La Terra di Piero in Tanzania. Diario di viaggio. Quinta e ultima tappa (di Claudio Dionesalvi)

di Claudio Dionesalvi
Alla fine il container è arrivato, ma il tempo tanzaniano per me, Antonio, Eugenio e Ciccio è scaduto. Dobbiamo rientrare a casa. Saranno i nostri compagni nei prossimi giorni a ultimare la missione: assembleranno un parco giochi presso la clinica specializzata di Dodoma, dove sono curati i bambini malati di Aids; porteranno aiuti e medicinali nell’ospedale di Migoli, situato in una zona desertica.
Da ragazzo sognavo di diventare inviato di guerra. Poi la vita mi ha portato a scegliere una stanzialità nomade. Vivo nella terra in cui nacqui, mi muovo in continuazione al suo interno. Non rimpiango niente, sono felice così. Non ho seguito il modello Achille. Meglio Ulisse e Militant A: “Devo avere una casa per andare in giro per il mondo”. Un elastico invisibile mi riporta nella valle dei bruzi in poco tempo, nelle rare volte che m’allontano. Non riesco a stare troppo a lungo lontano dai miei affetti. Posso solo compiere temporanee sortite negli inferi. L’Africa non è un inferno. Non se n’è mai visto uno abitato da angeli che nel continente nero s’aggirano ovunque.
Se sono sceso fin quaggiù, è perché Loredana mi ci ha spedito, compiendo un altruistico atto d’amore. Sapeva che ne avrei tratto linfa vitale. Con “La Terra di Piero”, nella missione “Pamoja Tanzania” ho avuto la conferma di una cosa che imparai insieme a lei un po’ di anni fa dal popolo maya ribelle: i mezzi  sono più importanti del fine e quel che conta non è l’obiettivo da raggiungere, bensì COME lo raggiungi. Altrettanto determinanti sono le relazioni che si creano tra le persone impegnate a costruire qualcosa insieme. Il teatro, la poesia in vernacolo, le feste popolari, sono questi i mezzi usati da “La Terra di Piero” per conquistare un obiettivo che è la solidarietà senza barriere e confini. Quel che accade lungo la strada, dietro le quinte, è molto più centrale del traguardo ottenuto.
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Quando aiuti il prossimo, in realtà ti stai aiutando a tollerare meglio la gravità della vita, sei alla ricerca di un motivo per questa esistenza, quella ragione che non riesci a trovare. Me lo ha insegnato lui tanti anni fa. In tutto questo viaggio, nei mesi che lo hanno preceduto, non ho dedicato una sola parola a Piero Romeo. Sono sicuro che non avrebbe gradito d’essere mitizzato. In realtà nessuno di noi ha mai pensato di farne un’icona. Tutt’al più, ricordandolo, dedicandogli l’associazione e il parco, chi gli ha voluto bene voleva solo comunicare ai più giovani nostri concittadini che si può essere grandi, importanti e lasciare un segno anche quando non si è scienziati, scrittori, artisti, politici.

Piero era una persona  comune. Aveva delle virtù rare e tanti difetti, come ognuno di noi. Tra i suoi pregi, la capacità di ascoltare il prossimo e cercare amici in mezzo alle persone considerate non convenzionali. In questo sì, ci ha trasmesso tanto. Rideva di gusto dinanzi all’effimero, si immedesimava nelle sofferenze degli umili. Una volta mi permise di dare un’occhiata al suo album che raccoglieva i primi piani di alcuni dei suoi migliori amici. Mi consentì pure di filmarli con la videocamera. Ci sono discorsi che iniziano e rimangono aperti. Ma le storie più belle meritano una conclusione. Il modo che mi sembra più giusto per concludere questo mio viaggio insieme a “La Terra di Piero” nel cuore dell’Africa, è proporre una sequenza d’immagini dall’album fotografico di Piero. Perché è da qui che tanti anni fa siamo partiti. (http://www.inviatodanessuno.it/?p=2616)

Tanti simboli e immagini di quegli anni rimangono impressi. Alcuni, viaggiando nel tempo, sono divenuti preziosi e li custodiamo ancora. Questa sciarpa fu realizzata a mano, 39 anni fa, da Michele Crocco. Era, anzi è, il fratello di Sergio. L’uso del presente è obbligatorio: quelli come Michele non muoiono mai. Abitava al primo lotto di via Popilia, lavorava in via dei Mille. È la prima sciarpa della storia degli Ultrà Cosenza. Ero un ragazzino quando Piero Romeo me la regalò, circa 30 anni or sono. Facendomene dono, forse intravedeva il cammino che in seguito avrei seguito.

Nel bene o nel male che sia, quando una città decide in modo spontaneo di portare qualcosa o raccontare una storia in un’altra parte del mondo, quelli che partono per portarla e raccontarla, sono suoi ultrà.
(fine)