La “social catena” nelle Marche scosse dal “mostro” (di Claudio Dionesalvi)

di Claudio Dionesalvi
Bisogna venire qui dove scorre il fiume Tronto per capire quanto siamo fragili dinanzi ai sussulti della Terra. “A queste piagge venga colui che d’esaltar con lode il nostro stato ha in uso, e vegga quanto è il gener nostro in cura all’amante natura”. Giacomo Leopardi non abitava molto lontano da Arquata, dove nell’agosto scorso 51 persone sono rimaste schiacciate da pietre amiche. Aveva capito tutto, il poeta di Recanati.
La prima volta che incontrai il boato sordo, avevo nove anni. Il terremoto strapazzò Cosenza. Mio padre non voleva uscire all’aperto: “Se il Signore ha deciso così, accettiamo la sua volontà”. Lo afferrai per un braccio: “Papà, che cazzo dici?”.
Stava solo cercando di darmi coraggio, a modo suo, da sincero cattolico. L’ho capito un paio d’anni fa, quando m’è toccato infondere sicurezza a mia figlia, subito dopo una scossa del 5° grado o poco più: “Amore, è meglio se usciamo. Facciamo un gioco, vediamo chi riesce a togliersi il pigiama e vestirsi per primo”. La bambina cercava nel mio sguardo, nei miei movimenti, il minimo segno di cedimento alla paura. Aveva la stessa espressione dei ragazzini delle scuole di Mormanno, dove nel 2013 andai in uniforme da clown, insieme agli uomini e le donne della cooperazione sociale bruzia, per contrastare la paura del terremoto che da mesi faceva ondeggiare tutto. I bambini di Mormanno avevano gli occhi pieni di tensione, come quelli di Acquasanta Terme, nelle Marche.
Ho potuto incrociare i loro sguardi oggi, in un venerdì che precorre Primavera, grazie a Piera Palermo, Antonello Anzani e Sergio Crocco. Con loro sono andato nelle Marche angosciate dall’incubo sismico per consegnare gli strumenti musicali acquistati grazie all’impegno concreto di tanti musicisti cosentini che nell’ottobre scorso hanno dato vita a “Cosenza si smuove”, un concerto collettivo benefit in riva al Crati, una di quelle giornate solidali che ti fanno sentire orgoglioso d’essere cosentino. Oltre a suonare, tutti gli artisti si sono autotassati.
La Terra di Piero ha fatto da garante nella raccolta fondi. L’idea è venuta a Elisa, la sorella di Piera che di professione fa l’architetto sociale e ama tramutare l’oralità in azione. Elisa ha sfruttato i social per mobilitare coscienze sensibili: “Dobbiamo fare qualcosa per le persone che stanno vivendo quest’incubo”. Interpellato Gianluca Lalli, musicista anarchico abitante a San Benedetto del Tronto, è maturata l’idea.
Ad Acquasanta la storica banda “Luigi Sabatini” suona da più di cent’anni. Oltre ad ammazzare tante persone, il terremoto ha distrutto anche edifici di alto valore comunitario, come la sede della banda. Nella scuola media “Nicola Amici” quelli della “Sabatini” hanno dato vita a una mini-orchestra formata da alunni e alunne. Quando entriamo per consegnare alla scuola gli strumenti acquistati grazie a “Cosenza si smuove”, ci accolgono applausi e strette di mano.
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Tra gli altri incontriamo Sara, una mia collega. Insegnava nella scuola di Amatrice, quella ristrutturata poco prima che crollasse. Era deserta nella notte del terremoto. Ma Sara mi racconta la tragedia dei banchi vuoti alla ripresa delle lezioni. Alcuni dei suoi alunni sono morti nelle rispettive case. Hanno avuto sorte diversa i ragazzini della media di Acquasanta Terme.
Adesso però devono fare i conti con l’ossessione che il tremore assassino ritorni, e con gli sciacalli che hanno rubato i 10 computer donati da un’associazione alla loro scuola. Per fortuna la solidarietà assume infinite forme. Dall’Emilia sono arrivati gli speaker di Radio Immaginaria con un camper che staziona nel cortile per trasmettere le loro voci nel web.
A farci da guida è Mauro Sabatini, vicepreside, musicista, animatore dell’omonima banda. Ci accompagna in un altro plesso che ospita i bimbi della primaria, costruito in soli 40 giorni con moduli in legno.
Nel pomeriggio ci spingiamo fino ad Arquata. Il profilo del paese distrutto ci impone un rispettoso silenzio. Qui la speranza è che ritorni a vivervi almeno la metà degli oltre mille abitanti di un tempo, adesso dislocati tra la costa adriatica e San Benedetto del Tronto dove tutta la popolazione scolastica si è trasferita dopo il ritorno del “mostro”, nell’ottobre scorso. Restiamo mummificati, il pensiero corre irrefrenabile verso la terra da cui proveniamo. Le Calabrie da sempre convivono col più imprevedibile dei sussulti di Madre natura. Abbiamo imparato a coesistere col terrore silente e con la rassegnazione. Non riusciamo a ribellarci contro chi dovrebbe mettere in sicurezza edifici pubblici, centri storici e quartieri popolari.
Nella valle dei Bruzi ci affidiamo alla madonna del Pilerio per scacciare calamità e pestilenze, come ad Ascoli invocano Sant’Emidio. Di sicuro c’è solo che le cosentine e i cosentini torneranno a formare la leopardiana “social catena” per portare conforto ai bambini del Tronto. Cosenza si smuoverà ancora. È l’unica arma che abbiamo contro l’ignoto.