La (triste) storia dell’Ordine dei Giornalisti calabrese: Soluri, l’altra faccia di Nicolò…

Giuseppe Soluri

Tra ieri ed oggi i giornalisti italiani hanno eletto il Consiglio nazionale e i Consigli regionali dell’Ordine. In Calabria tutto come sempre: sono stati rieletti il presidente Giuseppe Soluri e tutti i suoi consiglieri, come ormai accade dal 2003 da quando Soluri ha preso in mano il testimone dal tiranno Nicolò ma non certo cambiando la sostanza delle cose.

In Italia ma soprattutto in Calabria l’Ordine dei Giornalisti è stato ed è ancora funzionale alle esigenze di una Casta senza vergogna, che pensa solo a riempirsi le tasche. E’ un Ordine che non serve a nulla tranne che a loro, i privilegiati e gli unti dal potere massonico e politico.

Ripubblichiamo qui di seguito un saggio di Fulvio Mazza risalente al 2003 sulla triste storia dell’Ordine dei Giornalisti calabrese. Raccomandiamo a tutti di annotare che, quando si fa riferimento alle testate giornalistiche bisogna considerare la loro politica editoriale di allora, che spesso non è quella di oggi.
Giornalisti? La codardia
adottata come strategia 

di Fulvio Mazza

L’esempio emblematico, in Calabria, della tirannia
di Nicolò, subita pecorosamente da (quasi) tutti

Questo articolo-saggio è stato pubblicato sul n. 1/2003 del trimestrale Comunicando (diretto da Pantaleone Sergi assieme a Domenico Carzo, Carlo Macrì, Gianfranco Manfredi e Filippo Veltri) sotto il titolo L’Ordine regnava in Calabria.
Lo ripubblichiamo affinché rimanga impressa anche nella Rete la memoria storica di questa triste vicenda fatta da tanti pecoroni, un po’ di indipendentisti individualisti e solo qualche vero aperto oppositore.

La redazione

TERZA ED ULTIMA PARTE

5. Dopo trent’anni: l’Ordine gestito ancora da un giornalista “ignorato”

Sin qui il quadro passato. Passiamo adesso, come si suol dire, ai “nostri giorni”. Dicevamo, che – al momento della costituzione dell’Ordine calabrese – il presidente dell’Ordine stesso, Nicolò, era un “signor nessuno”; tale lo ritroviamo trent’anni dopo, all’inizio del nuovo secolo. Nessuna densa o prestigiosa attività giornalistica aveva effettuato prima; nessuna neppure dopo. Nella sua più recente esperienza professionale, notiamo la collaborazione a qualche giornale periferico calabrese (soprattutto il nuovo e, semiclandestino, Il Giornale di Calabria (quello diretto da Giuseppe Soluri), qualche collaborazione a Telespazio Calabria e… finisce praticamente qui.

Nel suo curriculum professionale, dunque – né prima, né dopo la sua elezione a presidente – nessun ruolo di inviato, di caporedattore, di direzione di organo di stampa almeno regionale, ma anche nessuna grande inchiesta. Nulla.
Una controprova proviene dal documentato volume di Sergi, Quotidiani desiderati che, praticamente non lo ha quasi mai citato (le sparute citazioni riguardano fattori marginali). In altre parole, in un libro che analizza la storia del giornalismo calabrese, Nicolò è come se non esistesse.

Non basta? E allora ecco un’altra controprova: l’Università della Calabria ha istituto corsi di laurea e diversi insegnamenti che riguardano la comunicazione e il giornalismo. Normalità – come avviene in casi simili un po’ in tutta l’Italia – sarebbe stata che al presidente dell’Ordine (e, come abbiamo accennato, del sindacato, degli enti previdenziali, di assistenza sanitaria ecc.) venisse affidata, se non la gestione, almeno un qualche incarico importante. E invece no. Nulla: né un ruolo di docenza né un ruolo da portinaio.
In forti difficoltà, come il sottoscritto, si trova anche chiunque altro desiderasse conoscere il “pensiero” di Nicolò. I suoi discorsi erano, difatti, intrisi di ovvietà (e di arroganza). Una vacua genericità che emerge anche nei suoi (pochi) scritti [17].

