La Turchia mette l’Occidente davanti a un bivio

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L’incidente era prevedibile: da quando l’aviazione russa ha cominciato a operare in Siria, la Turchia ha denunciato diverse violazioni del suo spazio aereo e in alcune occasioni ha mandato i suoi caccia a intercettare i jet russi. Negli ultimi giorni la tensione si era ulteriormente alzata dopo che l’avanzata dell’esercito siriano nel nordovest del paese aveva raggiunto alcuni villaggi a maggioranza turcofona, occupati dalle forze ribelli turkmene che sono attualmente il principale alleato di Ankara sul suolo siriano.

La Turchia aveva minacciato “gravi conseguenze” se l’aviazione russa non avesse cessato immediatamente di supportare l’offensiva siriana. La Russia ha ignorato l’avvertimento, probabilmente pensando che anche questa volta Ankara stesse bluffando. Si sbagliava.

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Se il governo turco ha deciso di compiere questo passo dalle conseguenze potenzialmente disastrose è anche per ragioni di orgoglio nazionale: veder cadere nel vuoto i propri ultimatum non piace a nessun governo, tantomeno a un governo sempre più nazionalista e autoritario come quello dell’Akp.

Ma ovviamente i veri motivi sono ben più seri. Nell’immediato, la Turchia vuole impedire che la regione di Aleppo cada nelle mani dell’esercito siriano, che con l’aiuto dei bombardamenti russi sta accerchiando la parte della città ancora in mano ai ribelli. In secondo luogo, Ankara sta intensificando le pressioni per ottenere l’appoggio dell’occidente alla creazione delle cosiddette “zone sicure” – aree occupate e interdette all’esercito siriano e ai suoi alleati – nel nord della Siria.

Dopo il ritrovamento di passaporti siriani sui luoghi degli attentati di Parigi, i timori che tra i profughi possano nascondersi dei terroristi dello Stato islamico ha enormemente aumentato l’urgenza politica di arrestare l’esodo dalla Siria. La Turchia sta cercando di sfruttare questa spinta sostenendo che le zone sicure potrebbero ospitare campi profughi dove raccogliere gli sfollati senza farli uscire dalla Siria, un’idea che è stata apertamente sposata anche da Donald Trump. In realtà l’obiettivo è fermare l’avanzata delle milizie curde dell’Ypg lungo il confine e mantenere aperti i canali di collegamento con i gruppi ribelli islamisti siriani appoggiati da Ankara. Questo piano è apertamente avversato dalla Russia.

Nelle ultime settimane le trattative svoltesi a Vienna tra i paesi coinvolti nel conflitto e l’ondata emotiva causata dagli attentati di Parigi e dall’abbattimento dell’aereo russo in Sinai avevano fatto pensare a un riavvicinamento tra la Russia e l’occidente, nell’ottica di un’alleanza di fatto contro lo Stato islamico e della ricerca di una soluzione politica in Siria.

La Turchia, che dopo la vittoria del partito di governo Akp alle elezioni del 1 novembre non ha alcuna intenzione di rinunciare all’obiettivo di rovesciare Assad, si è sentita aggirata dall’apertura della Francia nei confronti di Mosca. Così ha deciso di mettere i paesi occidentali di fronte a una scelta: con una possibile escalation diplomatica o addirittura militare causata dall’abbattimento del jet russo, l’occidente dovrà scegliere se schierarsi con la Russia di Putin o con Ankara, che fa parte della Nato ed è dunque coperta dalla clausola di mutua assistenza in caso di attacco.

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Molto dipenderà dalla reazione russa. Mosca ha smentito la versione della Turchia, sostenendo di avere le prove che il suo aereo non aveva violato lo spazio aereo turco, e il presidente russo Vladimir Putin ha definito l’abbattimento “una pugnalata nella schiena da parte dei complici dei terroristi”. La Russia ha tutto l’interesse a minimizzare l’accaduto e cercare di salvare il disgelo. Ma anche in questo caso l’orgoglio nazionale e la paura di perdere la faccia non vanno sottovalutati. Inoltre il ritorno delle tensioni in Ucraina e l’indiscrezione secondo cui i paesi occidentali avrebbero intenzione di prolungare di altri sei mesi le sanzioni contro la Russia in scadenza a gennaio potrebbero convincere il Cremlino che non ha molto da perdere.

In ogni caso la prospettiva di una soluzione al conflitto siriano, che le trattative di Vienna sembravano aver avvicinato, appare più distante che mai.

Dopo la violazione di questa soglia simbolica, che i più ottimisti pensavano non sarebbe mai stata raggiunta, nessuno scenario può più essere escluso a priori.

Gabriele Crescenti

Internazionale