L’affaire Lombroso, il cranio conteso e i limiti del “neomeridionalismo” (di Saverio Paletta)

Advertising

di Saverio Paletta

L’argomento non è facile né leggero. Ma è il caso di affrontarlo ora perché i tempi stringono: a settembre la Corte d’Appello di Catanzaro deciderà il destino del cranio del presunto brigante Giuseppe Villella, che dovrebbe, secondo gli auspici dei gruppi neoborbonici, essere restituito a Motta Santa Lucia perché vi sia seppellito.

Da pastore abigeatario (accusato e condannato per furti e reati contro la proprietà) a “brigante” e poi a simbolo del Meridione oltraggiato. Una bella carriera, tutta postuma, che il povero Villella, finché visse, non si sarebbe aspettato.

Ma questa “carriera” è il frutto di due errori storici, senza i quali il povero pastore del paesino catanzarese sarebbe rimasto un perfetto anonimo e giacerebbe in una fossa comune, come ha già scritto con efficacia l’antropologa Maria Teresa Milicia, autrice di “Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso”, un bel volume del 2014 (e riedito lo scorso anno in e-book) dedicato all’argomento.

Cesare Lombroso
Cesare Lombroso

Come si è già capito, il primo errore fu di Cesare Lombroso, il papà dell’antropologia criminale, che esaminò il teschio di Villella (che era morto in carcere a Pavia nel 1864) nel 1872 e credette di avervi trovato la prova della sua teoria sul delinquente nato.

Il secondo errore lo hanno commesso i “neomeridionalisti”, che, a distanza di un secolo e mezzo, sono andati appresso all’errore di Lombroso e hanno reagito in maniera scomposta, fino a considerare lo scienziato torinese nientemeno che il padre del razzismo antimeridionale. Cose che capitano, specie quando si è digiuni di letture.

Questo fraintendimento, tuttavia, sarebbe stato tutto sommato innocuo – poco più di uno dei tanti svarioni tipici di un popolo che non conosce la propria storia – se non avesse ispirato una polemica senza quartiere contro il museo “Cesare Lombroso”, di cui si è invocata la chiusura.

Già: in men che non si dica è sorto un comitato “No Lombroso”, che ha lanciato sui social media un proprio, particolare revisionismo storico, ispirato non poco a “Terroni”, il best seller di Pino Aprile, per fondare una specie di “ideologia” meridionale, basata non più sul “pianto”, di cui era accusato il meridionalismo “classico”, ma sul revanscismo.

Nulla di meglio, allora, per questa galassia composita di gruppi e comitati, di un capro espiatorio come Lombroso, diventato all’improvviso un “mad doctor” in odor di nazismo degno dei vecchi horror della Hammer. Che le cose non stiano proprio così, lo ha dimostrato la Milicia nel suo libro, in cui ha passato al setaccio sia l’opera e il pensiero di Lombroso e dei suoi contemporanei, sia la biografia di Villella (è sua la scoperta dell’identità del presunto brigante), sia le origini del meridionalismo.

aculei_milicia_lombroso_copertina_steso_cm13x20x2facciate_costa1Un lavorone concentrato in meno di duecento pagine, di lettura non troppo difficile per chi è abituato a leggere cose più corpose di certi romanzi. Ciò non ha impedito che la Milicia passasse per difenditrice a spada tratta di Lombroso e che subisse la sua brava censura (che però non ha ostacolato, anzi, il successo editoriale del suo libro).

Infatti, la studiosa non è riuscita a presentare il suo lavoro proprio a Motta Santa Lucia, dove aveva compiuto la maggior parte delle ricerche dedicate al “brigante”, proprio con l’aiuto dell’amministrazione locale guidata da Amedeo Colacino.