6. L’errore e l’azione

Ma tant’è. Tanto è stato e tanto sarebbe continuato a essere ancora, se Nicolò non avesse commesso un errore, scivolando sulla classica “buccia di banana”, e non ci fosse stata un’azione che l’ha messo in luce.
La “buccia di banana” è stata costituita da una truffarella che Nicolò ha compiuto ai danni dell’Inpgi che gli ha comportato una condanna, confermata con sentenza definitiva dalla Cassazione, a tre mesi. Come accennato, l’azione è stata condotta dal presidente dell’Ordine della Lombardia, Franco Abruzzo, che ha fatto conoscere la faccenda.
E, con un “colpo di scena” da far invidia a qualsiasi regista di thriller, Abruzzo decide di distribuire la documentazione della condanna ai vari giornalisti riuniti durante gli “Stati generali” convocati a Roma ai primi d’ottobre 2002.
Riportiamo qui di seguito la cronaca della vicenda ben raccontata su l’Opinione.

Franco Abruzzo

Il caso Nicolò è scoppiato in pieni stati generali. Ne ha condizionato anche i lavori. I 300-400 giornalisti riuniti a Roma per discutere i problemi sul tappeto sono stati messi di fronte ad un evento di straordinaria gravità. Tutti i dirigenti e consiglieri dell’Inpgi sono stati costretti ad esaminare, per ore, il caso sollevato ancora una volta dal Presidente dell’Ordine della Lombardia Franco Abruzzo. Non ne aveva parlato il Presidente dell’Inpgi Gabriele Cescutti nella relazione sulle ultime decisioni dell’istituto a partire dalla contestata mini-riforma delle pensioni. Aveva preferito consegnare a mano una lettera sulla vicenda, convocando una riunione straordinaria ad horas. E così anche la “scioccante” relazione sui mali dell’editoria di Paolo Serventi Longhi è passata in secondo piano. L’attenzione si è concentrata sulla vicenda che coinvolge un componente dell’esecutivo dell’Inpgi, presidente dell’Ordine della Calabria e leader da oltre un ventennio del sindacalismo giornalistico calabrese. Uno shock per tutti. […].

Mentre gran parte dei delegati si interrogava se la notizia era vera oppure si trattava di un’altra delle tante accuse lanciate da Franco Abruzzo, arrivava Pierluigi Franz, consigliere dell’istituto e presidente dell’Associazione stampa romana con in mano le due sentenze della Corte di Cassazione che respingevano i due ricorsi presentati dai legali di Nicolò contro le tre sentenze di condanna.

La documentazione non era però in mano ai vertici dell’Inpgi i quali hanno preso tempo prima di prendere le decisioni del caso. Sulla vicenda ci sono molte responsabilità e non potrà chiudersi senza che nulla fosse accaduto. Il regolamento è preciso: il consigliere condannato decade dalla carica. In particolare il consigliere Raffaele Nicolò ha manifestato l’intenzione di dimettersi. Non solo. Il consiglio dell’Inpgi dovrà, una volta dichiarato decaduto, accertare se nelle decisioni del 13 dicembre 2001 il voto di Nicolò fu determinante oppure no. Nel primo caso tutte le delibere sono nulle. E tra queste c’è la questione della mini-riforma delle pensioni, portata avanti con una votazione di 7 a favore e 7 contrari grazie al voto favorevole di Nicolò e al doppio voto del Presidente Cescutti.

Al di là pertanto dell’aspetto morale (il silenzio dell’interessato e la mancata vigilanza dell’istituto nella causa), la vicenda riveste grande rilievo, che coinvolge tutti i giornalisti. Una riforma viziata da una votazione illegittima. C’è poi la questione deontologica sollevata da Franco Abruzzo. Un incidente di percorso? Un giallo? E cioè qualcun altro avrebbe falsificato le ricevute?

