successivamente il suo referente con la ‘ndrangheta diventa Don Pasquale Condello, capobastone della mafia calabrese.

Come è stato più volte dimostrato, la Sibaritide è stato un luogo prescelto dalla camorra napoletana per diversificare i suoi investimenti. Qui si è presentata con il suo volto imprenditoriale rilevando alcune aziende e gestendole direttamente. In questo modo si è insediata stabilmente sul territorio ed ha iniziato a tendere i suoi tentacoli nella struttura economica locale.

Le prime tre aziende erano agricole, successivamente il suo interesse si è esteso in tutti i settori dell’economia. Don Peppino realizza insediamenti produttivi e commerciali, costringendo gli imprenditori della zona a subire in silenzio la sua invadenza.

Cirillo e il cognato, Mario Mirabile, riescono a diventare in breve tempo, interlocutori privilegiati delle due più potenti consorterie delinquenziali del Meridione. Dopo aver eliminato alcuni “alleati” che gli facevano ombra, il boss Cirillo “manda” Mirabile in Campania e il cognato di don Peppino diventa l’uomo di riferimento della “Nco” di Raffaele Cutolo nel Salernitano. Impianta bische e gestisce grandi estorsioni in accordo con “Tore u guaglione” da sempre uomo di fiducia di “don Raffaele” e Vincenzo Casillo, detto “O Nirone” braccio destro del capo assoluto della Nco.

Salvatore Frasca
Salvatore Frasca

LA PROCURA IN MANO AL CLAN CIRILLO

Siamo ormai negli anni Ottanta. Il cosiddetto “locale” di Sibari gestito da Peppino Cirillo ha il territorio in mano e le istituzioni pubbliche sono ai suoi piedi.

L’unico ente che ha percepito fin dall’inizio la pericolosità di quella presenza è stato il comune di Cassano allo Ionio.

Il sindaco è Salvatore Frasca, che negli anni Settanta e Ottanta è stato senatore e anche sottosegretario del vecchio Partito socialista.

Non a caso, Cassano allo Jonio è stato il primo comune che in Italia si è battuto per l’acquisizione e l’ utilizzazione a scopo sociale del patrimonio sequestrato alla criminalità organizzata.

Le aziende di Cirillo sono state tutte confiscate dalla magistratura ed il comune le ha utilizzate per creare il centro per il recupero dei tossicodipendenti dato in gestione all’Associazione Saman. Proprio il Comune di Cassano è stato il primo a capire la pericolosità del fenomeno Cirillo, a mobilitarsi per combatterlo, poiché le forze dell’ordine e la magistratura avevano sottovalutato clamorosamente la sua pericolosità.

Da cosa nasceva questa tiepidezza nell’azione di contrasto?

E’ proprio Salvatore Frasca a dare una risposta sotto certi aspetti inquietante. La procura di Castrovillari, che dovrebbe “controllare” certi fenomeni, non solo li tollera ma è a tutti gli effetti connivente.

«Dalla scarsa conoscenza della sua natura e della sua ramificazione nel territorio – sostiene Frasca -, tanto che la stessa magistratura gli affidò il villaggio Bagamoio che era in gestione fallimentare. Tutti i magistrati e gli avvocati di Castrovillari erano degli habitué di quel club… Cosa era veramente Cirillo lo hanno scoperto nel corso degli anni successivi, quando è apparsa con ogni evidenza la sua vera natura. Cirillo aveva creato uno stretto legame con la criminalità di Cirò estendendo di molto il suo potere mafioso anche a Corigliano e Rossano…».

Dunque, la Procura della Repubblica di Castrovillari si piega in tutto e per tutto al volere del clan Cirillo e i magistrati si fanno vedere insieme ai delinquenti senza nessun tipo di problema in questo villaggio Bagamoio.

A metà degli anni Ottanta il boss Cirillo viene indagato, arrestato e processato e finisce in galera, al soggiorno obbligato ad Ancona.