Giusto una piccola nota ironica: il centralino di Motta continua a recitare la solita solfa folcloristica («Benvenuti nel paese del brigante Villella») a dispetto del fatto che la stessa amministrazione abbia aiutato non poco la Milicia nelle sue ricerche su Villella. E i paradossi non finiscono qui: finché la studiosa, tra l’altro di origine calabrese, non era scesa in Calabria per la sua ricerca, gli archivi, comunali ed ecclesiastici, di Motta (quelli, per capirci, a cui qualsiasi storico degno di nome dovrebbe interessarsi) raccoglievano polvere in magazzini abbandonati, ignorati dai difensori a oltranza della presunta identità meridionale lesa.

Dopo lo “scavo” della Milicia, la situazione non dev’essere cambiata di molto, visto che le lamentele anonime dei presunti neoborbonici hanno spinto il sindaco Colacino a disdire la presentazione annunciata del libro.

Ma cosa ha detto di così grave la studiosa? Niente. O meglio, ha fatto il suo mestiere. Ha provato a spiegare che Lombroso non era un aspirante Mengele, ma uno scienziato positivista che lavorava con i limitatissimi strumenti della propria epoca.

Ha tentato di spiegare, inoltre, che la teoria del “delinquente nato” di Lombroso era il prodotto di una cultura ben precisa, il positivismo, che, tra la fine dell’800 e i primi del ’900 dominava incontrastata. Di più: questa teoria non era spuntata come un fungo, ma mirava a fornire spiegazioni ai fenomeni criminali che, subito dopo l’Unità d’Italia, avevano avuto un’impennata pazzesca.

Detto altrimenti: le vecchie tesi, filosofiche e non scientifiche, di Beccaria e Verri non bastavano e servivano teorie nuove e Lombroso fece quel che poté. Lui antimeridionalista al punto di creare una teoria della razza cinquant’anni prima del nazismo? Proprio no: il medico torinese era socialista e socialista fu Enrico Ferri, suo allievo e direttore dell’“Avanti!”.

Infine, Lombroso e Ferri furono garantisti in una maniera persino più avanzata di certi ultrà radicali e radical-chic di oggi: sostenevano la non punibilità del delinquente nato. Chi fece la frittata fu il siciliano Alfredo Niceforo che, in effetti, elaborò la teoria, secondo cui tra i meridionali allignava la tendenza innata a delinquere.

Maria Teresa Milicia
Maria Teresa Milicia

Ma questa, ripercorsa dalla Milicia documenti alla mano, è storia della scienza, che dovrebbe essere nota a chi si imbarca in certe polemiche. Un’ultima precisazione sugli errori di Lombroso. Gli errori sono ordinaria amministrazione per qualsiasi teoria scientifica.

Già: la scienza non è metafisica o filosofia e non mira agli “assoluti” o ai “massimi sistemi”. Formula solo ipotesi, che possono, anzi debbono, essere superate e confutate. Non sembri un paradosso: ciò che non può essere confutato non è scienza. Dunque, la Milicia non ha difeso Lombroso, ma lo scienziato Lombroso.

Non ha difeso una dottrina scientifica (di cui lei stessa ha indicato i limiti e gli svarioni) ma la scienza. E allora, come mai tanti clamori? A rileggere a ritroso la polemica, che ha infarcito il web di autentiche corbellerie, viene in mente un bel libro di Aldo Giannuli, lo studioso dei servizi segreti: “L’abuso pubblico della storia”.

L’ultimo di questi abusi è partito proprio da “Terroni”, di Aprile, uscito in occasione del 150esimo dell’Unità d’Italia. In questo libro, l’autore, forte di una lunga esperienza di redattore di rotocalchi per famiglie, riprende in maniera “morbida” alcuni luoghi comuni della questione meridionale: il Risorgimento fu il complotto ordito dalle élite meridionali, appoggiate dalle solite lobby, per opprimere il Sud e conquistare il florido Regno delle Due Sicilie, presentato come un Paradiso Terrestre; la successiva repressione del brigantaggio fu una guerra di sterminio che mirava a fiaccare l’orgoglio del Meridione; la spoliazione dell’ex Stato borbonico ha arricchito il Nord predone e ridotto il Sud nelle sue attuali, pessime, conclusioni.