Il Pretore di Roma nel 1998 condannò Nicolò per truffa, accertando che avrebbe falsificato l’importo e la data delle ricevute fiscali per rimborsi di spese sostenute nella sua qualità di consigliere dell’Inpgi. La Corte di appello di Roma confermava nel 1999 la sentenza del Pretore. Nicolò ricorse in Cassazione contro la condanna ad 8 mesi e 800 mila lire di multa. Nicolò nel frattempo restituì all’Istituto circa due milioni ma l’iter giudiziario andò avanti. La Cassazione allora riconobbe che non erano state applicate alcune attenuanti e rinviò tutto alla Corte di appello. Questa ridusse la condanna a tre mesi. Nicolò ricorse ancora ma questa volta la Cassazione respinse il ricorso per cui la vicenda giudiziaria è giunta alla fermata definitiva. La sentenza è del 13 dicembre. Da allora fino a settembre (9 mesi) silenzio assoluto sulla vicenda […].

7. “Il re è nudo”. La condanna viene stampata (solo) su il Quotidiano

Se ci si può interrogare sul perché – a parte l’Opinione, giornale decisamente “periferico” nel panorama editoriale nazionale – le altre testate italiane hanno preferito tacere sulla faccenda (che, in effetti, potrebbe anche essere – dal punto di vista nazionale – poco rilevante), pochi dubbi si possono avere relativamente ai giornali calabresi che avrebbero – professionalmente e deontologicamente parlando – dovuto dare gran rilievo a una siffatta notizia.
All’interno dell’oramai articolato panorama editoriale calabrese (oltre ai giornali citati si pubblicavano in quel momento anche il Domani della CalabriaLa Provincia cosentina e il Domani di Cosenza e provincia) solo il Quotidiano della Calabria pubblica la notizia.
In verità erano uscite due minuscole notizie d’agenzia che sembravano battute dalla sovietica Tass per quanto contorte e criptiche fossero, e dunque assolutamente incomprensibili.

In questo contesto, che non si può far altro che definire omertoso, va però notata l’iniziativa, presa d’accordo col gruppo della rivista Comunicando, da Carlo Macrì, corrispondente dalla Calabria per il Corriere della Sera, che sull’argomento presentava, il 16 ottobre, un esposto alla Procura Generale presso la Corte d’appello di Catanzaro.
Infine, il direttore de il Quotidiano, Ennio Simeone, accetta di pubblicare un articolo di chi scrive, per far emergere la vicenda. Leggiamo assieme alcune righe dell’articolo che – senza tema di smentita – possiamo dire sia servito da “stura” della problematica.

Ennio Simeone

«In Calabria c’è uno scandalo sotterraneo che non emerge. Riguarda un’importante rappresentanza professionale regionale che – per la sua rilevanza nella formazione dell’opinione pubblica – viene comunemente definita Quarto potere. Il massimo esponente calabrese di tale organismo fa anche parte (come accade un po’ in tutte le strutture rappresentative) di un altrettanto importante organo nazionale della categoria medesima. In tale veste ha compiuto alcune, diciamo così, “marachelle”.

Come tanti altri “mariuoli” di craxiana memoria, ha fatto la “cresta” sui rimborsi spese. Che non si sia trattato solo di un cappuccino in più lo si evince dalla sequela di provvedimenti giudiziari che ne sono scaturiti. Ultimo dei quali una condanna in piena regola da parte della Corte di Cassazione a tre mesi di reclusione per truffa. Normalità avrebbe voluto che i vari organi di stampa calabresi (agenzie, quotidiani, settimanali, quindicinali, mensili, trimestrali, televisioni, radio, giornali on line ecc.) avessero dato conto di tale vicenda specificandone le varie particolarità. E, invece, a parte un paio di riferimenti criptici d’agenzia, nulla. E sapete il perché? Il condannato per truffa è il presidente regionale dell’Ordine dei giornalisti. E i giornalisti stessi, fedeli al principio che “cane non mangia cane”, hanno taciuto completamente […].

