Lamezia, l’ultima causa dell’avvocato Pagliuso

Il delitto di Decollatura
Advertising

La città di Lamezia è tornata sotto shock, quasi come all’epoca della faida che ha insanguinato la città per un lungo decennio, dal 2000 al 2011.

L’avvocato Francesco Pagliuso, 43 anni, ucciso la notte scorsa in un agguato, non è il primo penalista che muore di morte violenta a Lamezia Terme. Nel 2002 era toccato a Torquato Ciriaco, altro penalista operante a Lamezia, che era finito nel mirino del clan Torcasio.

La faida era scoppiata per una spaccatura tra il gruppo Torcasio-Cerra e quello degli Iannazzo-Giampà (cosche principali di Lamezia Terme) un tempo alleati, per controllare le varie attività illecite della città. Si parla di traffico di droga, estorsioni, controllo degli appalti pubblici e usura, tutte attività che in una grossa realtà come Lamezia Terme, che è la terza città calabrese, fanno ricavare tanto potere economico e sociale alle ‘ndrine.

Fin dall’inizio della faida il gruppo dei Cerra-Torcasio era considerato dominante in città come sosteneva la relazione della commissione antimafia nel 2008 ma questo potere fu messo in discussione dal gruppo Iannazzo-Giampà, un’organizzazione potente anche economicamente.  E oggi non è un mistero che il clan vincente sia quello degli Iannazzo-Giampà e che i Torcasio-Cerra, fiaccati da tante perdite, abbiano perso la “guerra”.

omicidio-francesco-pagliuso-lamezia-01L’ULTIMA CAUSA DI PAGLIUSO 

È dello scorso giugno (giusto due mesi fa) una vicenda che ha riguardato l’avvocato Pagliuso. Il legale, difensore di padre e figlio, Domenico e Giovanni Mezzatesta, condannati all’ergastolo per un duplice omicidio avvenuto nel gennaio del 2014 in un bar di Decollatura (Catanzaro), era riuscito in Cassazione a far annullare la sentenza.

La prima sezione della Suprema Corte aveva, infatti, escluso la premeditazione ed aveva rimesso gli atti alla Corte d’Assise di appello di Catanzaro per la rideterminazione della pena.

Mezzatesta-300x164Domenico e Giovanni Mezzatesta, 61 e 42 anni, sono accusati dell’omicidio di Francesco Iannazzo e Giovanni Vescio, di 29 e 36 anni, uccisi in un bar mentre seduti su un divano sorseggiavano una bibita.

Le fasi del duplice omicidio vennero riprese dalle telecamere di sorveglianza. Nei fotogrammi si vedono Iannazzo e Vescio entrare nel bar. I due si siedono insieme ad altre persone. Stanno discutendo, quando nel locale entrano Domenico e Giovanni Mezzatesta che iniziano a parlare con loro.

La discussione va avanti per un po’ in un crescendo di alterazione fino a quando i Mezzatesta impugnano le pistole che hanno con loro e le puntano contro Iannazzo e Vescio. Nel bar è un fuggi fuggi: c’è chi si ripara sotto il bancone, chi riesce a scappare, chi si chiude in bagno. Ora sono gli uni di fronte agli altri. Giovanni esce e fa da «palo» mentre il padre rimane all’interno e spara.

A questo punto il figlio rientra. A terra c’è Giovanni Vescio che tenta di reagire. Giovanni Mezzatesta lo colpisce al volto con un calcio. Impugna l’arma e la punta contro l’uomo. Sembra che esploda un colpo. La pistola, però, si inceppa ed il padre lo spintona per farlo uscire a controllare se nel frattempo i colpi hanno richiamato qualcuno. Quindi, rimasto solo con le vittime, Domenico Mezzatesta spara il colpo di grazia in testa ad entrambi.

Secondo gli inquirenti, il duplice omicidio è maturato in relazione all’alleanza sorta tra un noto imprenditore della zona e le persone assassinate (una delle quali si chiama anche Iannazzo ed era considerata vicina all’omonimo clan) che si erano date appuntamento in quel bar per chiarire con i Mezzatesta la natura di una serie di atti intimidatori.

Pochi mesi prima, infatti, un ordigno era esploso nei pressi dell’abitazione dell’assassino, la cui figlia era stata battezzata dal boss Vincenzo Torcasio, detto ‘Porchetta’ ucciso nel giugno 2011 nell’ambito della faida che ha insanguinato Lamezia Terme.

L’avvocato Pagliuso, dunque, in questa causa difendeva persone vicine al clan Torcasio. Una decisione “coraggiosa” e che, in un certo senso, doveva averlo messo in apprensione se è vero, com’è vero, che da qualche anno (e non prima) girava con una Magnum 44.

Certo, non è la sola pista che si segue in queste prime delicate ore di indagini dopo l’omicidio. Ce ne sono anche altre, che sono vagliate attentamente dagli investigatori.