A corollario di tutto, la beatificazione dei briganti.

In quest’operazione, l’ex vicedirettore di “Gente” non ha brillato per originalità: si è limitato a riprendere e miscelare le severe critiche al Risorgimento formulate da Gigi Di Fiore (uno dei pochi giornalisti dotati dello spessore di uno storico (e non a caso pubblicato da Utet…) con la polemica del compianto Carlo Alianello, autore di “Fine di un Regno”, da cui ha preso molto citando poco.

Questo cocktail, rozzo ai palati fini, è uscito proprio in occasione dell’anniversario dell’Unità e si è rivelato efficacissimo, soprattutto perché ha ridato fiato e voce all’attuale classe dirigente del Sud, capace da sola di tanti e tali danni che neppure i Savoia in versione hitleriana sarebbero riusciti a fare.

Pino Aprile
Pino Aprile

Non è parso vero, agli storici improvvisati che si atteggiano a ideologi del “neomeridionalismo”, trovare in Cesare Lombroso il “mostro” con cui prendersela. Eppure il pericolo è dietro l’angolo: queste operazioni culturali ricordano sin troppo le trovate dei teorici del nazismo o di certi “studiosi” balcanici durante gli ultimi anni dell’ex Jugoslavia.

Non avvertiamo i rischi di queste iniziative solo perché questo revisionismo vorrebbe difendere i contadini del Sud e non elogia nessuna tradizione guerresca. Ciò non toglie che si abbia a che fare, anche in questo caso, con una cultura dell’odio, quasi complementare a molte castronerie fomentate dalla Lega (e forse non è un caso che alcune delle associazioni neoborboniche citate dalla Milicia abbiano sede a Milano…).

C’è un piccolo dettaglio su cui val la pena fermarsi: tutte le culture totalitarie e reazionarie hanno sempre censurato la scienza. È capitato a Lyssenko durante lo stalinismo, è capitato a fior di scienziati durante la Germania nazista, è capitato allo stesso Lombroso, eclissato non a caso dal fascismo.

Capita ora, seppure per sua fortuna in misura minore, a Maria Teresa Milicia, che si è illusa di smontare le tesi ideologiche col metodo scientifico. Ma tant’è: per la nostra editoria di massa tutto fa business, comprese le trovate più strampalate. E capita che, autori dimenticati come Lombroso risorgano dagli archivi, circondati da luci sinistre che non meritavano: prima che i “neomeridionalisti” lo riesumassero, l’ultima parola su di lui l’aveva scritta l’americana Mary Gibson, una ricercatrice serena, severa e puntigliosa come solo gli anglosassoni sanno essere quando si occupano della storia italiana (si pensi, per fare un esempio, ai libri di John Dickie sulle mafie, la cui lettura farebbe un gran bene ai nostri cronisti giudiziari).

Ora che la polemica infuria, persino la Hoepli, per cavalcare la tigre dello scandalo, ha ristampato “L’Uomo Delinquente”, l’opera magna di Lombroso, un mattone più citato (male) che letto. Ma vale la pena di riaprire questa polemica perché, a leggere le anticipazioni giudiziarie, appare sin d’ora chiaro che gli “antilombrosiani” postumi (e facili) la spunteranno per via di cavilli giuridici e non perché avessero ragione. Infatti, lo scienziato torinese non era specializzato in crani meridionali, dato che con un’imparzialità unica aveva raccolto membra umane da tutti i cimiteri e obitori della Penisola.

Ma l’argomento più duro contro i “neomeridionalisti” lo ha fornito l’attuale consiglio regionale, zeppo di personaggi che hanno contribuito a far stagnare la Calabria, che ha chiesto a gran voce la restituzione del cranio del povero Villella. Lui riposi in pace, finalmente: non meritava il danno di morire in carcere per dei piccoli furti, non merita la beffa di essere l’eroe di classi politiche che, spesso, potrebbero ispirare il peggiore dei seguaci di Lombroso.