Raffaele Nicolò, presidente dei giornalisti calabresi, è stato dunque condannato, con sentenza passata in giudicato, per truffa a danno dell’organismo di previdenza di quei giornalisti che avrebbe invece dovuto tutelare. L’ente in questione è l’Inpgi, ovvero l’Inps dei giornalisti medesimi. Per la cronaca: non si è trattato di una grande truffa architettata con raffinata strategia al fine di incamerare miliardi di lire. Si è trattato, ben più modestamente, di una serie di furberie piccine piccine che hanno fatto raggranellare al nostro (sic!) presidente, poco più di due milioni delle vecchie lire. In altre parole: più che un gran reato da penitenziario è stata una truffarella da bacchettate sulle mani. In conseguenza a ciò, Nicolò è stato dichiarato decaduto dall’incarico di Consigliere d’amministrazione dell’Inpgi. Dovrà essere conseguentemente sostituito anche il fiduciario calabrese del medesimo ente che, tanto per cambiare, è lo stesso Nicolò».

Da un punto di vista strettamente di cronaca giudiziaria, va annotato come la condanna pare sia avvenuta in seguito a una segnalazione effettuata dalla Corte dei conti alla Procura della Repubblica. La vicenda era nata da una segnalazione partita dall’interno dell’Inpgi; alcuni impiegati avevano denunciato alla medesima Corte dei conti la stranezza di talune fatture. È vero che Nicolò, dopo le contestazioni dei magistrati contabili, si era affrettato a rifondere quanto indebitamente incassato; ma è anche vero che la medesima Corte aveva ugualmente inviato la notizia alla Procura che aveva avviato il procedimento poi giunto a termine con la citata sentenza definitiva.

8. Nicolò replica se stesso 

Dopo essere riuscito a bloccarne la diffusione – o quantomeno dopo essere riuscito a minimizzare fortissimamente la notizia della condanna definitiva – Nicolò ha cercato di sostituire se stesso, nei vari incarichi sino a quel momento da lui detenuti, con i suoi soliti “uomini di paglia”.

Un paio di queste vicende sono state particolarmente “tragicomiche”. Ci riferiamo, per esempio, all’incarico di fiduciario Inpgi del sindacato giornalisti. Nicolò, essendo impossibilitato, causa la citata condanna, a continuare a svolgere tale incarico, si è trovato – in quanto segretario del sindacato – a nominare il sostituto di se stesso (il fiduciario è, difatti, nominato dal sindacato).

Logico ed elementare senso della decenza avrebbe voluto che si facesse da parte. E invece no. Dopo qualche giorno dalla sua decadenza, ha tentato di gabbare i colleghi e l’opinione pubblica (ma no; forse pensava che la questione non sarebbe venuta alla luce) facendo eleggere – alla segreteria del sindacato – un suo uomo, Carlo Parisi, mantenendo per se “solo” il ruolo di vicesegretario.
Ma la vergogna maggiore non era ancora questa perché, alla fin fine, il sindacato è un’associazione privata.
Lo scandalo maggiore, difatti, è stato quello relativo all’Ordine dei giornalisti che – al contrario del citato sindacato – è un organo ufficiale dell’ordinamento statale. Il tesserino dell’ordine, tra l’altro, porta il timbro a secco della Repubblica italiana. Ma nemmeno da lì Nicolò aveva pensato di dimettersi. Forse anche perché supportato dalla quasi assoluta connivenza della stessa stampa calabrese. Al di là di alcuni interventi di Sergi, di Enzo Arcuri (e di chi scrive) – scritti sempre su il Quotidiano (ove Sergi, in particolare, parlava senza mezzi termini di “sconcezza” e di “immoralità”) – la generalità della stampa calabrese continuava a tacere.