A prendere il suo posto è il cognato Mario Mirabile, che fa ritorno nella Sibaritide con il preciso obiettivo di assumere il controllo del clan. Insieme a lui tuttavia c’è anche la moglie di don Peppino, Maria Luigia Albano, per tutti “Donna Gina”. E secondo molti era proprio lei il “vero capo”.

Per sei anni la donna del boss, dal 1984 al mese di agosto del 1990 (quando poi viene ucciso Mario Mirabile), carattere forte, maniere risolute, gestisce gli affari della famiglia intrecciando anche rapporti con apparati dello Stato.

Nonostante non ci sia più don Peppino, le istituzioni pubbliche e la giustizia sono ancora ai piedi del clan.

berga1IL CLAN CIRILLO E L’OMICIDIO BERGAMINI

Cosa significa tutto questo? Beh, è molto semplice.

Chi vuole uccidere una persona ed essere “coperto” in questo territorio non deve far altro che parlare con “Donna Gina” o con Mario Mirabile. Sono loro che assicurano killer e logistica dopo aver dato il loro assenso.

Chi poteva “agganciare” il clan Cirillo?

Non c’è dubbio che si sia potuto muovere qualcosa nell’ambito della criminalità organizzata cosentina e ci sono più indizi che ci dicono che la famiglia Internò potesse avere rapporti di amicizia con esponenti del clan “Pino-Sena”, federato (come ci dicono i rapporti delle forze dell’ordine) con i clan “Muto” di Cetraro e “Basile-Calvano” di San Lucido a livello locale ma soprattutto con il clan “Cirillo” della sterminata Sibaritide.

Ora che sappiamo che il movente dell’omicidio di Denis Bergamini è soltanto passionale, non serve essere profeti per capire che il “regista” dell’omicidio, certamente vicino alla famiglia Internò, cerca e ottiene un contatto con il clan Cirillo, magari tramite il federato clan Pino-Sena, per avere a disposizione un territorio nel quale fare quello che vuole, uccidere e rimanere impunito grazie alla “connivenza” della procura della Repubblica di Castrovillari.

Non gli servono killer. Gli serve un posto dove buttare il cadavere, un camion e un camionista dei tanti che passano in quella zona (in perfetto accordo con i clan della ‘ndrangheta reggina: non a caso il camionista scelto è di Rosarno!) con il quale inscenare il suicidio, un carabiniere corrotto per fare rilievi-barzelletta e un pubblico ministero e un procuratore altrettanto corrotti per evitare che qualcuno scopra gli altarini. Il resto lo avrebbero fatto i depistaggi e qualche “amico” all’interno dei media e della città di Cosenza.

Chi è il “regista”? Di sicuro è uno che conosce molto bene gli apparati dello Stato e, soprattutto, è sicuro, ma proprio sicuro, che nessuno mai possa risalire a lui.

Fino a vent’anni fa eravamo in presenza del classico “delitto perfetto”. Ma qualcosa non ha funzionato.

Ora ci chiediamo: è mai possibile che lo stesso pubblico ministero che ha insabbiato il caso, sia stato per anni anche il presidente del Tribunale di Castrovillari salvo poi essere spostato solo dopo la riapertura del caso Bergamini? Tra l’altro nell’indifferenza generale?

In qualsiasi altro Paese civile, i tempi sarebbero stati maturi non solo per l’arresto di qualcuno ma anche per una sana ispezione del Ministero di Grazia e Giustizia.

Abbiamo stima per Eugenio Facciolla e siamo convinti che se la sentirà di “toccare” gente protetta dai poteri forti e dallo stato deviato. In ogni caso, prima c’è da assicurare alla Giustizia i tre-quattro assassini che, in concorso, hanno deciso la morte violenta di Denis Bergamini. Successivamente toccherà inevitabilmente anche a chi ha “coperto”.