Venuti platealmente a sapere che “il re è nudo”, qualche reazione comunque c’è stata. La principale è stata quella della stessa redazione de il Quotidiano che ha deciso di non aderire allo sciopero nazionale del 16 novembre 2002 redigendo un duro comunicato sulla questione. Una giornata di agitazione sindacale che, in verità, in Calabria non si è notata troppo. Erano difatti presenti, ma senza esplicitare motivazioni particolari, anche gli altri quotidiani della regione, unica eccezione: il Domani di Cosenza e provincia che, comunque, pubblicò un comunicato critico nei confronti del sindacato regionale.

Nino Calarco

Caso forse più unico che raro, era anche presente, ma solo per l’edizione calabrese, la Gazzetta del Sud, che invece in Sicilia e nel resto del territorio nazionale ha scioperato regolarmente. Il direttore, Nino Calarco, motivava la decisione evidenziando che non intendeva, così, favorire la concorrenza.

9. “Nicolò radiato dall’Ordine”

Come gli italiani e Benito Mussolini nel 1943, i giornalisti calabresi hanno dunque dovuto utilizzare elementi esterni per liberarsi del tiranno di turno.
Sono i colleghi del Lazio, difatti, a svolgere questo compito. Il 10 dicembre 2002 viene deliberata, all’unanimità, la radiazione di Nicolò dall’albo dei giornalisti italiani.
Ma chi si attendeva (tra cui chi scrive) un’immediata caduta del “gruppo Nicolò” è rimasto assai sorpreso. È stato – ancora una volta – solo il Quotidiano della Calabria a dare un certo rilievo alla notizia della radiazione. Ancora all’indomani della radiazione stessa, difatti, la Gazzetta del Sud aveva titolato con un emblematico e storico “Nicolò radiato dall’Ordine. (Per ora)”].

Nel frattempo, veniva avviata – stavolta non dai tribunali ma dall’Ordine nazionale dei giornalisti – un’altra dura azione contro Nicolò.
Dopo anni e anni di colpevole collateralismo, l’Ordine nazionale a metà del 2002 aveva esposto al ministero della Giustizia la situazione di disordine amministrativo esistente in Calabria e – in particolare – il fatto che l’Ordine calabrese non versava, da diversi anni, le quote di spettanza all’Ordine nazionale.
Ci sarebbe quasi da dire che, se non fosse stato “toccato” nelle sue tasche, l’Ordine nazionale avrebbe continuato a chiudere gli occhi…

Ma, come se niente fosse, Nicolò tentava di galleggiare giocando ancora una volta sulla doppia codardia (o quanto meno sull’acquiescenza) dei vertici nazionali della categoria e di gran parte degli stessi giornalisti calabresi. E giocava anche sul fatto che il ministero non avrebbe fatto granché. In tal senso pensava di continuare a governare a mezzo di altri.Il 15 febbraio 2003, difatti, a capo dell’Ordine dei giornalisti calabresi è stato infine eletto un nuovo Carneade. Risponde al nome di Maria Oieni, ed era (ed è) nota – si fa per dire – quasi esclusivamente per aver tenuto bordone per diversi anni (nella qualità di vicepresidente) a colui che in quel momento veniva ancora percepito essere il vero “padre padrone” dell’organismo di rappresentanza dei giornalisti calabresi: Raffaele Nicolò. Al posto della Oieni, vicepresidente era stato eletto un altro “aficionado” di Nicolò: Orazio Cipriani.

I membri di un organismo screditato che avevano ripetutamente eletto alla loro testa un personaggio già all’epoca assai discusso – e che poi varie istanze giudiziarie hanno condannato per truffa – avevano dunque avuto la “faccia tosta” di eleggere il sostituto del reo come se nulla fosse. Non c’era, sia ben inteso, un chiaro contrasto strettamente giuridico, perché probabilmente – da quel punto di vista – l’elezione era possibile. C’era, invece, un lampante impedimento di credibilità morale.

Si trattava, difatti, di quello stesso Consiglio dell’Ordine calabrese che, per anni e anni, ha “tenuto il sacco” a tutte le iniziative del Nicolò (o che – comunque – è stato così cieco da non accorgersi di nulla) e che, inaudito anche a dirsi, nelle settimane precedenti, il 26 ottobre 2002, aveva addirittura avuto l’ardire di manifestargli solidarietà, in opposizione alla sentenza della Cassazione confidando in una “sicura” revisione processuale [23].
Per realizzare tale indegno progetto Nicolò ha quindi scovato un Carneade, una giornalista pubblicista incolore così come si conviene al ruolo del prestanome.
Una brava persona, fuor di dubbio, che quando ha fatto la giornalista non ha nemmeno professionalmente demeritato, ma niente di più che un prestanome.

Ma la pratica avviata dall’Ordine nazionale non si era fermata. Ed ecco il citato ministero della Giustizia chiedere all’Ordine nazionale la nomina di una terna in cui individuare il commissario da inviare in Calabria.
Il consiglio nazionale dell’Ordine nazionale indicava il trentino Antonio Cembran, il pugliese Michele Partipilo e il laziale Claudio Alò. Il primo otteneva, infine, la nomina a guidare l’Ordine dei giornalisti calabresi sino all’elezione del nuovo consiglio.
L’incarico, formalmente limitato a tre mesi, è evidente che verrà prolungato almeno fino a settembre.

10. La “festa” del commissariamento

Solitamente un commissariamento è un trauma. Quello che ha investito l’Ordine di giornalisti calabresi, invece, è sembrato essere stato soprattutto – se non una festa – certamente una liberazione.
E, come un liberatore, il lunedì 31 marzo 2003, è apparso il commissario Cembran, all’uopo nominato – come accennato – dal ministero.

Raffaele Nicolò

Il clima fra i giornalisti calabresi, lo evidenziavamo poc’anzi, era molto simile a quello che fu in Italia all’indomani del 25 luglio 1943. I giornalisti calabresi (come, all’epoca, gli italiani) si sono liberati del loro despota solo grazie al fatto che il personaggio in questione, Raffaele Nicolò (come all’epoca Mussolini), è caduto in un grave errore di valutazione. Sessant’anni fa il “duce” sottovalutò la stanchezza della popolazione; oggi il nostro “ras” contemporaneo ha invece ritenuto che nessuno si sarebbe accorto della “cresta” che faceva a danno dell’Inpgi.

In ogni caso, l’atmosfera che si respirava durante l’assemblea dei giornalisti calabresi, che Cembran (assieme al presidente Lorenzo Del Boca e Francesco De Vito, membro dell’esecutivo nazionale) ha tenuto lo stesso 31 marzo a Catanzaro, era decisamente festosa.
Come avviene spesso in questi casi, quasi tutti gli intervenuti avevano lasciato intendere – o avevano esplicitamente dichiarato – di aver avuto poco o nulla a che fare con la vecchia gestione.
Anzi (come anche in due precedenti riunioni informali tenutesi a Cosenza e nella stessa Catanzaro) il nome di Nicolò era stato pronunciato solo dopo una decina di interventi (ma forse, più che di un’eccessiva presa di distanze, era il senso di una persistente paura inconscia).
Ma non era mancato qualche caso contrario. Quello del direttore de Il Giornale di Calabria, Giuseppe Soluri, per esempio, che – al di là degli aspetti giudiziari – ha rivendicato il persistere di un’amicizia personale con l’oramai ex presidente.
Con tale, sostanzialmente unica, eccezione, quella che potremmo definire una sorta di “festa d’insediamento” è andata avanti…

Fin qui Fulvio Mazza e il suo articolo-saggio del 2003. Mazza all’epoca non poteva sapere che alle prime elezioni “democratiche” dei giornalisti calabresi, il prescelto sarebbe stato proprio Giuseppe Soluri, che guida ormai da 14 anni l’Ordine e proprio oggi è stato rieletto. L’altra faccia, quella solo apparentemente “pulita”, di Nicolò. Questa è la triste realtà. Mi sa tanto che servirebbe una nuova “rivoluzione”. Ma non certo con i giornalisti della Rai regionale “camuffati” da ribelli. Siamo seri, per cortesia… (g. c.) 

3 – (fine)